Un direttore generale per due poltrone? La responsabilità risarcitoria e il giudice competente

di V. A. Poso -

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 17338 del 17 giugno 2021 pronunciata dalla Sezione Sesta Civile, risolvendo un problema di carattere (apparentemente solo) processuale in sede di regolamento necessario di competenza per materia, afferma che appartiene alla cognizione del Tribunale del Lavoro e non del Tribunale delle Imprese la domanda riconvenzionale di risarcimento dei danni proposta, in una causa di impugnazione di licenziamento per giusta causa, nei confronti di un direttore generale di azienda privata, per le sue condotte poste a fondamento del recesso.

Secondo la difesa del direttore generale, che è stata disattesa con argomenti condivisibili dal Giudice del Lavoro di Livorno e dalla S.C., la pretesa risarcitoria avanzata dalla società convenuta avrebbe dovuto essere qualificata come azione sociale di responsabilità con la conseguente dichiarazione della competenza per materia del Tribunale delle Imprese.

È vero che l’art. 2396 c.c. prevede che le disposizioni che regolano la responsabilità degli amministratori si applicano anche ai direttori generali nominati dall’assemblea o per disposizione dello statuto (questa circostanza, però, non emerge dagli atti di causa), in relazione ai compiti loro affidati. Ma è vero anche che la stessa norma fa salve le azioni esercitabili in base al rapporto di lavoro con la società.

In proposito giova richiamare la sentenza n. 12108 del 22 giugno 2020 della Corte di Cassazione, sez. IIIª, che tra l’altro ha precisato (in una causa trattata pacificamente dal Tribunale delle Imprese), per quanto qui interessa, che «… la disciplina prevista per la responsabilità degli amministratori si applica, ai sensi dell’art. 2396 cod. civ. se la posizione apicale [del direttore generale] all’interno della società sia desumibile da una nomina formale da parte dell’assemblea o del consiglio di amministrazione in base ad apposita previsione statutaria, poiché, non avendo il legislatore fornito una nozione intrinseca di direttore generale collegata alle mansioni svolte, non è configurabile alcuna interpretazione estensiva od analogica che consenta di estendere lo speciale ed eccezionale regime di responsabilità di tale figura ad altre ipotesi, salva la ricorrenza dei diversi presupposti dell’amministratore di fatto».

In tal senso si è pronunciata anche la Corte di Cassazione, sez. VIª, con l’ordinanza n. 345 del 13 gennaio 2020 (alla quale si rinvia anche per gli ulteriori riferimenti giurisprudenziali) a definizione di un regolamento di competenza.

Quest’ultima ordinanza, richiamando quella precedente n. 17309 del 3 luglio 2018 ha ribadito che, allorché la responsabilità del direttore generale di una società per azioni sia stata prospettata sotto il profilo delle inadempienze poste in essere nello svolgimento delle sue mansioni, ossia nell’ambito del rapporto di lavoro, l’azione, dovendosi effettuare una valutazione alla stregua della domanda e dei fatti costitutivi come in essa allegati, non va proposta alla sezione specializzata del Tribunale delle Imprese, di cui al d.lgs. n. 168 del 2003, ma al Giudice del Lavoro, attesa l’espressa salvezza stabilita dall’art. 2396 cod. civ.

Ritornando alla decisione annotata, la Corte di Cassazione ci ricorda che non è esclusa la sussistenza di un parallelo rapporto di lavoro subordinato o parasubordinato o autonomo, che si aggiunge a quello sociale, tra l’amministratore unico o il consigliere di amministrazione e la Società, evidentemente basato su diversi presupposti. E la responsabilità del direttore generale, derivante dal diritto societario, si cumula con le azioni, non solo risarcitorie, derivanti dal rapporto di lavoro.

Del resto sono proprio i comportamenti e le gravissime inadempienze oggetto delle contestazioni disciplinari formulate (che però dalla parte narrativa della sentenza annotata non risultano, così come non risultano nemmeno le funzioni svolte dal direttore generale e i contenuti della domanda riconvenzionale di risarcimento dei danni – fatta eccezione per il quantum – per meglio apprezzare la correttezza delle decisioni assunte), che avrebbero portato poi al licenziamento per giusta causa, che ad avviso del Giudice del Lavoro di Livorno e della S.C. hanno connotazione squisitamente lavoristica e qualificano la domanda rientrante nella competenza del primo.

Resta sullo sfondo il problema della natura dell’ordinanza del Tribunale del Lavoro di Livorno (concisa, ma sufficientemente motivata, secondo la S.C., che ha disatteso la censura relativa alla assoluta mancanza della motivazione, che, va detto, è davvero tautologica: «… trattandosi di domanda risarcitoria spiegata nei confronti del lavoratore ricorrente appare sussistere la competenza del giudice adito») che, per il suo contenuto e per le complete attività difensive sulla questione della competenza per materia svolte dalle parti in contraddittorio e in sede di discussione orale, nel rispetto delle regole del rito del lavoro, la rendono qualificabile come atto decisorio e definitivo, impugnabile solo avanti la Corte di Cassazione con il regolamento necessario di competenza, per evitare che si formi il giudicato sul punto.

È facile intuire che la scelta difensiva del direttore generale di spostare la cognizione della sua asserita responsabilità risarcitoria dal Tribunale del Lavoro al Tribunale delle Imprese sia stata dettata non solo dalle maglie larghe del processo civile ordinario rispetto a quelle strette del processo del lavoro (fatte di preclusioni e decadenze tutte maturate con la costituzione formalizzata a fronte della domanda riconvenzionale proposta), ma anche dalla considerazione che sono assai più rigidi i presupposti per l’esercizio dell’azione sociale di responsabilità nei confronti del direttore generale, che ha un profilo più sfumato (sempre che rivesta una posizione davvero apicale) rispetto a quello degli amministratori e per quanto dispongono, nello specifico, le norme civilistiche.

Vincenzo Antonio Poso, avvocato in Pisa

Visualizza il documento: Cass., sez. VIª, 17 giugno 2021, n. 17338

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