Sul giudice competente per le controversie di lavoro in caso di fallimento

di V. A. Poso -

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 23528 del 27 agosto 2021, sconfessando la contraria interpretazione della Corte di Appello di Bologna (che aveva riformato la sentenza del Tribunale della stessa città), ha affermato che la domanda proposta da una lavoratrice per ottenere l’accertamento  della cessione del ramo di azienda e del suo diritto alla prosecuzione del rapporto di lavoro alle dipendenze della società cessionaria, dichiarata fallita nel corso del giudizio, con  la conseguente condanna al pagamento delle differenze retributive e al risarcimento del danno professionale,  appartengono alla cognizione del giudice del lavoro e non di quello fallimentare, cosi delimitando il corretto perimetro di applicazione dell’art. 52 della Legge Fallimentare.

La Corte territoriale, con estrema semplificazione, aveva ritenuto la domanda di accertamento della costituzione e continuità del rapporto di lavoro strumentale rispetto a quella di condanna al pagamento delle differenze retributive; erroneamente aveva quindi affermato la competenza del giudice fallimentare, dichiarando entrambe le domande improcedibili.

Non è un caso isolato; siamo abituati a pronunce di merito di questo tenore, che affermano l’improcedibilità delle domande proposte nel giudizio di lavoro per il sopravvenuto fallimento del datore di lavoro, così compromettendo, talvolta irrimediabilmente, i diritti del lavoratore interessato, che resta privo di tutela, se non riesce ad attivarsi nelle forme e nei tempi dovuti, costringendolo, talvolta, ad inutili, quanto costose domande tempestivamente proposte avanti i due giudici, in prevenzione, al fine di evitare possibili decadenze.

Eppure, ci ricorda, ancora una volta, il S.C. il discrimine tra la sfera di cognizione del giudice del lavoro e del giudice fallimentare è stato tracciato con orientamento ormai consolidato, sulla base delle rispettive speciali prerogative.

La competenza è del giudice del lavoro, quale giudice del rapporto, per le controversie aventi ad oggetto lo status del lavoratore, essenzialmente radicato nei principi affermati dagli artt. 4, 35, 36 e 37 Cost., in riferimento al diritto ad una legittima e regolare instaurazione, vigenza e cessazione del rapporto e alla sua corretta qualificazione e qualità.

È invece del giudice fallimentare, quale giudice del concorso, la competenza per le controversie aventi ad oggetto l’accertamento e la qualificazione dei diritti di credito dipendenti dal rapporto di lavoro, in funzione della partecipazione al concorso, anche eventualmente in conseguenza di domande di accertamento e costitutive in funzione strumentale.

Il tutto sulla base di una corretta lettura diacronica di causa petendi e petitum.

Sul punto è sufficiente rinviare all’analitica e completa rassegna, con i necessari richiami giurisprudenziali, che si legge in motivazione.

Appartengono, quindi, alla cognizione del giudice del lavoro le «domande, come quella in esame, di accertamento della cessione di ramo di azienda e della continuità del rapporto di lavoro in capo alla cessionaria, secondo l’art. 2112 c.c., in quanto atte a rivelare un interesse della lavoratrice al riconoscimento e alla tutela della propria posizione all’interno dell’impresa in procedura concorsuale, sia in funzione di una possibile ripresa dell’attività, sia per la coesistenza di diritti non patrimoniali (nella specie per la domanda di risarcimento del danno professionale) e previdenziali, estranei alla realizzazione della par condicio».

Vincenzo Antonio Poso, avvocato in Pisa

Visualizza il documento: Cass., sez. VIª, ordinanza 27 agosto 2021, n. 23528

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