Un interessante caso in tema di rilevabilità d’ufficio del giudicato esterno

di F. Campione -

Con il provvedimento annotato (ordinanza n. 12754 del 21 aprile 2022), la Cassazione si è occupata di un interessante caso di applicazione della regola circa la rilevabilità d’ufficio del giudicato formatosi in un diverso processo.

Nella vicenda di specie, un soggetto, convenendo in giudizio anche l’istituto previdenziale, proponeva opposizione avverso un preavviso di fermo, sul presupposto della mancata notifica della cartella esattoriale allo stesso sottesa.

Il tribunale accoglieva l’opposizione ma, interposto gravame da parte dell’ente previdenziale, la corte di seconde cure riformava la sentenza.

Il soccombente, dunque, ricorreva dinanzi alla Suprema Corte, articolando vari motivi; tra questi – ritenuto poi assorbente dalla stessa Cassazione – deduceva, ai sensi dell’art. 360, comma 1, n. 4) c.p.c. e in relazione all’art. 112 c.p.c., la nullità della sentenza impugnata per l’omessa pronuncia sulla domanda di cessazione della materia del contendere in relazione all’intervenuto giudicato prodottosi – in virtù di una sentenza del Tribunale di Roma – sulla prescrizione dei crediti contributivi posti a fondamento della cartella oggetto di causa (domanda proposta con la memoria di costituzione in appello).

La Cassazione è giunta all’accoglimento del ricorso sviluppando il seguente ragionamento.

La sentenza della corte territoriale, violando l’obbligo di decidere su tutta la materia devoluta in appello, non ha esaminato la questione dell’insussistenza del credito oggetto di riscossione per effetto del predetto giudicato, la qual cosa priverebbe di rilievo le questioni sull’an e sul quomodo della riscossione, se non ai limitati fini della regolamentazione delle spese.

Del resto, secondo la giurisprudenza di legittimità, il giudicato esterno, al pari del giudicato interno, è rilevabile d’ufficio persino nel giudizio di cassazione, non solo quando emerga da atti comunque prodotti nel processo di merito, ma anche qualora il giudicato si sia formato successivamente alla sentenza impugnata. Su questo piano, la Cassazione a sezioni unite ha fatto presente, in più occasioni, che il giudicato non deve essere incluso nel fatto e, pur non identificandosi nemmeno con gli elementi normativi astratti, è da assimilarsi, per la sua intrinseca natura e per gli effetti che produce, a tali elementi normativi; la conseguenza è che l’interpretazione del giudicato deve essere trattata alla stregua dell’interpretazione delle norme e non alla stregua dell’interpretazione dei negozi e degli atti giuridici. Pertanto, una volta assimilato il giudicato (sia interno, sia esterno) agli «elementi normativi» (essendo destinato a fissare la regola del caso concreto, esso partecipa della natura dei comandi giuridici e, conseguentemente, la sua interpretazione non si esaurisce in un giudizio di fatto, ma deve essere assimilata, per la sua intrinseca natura e per gli effetti che produce, all’interpretazione delle norme giuridiche), e rilevato che esso si correla anche ad un interesse pubblico, è invero riduttivo limitare la deducibilità e rilevabilità del giudicato esterno solo all’ipotesi in cui il giudicato stesso si sia formato nel corso del giudizio di merito (sul punto, cfr., Cass., sez. un., 16 giugno 2006, n. 13916, in FI, 2007, 2, 1, 493; Cass., sez. un., 17 novembre 2005, n. 23242, in MGI, 2005; Cass., 2 aprile 2003, n. 5105, in MGI, 2003; v. anche Cass., sez. un., 25 maggio 2001, n. 226, in CG, 2001, 11, 1462 ss., con nota di Fittipaldi;  Cass., 12 giugno 2018, n. 15339).

In definitiva, nel caso di specie, riscontrata la mancanza di pronuncia, la sentenza impugnata va dichiarata nulla e cassata; inoltre, evincendosi dal giudicato prodotto in giudizio la prescrizione dei crediti sottesi alla cartella oggetto di causa, risulta non necessario procedere a ulteriori accertamenti di fatto, sicché il giudizio può essere deciso nel merito dalla stessa Cassazione con l’affermazione che niente è dovuto dal ricorrente, restando assorbiti gli altri motivi di doglianza.

La Cassazione, infine, precisa che, quanto alla regolamentazione delle spese processuali, essendosi il giudicato – favorevole al ricorrente – formatosi successivamente al giudizio di primo grado, sussistono valide ragioni (derivanti anche da una valutazione correlata alla soccombenza virtuale) per disporre la compensazione delle spese relative allo stesso primo grado (mentre vanno poste a carico del resistente quelle non solo del giudizio di legittimità ma anche del grado d’appello).

Francesco Campione, avvocato in Lucca e docente a contratto di diritto processuale civile nell’Università di Pisa

Visualizza il documento: Cass., ordinanza 21 aprile 2022, n. 12754

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