Se non ora, quando? La variabile indipendente della Corte Costituzionale in materia di licenziamenti intimati da datori di lavoro sotto soglia in regime di Jobs Act

di V. A. Poso -

1. L’onda lunga della sentenza della Corte Costituzionale n. 194 dell’8 novembre 2018 (e della successiva sentenza n. 150 del 16 luglio 2020) non ha travolto, per ora, l’art. 9, comma 1, d.lgs. n. 23 del 4 marzo 2015, che regola le conseguenze risarcitorie dei licenziamenti illegittimi intimati dai datori di lavoro di piccole dimensioni.

Con la sentenza del 2018 la Consulta, in parziale accoglimento delle questioni di legittimità costituzionale sollevate in riferimento agli artt. 3 (in relazione sia al principio di eguaglianza, sotto il profilo dell’ingiustificata omologazione di situazioni diverse, sia al principio di ragionevolezza), 4, comma 1., 35, comma 1, 76 e 117, comma 1, Cost. (questi ultimi due articoli rapportati all’art. 24 della Carta sociale europea e ad altre fonti internazionali), ha dichiarato costituzionalmente illegittimo l’art. 3, comma 1, d.lgs. n. 23/2015, censurato dal Tribunale di Roma (con ordinanza del 26 luglio 2017, iscritta al n. 195/2017 del r.o.), limitatamente alle parole «di importo pari a due mensilità dell’ultima retribuzione di riferimento per il calcolo del trattamento di fine rapporto per ogni anno di servizio,»; fermo restando che le «mensilità», cui fa ora  riferimento la norma censurata,  sono sempre da intendersi relative all’ultima retribuzione utile per il calcolo del trattamento di fine rapporto, così come si evince dal d.lgs. n. 23 del 2015 nel suo complesso, con riguardo alla commisurazione dei risarcimenti.

La norma de qua è stata dichiarata incostituzionale sia nel testo originario, sia in quello modificato dall’art. 3, comma 1, d.l. 12 luglio 2018, n. 87, conv., con mod., dalla l. 9 agosto 2018, n.96.

È facile comprendere che, nella logica demolitoria del sistema delle tutele crescenti seguita dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 194/2018,  non era sufficiente ad evitare il suo intervento la modifica introdotta dal legislatore del 2018 della c.d. dignità, che, con riferimento al d.lgs. n. 23/2015,  aveva inciso – anche in misura considerevole –  solo sulla entità dell’indennità risarcitoria delle tutele crescenti prevista dall’art. 3,comma 1, portando il limite minimo da 4 a 6 mensilità e quello massimo da 24 a 36 mensilità (ad opera dell’ art. 3,comma 1, d.l. n. 87/2018, cit.); e aumentando –  anche in questo caso in  misura considerevole –  l’entità  dell’ indennità prevista dall’art. 6, comma 1, relativa all’offerta di conciliazione, portando il limite minimo da 2 a 3 mensilità e il limite massimo da 18 a 27 (ad opera del comma 1 bis dell’art. 3 del d.l. n. 87/2018, introdotto, in sede di conversione, dalla l. n. 96/2018).

Spiegava la Corte Costituzionale, al punto n. 15, ult. cpv. del Considerato in diritto che: «Nel rispetto dei limiti, minimo e massimo, dell’intervallo in cui va quantificata l’indennità spettante al lavoratore illegittimamente licenziato, il giudice terrà conto innanzi tutto dell’anzianità di servizio – criterio che è prescritto dall’art. 1, comma 7, lett. c) della legge n. 184 del 2013 e che ispira il disegno riformatore del d.lgs. n.23 del 2015 – nonché degli altri criteri già prima richiamati, desumibili in chiave sistematica dalla evoluzione della disciplina limitativa dei licenziamenti (numero dei dipendenti occupati, dimensioni dell’attività economica, comportamento e condizioni delle parti)».

Ora, la Corte Costituzionale, con la sentenza n. 183 del 22 luglio 2022 (sulla quale ritorneremo anche più avanti), ha dichiarato inammissibili le q.l.c. sollevate con riferimento all’art. 9, comma 1, d.lgs. n. 23/2015, che con riferimento ai datori di lavoro che non raggiungano i requisiti dimensionali di cui all’art. 18, commi 8 e 9, esclude l’applicazione dell’art.  3, comma 2, mentre l’ammontare delle indennità e degli importi previsti dall’art.  3, comma   1, dall’art. 4, comma 1 e dall’art 6, comma 1, è dimezzato e non può in ogni caso superare il limite di sei mensilità.

Come argomentato al punto n. 7, primo cpv., del Considerato in diritto, tutte le scelte ipotizzabili corrispondono a differenti opzioni di politica legislativa, con le «ineludibili valutazioni discrezionali» che ne conseguono e che non possono competere alla Corte, «proprio perché investono il rapporto tra mezzi e fine».

«Rientra, infatti, nella prioritaria valutazione del legislatore la scelta dei mezzi più congrui per conseguire un fine costituzionalmente necessario, nel contesto di «una normativa di importanza essenziale» (sentenza n. 150 del 2020), per la sua connessione con i diritti che riguardano la persona del lavoratore, scelta che proietta i suoi effetti sul sistema economico complessivamente inteso» (così, sempre al punto n. 7, ma secondo cpv., del Considerato in diritto).

Richiamando la sua precedente sentenza n. 150/2020 (in particolare il punto n.17 del Considerato in diritto), che aveva dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 4, d.lgs. n. 23/2015, limitatamente alle parole «di importo pari a una mensilità dell’ultima retribuzione di riferimento per il calcolo  del trattamento di fine rapporto per ogni anno di servizio », la Corte Costituzionale ora afferma che «la materia [dei licenziamenti], frutto di interventi normativi stratificati, non può che essere rivista in termini complessivi, che investano sia i criteri distintivi tra i regimi applicabili ai diversi datori di lavoro, sia la funzione dissuasiva dei rimedi previsti per le disparate fattispecie» (così, al punto n. 7, terzo cpv., del Considerato in diritto).

Solo per questo essa si astiene dal decidere sulle q.l.c. sollevate, ritenute nel merito fondate; senza, tuttavia, «esimersi dal segnalare che un ulteriore protrarsi dell’inerzia legislativa non sarebbe tollerabile e la indurrebbe, ove nuovamente investita, a provvedere direttamente, nonostante le difficoltà qui descritte (sentenza n. 180 del 2022, punto 7 del Considerato in diritto)» (in questi termini, v. il punto n. 7, ult. cpv., del Considerato in diritto, della sentenza qui annotata).

È solo questione di tempo, quindi; e tuttavia è apprezzabile il riconoscimento, non di maniera, del ruolo del legislatore al quale spettano le scelte politiche, che sono espressione della sua massima discrezionalità, nel rispetto, comunque, dei principi costituzionali e delle fonti internazionali (Carta sociale europea e Carta di Nizza, prime fra tutte).

Va detto, anche, che è una questione di grande rilevanza, quella della regolamentazione dei licenziamenti, perché essa incide anche su altri importanti istituti, come la prescrizione (sulla quale è atteso il pronunciamento della Corte di Cassazione), che dalla stessa disciplina sono condizionati.

2. È utile ricordare che l’art. 9, comma 1, d.lgs. n. 23/2015 non riproduce testualmente le disposizioni di cui all’art. 8 della l. 15 luglio 1966, n. 604, come sostituito dall’art. 2, comma 3, l. n. 108 dell’11 maggio 1990 (v., in proposito, anche Corte Cost. n. 150/2020, punto n. 6.2 del Considerato in diritto), sia per i criteri di determinazione dell’indennità risarcitoria (numero dei dipendenti occupati, dimensioni dell’impresa, anzianità di servizio del prestatore di lavoro, comportamento e  condizioni delle parti); sia  per la misura della stessa che varia da 2,5 a 6 mensilità, con i superiori limiti di 10 e 14 mensilità (in base all’anzianità superiore, rispettivamente ai dieci e ai venti anni, ma solo per i dipendenti da datori  che occupano più di 15 prestatori di lavoro), la cui determinazione è rimessa, in ogni caso,  alla discrezionalità del giudice; ed ancora per il riferimento all’ultima  retribuzione globale di fatto.

Senza dire della previsione della riassunzione entro tre giorni dal licenziamento (alternativa rispetto al risarcimento dei danni), senza motivo, a mio avviso,  enfatizzata dal giudice rimettente, perché si tratta, appunto,  di obbligazione alternativa, nella disponibilità del datore di lavoro, che deve trovare comunque il consenso del prestatore di lavoro, che ha diritto, in mancanza, al risarcimento del danno nella misura stabilita dal giudice (v., in proposito, Corte Cost., 23 febbraio 1996, n. 44, che richiama la precedente pronuncia n. 194 del 28 dicembre 1970, e, tra le ultime pronunce, Cass. 1° aprile 2016, n. 6390, che affermano il principio secondo il quale «il pagamento della indennità, qualora il rapporto non si ripristini, sia sempre dovuto e lo sia per il solo fatto del mancato ripristino di esso, senza che a nulla rilevi quale sia il soggetto e quale la ragione per cui ciò abbia a verificarsi»).

È del tutto evidente che la tutela prevista dall’art. 8, l. n. 108/1990 ha un perimetro molto più ampio rispetto all’art. 9, comma 1, d.lgs. n. 23/2015, anche se, dopo l’intervento della Corte Costituzionale n. 194/2018, che ha eliminato il riferimento restrittivo ed esclusivo  all’anzianità di servizio, sulla base del quale era stato costruito il contratto a tutele crescenti, quest’ ultima  disposizione normativa riespande il potere discrezionale del giudice nella determinazione dell’indennità risarcitoria anche nelle ipotesi delle imprese minori, dovendo essere utilizzati tutti i criteri disponibili. L’art. 9, comma1, d.lgs. n. 23/2015, infatti, contiene un rinvio espresso a quanto previsto dall’ art. 3, comma 1, d.lgs. n. 23/2015, l’unica incisa dalla sentenza della Corte Costituzionale n. 194/2018, che non si occupa della prima, non censurata dall’allora  giudice rimettente; e tuttavia l’interpretazione sistematica, o quanto meno costituzionalmente orientata, consentiva (e consente) di applicare, anche ai licenziamenti delle imprese minori, gli stessi criteri desumibili dall’art. 3, comma 1, d.lgs. n. 23/2015, all’esito della pronuncia di incostituzionalità di cui abbiamo detto.

Probabilmente per questo motivo la Corte Costituzionale nel 2018 non è intervenuta ex art. 27, seconda parte, della l.11 marzo 1953, n. 87, che consente di «dichiarare, altresì, quali sono le altre disposizioni legislative, la cui illegittimità deriva come conseguenza dalla decisione adottata».

Ci sono anche altre norme del d. lgs. n. 23/2015 che contengono un rinvio, diretto o indiretto all’art. 3, comma 1, non incise dalla pronuncia di incostituzionalità, per le quali vale lo stesso principio interpretativo: art. 6 (offerta di conciliazione per evitare il contenzioso giudiziario) e art. 10, comma 1 (violazione delle procedure o dei criteri di scelta nei licenziamenti collettivi); mentre sull’art. 4 (vizi relativi alla motivazione o alle procedure ex art. 7, st.lav. dei licenziamenti individuali), è intervenuta la sentenza costituzionale n.150/2020.

Le norme del d.lgs. n. 23/2015 che, pur non contendendo un rinvio espresso all’art. 3, comma 1, utilizzano lo stesso criterio della sola anzianità di servizio, dichiarato illegittimo, se impugnate (ove non sia ritenuta possibile l’interpretazione costituzionalmente orientata) dovrebbero essere, coerentemente, dichiarate incostituzionali.

3. Come abbiamo già detto, la Corte Costituzionale con la sua pronuncia n. 194/2018 ha inciso profondamente sull’impianto del Jobs Act, eliminando il meccanismo delle c.d. tutele crescenti che definivano, in senso restrittivo, la sanzione indennitaria risarcitoria ancorata rigidamente all’anzianità di servizio (sulla portata di questa sentenza sia consentito, qui, fare riferimento, tra i tanti, al contributo di MAZZOTTA, Cosa ci insegna la Corte Costituzionale sul contratto a tutele crescenti, in Labor, 1° dicembre 2018), anche se non ha portato alle estreme conseguenze il suo giudizio di ragionevolezza e di equità sostanziale con riferimento agli altri profili illegittimità costituzionale evocati dal giudice rimettente, che sono stati puntualmente disattesi: in estrema sintesi, quelli relativi al discrimine temporale delle tutele (punto n. 6 del Considerato in diritto) e alla finalità occupazionale perseguita dal legislatore del 2015, a giustificazione delle modifiche peggiorative introdotte nella materia dei licenziamenti.

È stato, pertanto, eluso ogni vaglio di congruità tra mezzi e fini perseguiti dal legislatore (con parole evocate anche nella sentenza n. 183/2022 qui annotata) e, percorrendo la strada tracciata anche da altre pronunce, ha riconosciuto la legittima scelta discrezionale del legislatore a favore della tutela meramente indennitaria risarcitoria (punto n. 9.2 del Considerato in diritto).

Tra le questioni lasciate irrisolte dalla sentenza n. 194/2018 (anche per i limiti della pronuncia di incostituzionalità della norma censurata, con riferimento alla rilevanza di alcune delle q.l.c. sollevate nel giudizio a quo), abbiamo accennato alla ricaduta sull’applicazione delle norme che alla disposizione dichiarata incostituzionale fanno, direttamente o indirettamente riferimento. Ci sono anche alcuni problemi che possono riguardare le concrete modalità applicative della norma censurata (che inevitabilmente riguardano anche le altre disposizioni normative che ad essa fanno rinvio, direttamente o indirettamente).

Per la Corte Costituzionale l’art. 8, l. n. 604/1966, come l’art. 18, comma 5, st. lav. (che fa riferimento anche alle dimensioni dell’attività economica) costituisce un tertium comparationis del quale il giudice deve tenere conto. Essa insegna che  la discrezionalità del giudice risponde all’esigenza di personalizzare il danno subito dal lavoratore licenziato, imposta dal principio di eguaglianza, mentre la previsione di una misura risarcitoria uniforme, secondo un unico criterio, quello dell’anzianità di servizio, rigidamente precostituito, non tiene conto delle peculiarità e diversità  della concreta vicenda lavorativa incisa dal licenziamento intimato dal datore di lavoro, che si traduce in una indebita omologazione di situazioni completamente diverse.

L’anzianità di servizio non scompare, anzi, nel complesso di tutti gli altri criteri da prendere in considerazione, sembra assumere una posizione prevalente rispetto agli altri (riconoscendo, con ciò, valore positivo alla scelta del legislatore di privilegiare, seppure in un modo ritenuto costituzionalmente illegittimo, il criterio dell’anzianità).

Una discrezionalità che deve essere, comunque, esercitata dal giudice rispettando l’obbligo della motivazione nella scelta, concreta, della misura dell’indennità risarcitoria tra il limite minimo e quello massimo.

Come abbiamo detto, questa sentenza non ha inciso sull’impianto complessivo del sistema rimediale disegnato dal Jobs Act, tema sul quale la Consulta, per tutti gli altri profili oggetto delle q.l.c. sollevate, anche con riferimento alle fonti internazionali, si è pronunciata per l’inammissibilità.

Molti sono i problemi che pone la nuova disciplina dei licenziamenti introdotta dal Jobs Act. Quello più importante riguarda il discrimine temporale dell’assunzione, prima e dopo il 7 marzo 2015, considerato che il regime indennitario risarcitorio applicabile alle  imprese maggiori è assai diverso (soprattutto dopo l’intervento del legislatore del 2018 della c.d. dignità) rispetto a quello che si applica alle imprese minori, a fronte della  medesima situazione: i limiti minimo e massimo sono  di 12/24 mensilità, nel primo caso; mentre nel secondo caso  il rapporto è da  6 a 36 mensilità, senza alcuna comprensibile ragione sostanziale  di differenziazione.

Una comprensibile ragione che non sembra sussistere, per stare al tema che ora ci occupa, nemmeno tra il nuovo regime introdotto dall’art. 9, comma 1, d.lgs. n. 23/2015, e quello precedente previsto dall’art. 8, l. n. 604/1966, nel testo da ultimo vigente.

4. Dopo la sentenza della Corte Costituzionale n. 194/2018, non è mancato chi ha preannunciato il problema della incostituzionalità, come inevitabile ricaduta di detta pronuncia, della disposizione normativa relativa ai licenziamenti nelle piccole imprese (v., ad es., TOSI, La sentenza n. 194/2018 della Corte costituzionale e il suo “dopo”, DRI, 2019, 244 ss., qui 250; DE LUCA TAMAJO, La sentenza costituzionale 194 del 2018 sulla quantificazione dell’indennizzo per licenziamento illegittimo, DLM, 2018, 634 ss., qui 641. V. anche PASSALACQUA, La tutela contro il licenziamento nelle piccole imprese dopo Corte cost. n. 194/2018 tra ius conditum e ius condendum, MGL,2019, 859 ss., che auspicava il superamento del limite massimo, anche con un successivo intervento della Corte Costituzionale).

E la questione di legittimità costituzionale  è puntualmente arrivata.

Il Tribunale di Roma, con l’ ordinanza  pronunciata in data 26 febbraio 2021 (iscritta nel r. o.  al n. 84 del 2021) – con riferimento agli articoli 3, comma 1, 4, 35 comma 1, e 44, comma 1, Cost., nonché all’art. 117, comma 1, Cost., in relazione anche all’art. 24 della Carta sociale europea – ha ritenuto rilevante e non manifestamente infondata la q.l.c.  dell’art. 9, comma 1, d. lgs n. 23/2015, con riguardo alle parole «ove il datore di lavoro non raggiunga i requisiti dimensionali di cui all’articolo 18, ottavo e nono comma, della legge n. 300 del 1970, l’ammontare delle indennità e dell’importo previsti dall’articolo 3, comma 1 è dimezzato e non può in ogni caso superare il limite di sei mensilità».

Secondo il Tribunale di Roma, con motivazioni puntuali e ampiamente argomentate, «il licenziamento ingiustificato intimato da un datore di lavoro privo dei requisiti di cui all’art. 18, commi 8 e 9, L. n. 300/1970 integra un illecito che deve dar luogo a un’indennità «adeguata e personalizzata», ancorché forfettizzata, secondo la stessa logica che regge le sentenze della Corte costituzionale n. 194/2018 e n. 150/2020».

È opportuno ricordare che nella controversia in esame il licenziamento riguardava una insegnante part-time alle dipendenze di una scuola primaria privata che lo aveva intimato per un giustificato motivo oggettivo  consistente nella asserita riorganizzazione aziendale, ritenuta insussistente, per mancato assolvimento dell’onere della prova, tenuto conto, peraltro che la revoca del licenziamento era risultata inefficace, perché comunicata  (al sindacato e non invece alla lavoratrice) tardivamente dal datore di lavoro, rimasto anche contumace nel processo.

Da qui la rilevanza della questione sollevata, trovandosi il giudice rimettente nella necessità di applicare il regime sanzionatorio previsto dal Jobs Act per le imprese minori.

L’ordinanza di rimessione (che si può leggere in RIDL, 2021, II, 439 ss.) è stata salutata senza particolare entusiasmo e comunque con valutazioni contrastanti dalla dottrina (solo alcune essenziali citazioni: v. ad es., in senso critico, DIAMANTI, La disciplina del licenziamento nelle imprese minori. Prerogative del legislatore e valutazione di legittimità costituzionale, ivi, 2021,II, 447 ss.; TURSI, Jobs Act e “piccole imprese”. Sulla questione di costituzionalità del “contratto a tutele crescenti” con i piccoli datori di lavoro, DRI, 2021,873 ss.; mentre in senso sostanzialmente adesivo è il contributo di BRUN, “Piccole” imprese e regime sanzionatorio del licenziamento ingiustificato: il Jobs Act di nuovo al vaglio della Consulta, ivi, 2021, 820 ss.).

Dato per conosciuto il complessivo quadro normativo di riferimento (in base al quale nelle ipotesi considerate il licenziamento ingiustificato è sanzionato solo con una indennità risarcitoria), il ragionamento giuridico del giudice rimettente prende le mosse dalla sentenza costituzionale n.194/2018.

Nel regime delle tutele crescenti, ritenuto illegittimo dalla Corte Costituzionale con riferimento al criterio dell’anzianità di servizio, la divaricazione della tutela indennitaria risarcitoria basata sui requisiti dimensionali dei datori di lavoro aveva una logica, che, proprio a seguito della più volte citata sentenza costituzionale è venuta meno, anche se opera il rinvio all’art. 3, comma 1, d.lgs. n. 23/2015 (dichiarato illegittimo),  con riferimento a tutti i criteri indicati dalla Corte, non solo a quello dell’anzianità, ricavabili sistematicamente dal complesso normativo, da utilizzare per la determinazione dell’indennità risarcitoria.

Le censure del giudice rimettente non riguardano i criteri in questione, ritenuti pacificamente applicabili anche nel caso dei licenziamenti intimati nelle imprese minori, ma l’adeguatezza, la congruità, l’effettività, anche sotto il profilo della dissuasività, degli importi considerati dall’art. 9, comma 1, d.lgs. n. 23/2015, nel ristretto limite da 3 a 6 mensilità.

Il Tribunale di Roma non esclude, in linea di principio, la legittimità della  « distinzione fra le tutele in ragione delle dimensioni occupazionali datoriali [che] è fondata su un elemento che risulta esterno al rapporto di lavoro. La ragione e lo scopo di tale differenza è costituito dal fatto che, nelle piccole realtà lavorative, potrebbe risultare problematico il riassorbimento del prestatore, mentre nelle realtà di grandi dimensioni, ove il rapporto è più spersonalizzato, il ripristino del rapporto risulterebbe certamente più agevole» (così, al punto n. IV.1 dell’ordinanza di rimessione).

Richiama, però (al punto n. IV.2), il percorso motivazionale della sentenza costituzionale n. 194/2018, che, per la puntuale esposizione, merita,  qui riportare testualmente: «Tuttavia entrambe le tutele mirano ad affermare che il «diritto al lavoro» (art. 4, primo comma, Cost.), affiancato alla «tutela» del lavoro « in tutte le sue forme ed applicazioni» (art. 35, primo comma, Cost.), si sostanzia nel riconoscere, tra l’altro, che i limiti posti al potere di recesso del datore di lavoro correggano un disequilibrio di fatto esistente nel contratto di lavoro (Corte Cost. 194/18 punto 9.1). Sebbene il legislatore, in caso di licenziamento invalido, ben possa, «nell’esercizio della sua discrezionalità, prevedere un meccanismo di tutela anche solo risarcitorio-monetario» ciò deve avvenire «nel rispetto del principio di ragionevolezza» (Corte Cost. 194/18 – punto 9.2). Inoltre, «la qualificazione come «indennità» dell’obbligazione prevista dall’art. 3, comma 1, del d.lgs. n. 23 del 2015 [e dell’art. 9 in questione] non ne esclude la natura di rimedio risarcitorio, a fronte di un licenziamento» (Corte Cost. 194/18 – punto 10). In particolare la Corte Costituzionale afferma che, sebbene la regola generale di integralità della riparazione e di equivalenza della stessa al pregiudizio cagionato al danneggiato non abbia copertura costituzionale, deve essere «garantita l’adeguatezza del risarcimento» che, «ancorché non necessariamente riparatorio dell’intero pregiudizio subito dal danneggiato, deve essere necessariamente equilibrato» (punto 12.1)».

5. Diversi sono i profili dell’irragionevolezza della tutela economica apprestata dalla norma censurata, ancorata, come già aveva affermato la sentenza della Corte Costituzionale n. 194/2018, alla violazione dei precetti degli artt. 3, comma 1, 4 e 35,comma 1, Cost. (così, al punto n. 13 del Considerato in diritto), ma anche, e soprattutto, dell’art. 24 della Carta sociale europea secondo cui «l’indennizzo è congruo se è tale da assicurare un adeguato ristoro per il concreto pregiudizio subito dal lavoratore licenziato senza un valido motivo» (così, al punto n. 14 del Considerato in diritto).

Innanzitutto, il limite massimo delle sei mensilità è stato giudicato troppo esiguo e come tale non idoneo a garantire una «equilibrata compensazione del risarcimento anche nella prospettiva della non necessaria integrale riparazione del pregiudizio», anche tenendo conto (qui ancora riferendosi il giudice rimettente alla Corte Costituzionale) dell’«adeguato contemperamento degli interessi in conflitto» (Corte Cost. 194/2018 – punto 12.1) ovvero «la libertà di organizzazione dell’impresa da un lato e la tutela del lavoratore ingiustamente licenziato dall’altro» (Corte Cost. 194/2018 – punto 12.3).

In secondo luogo, la norma censurata non solo mortificherebbe la portata dissuasiva della sanzione risarcitoria volta proprio ad evitare l’assunzione di atti illeciti da parte del datore di lavoro, ma renderebbe più evidente il disequilibrio di fatto esistente tra la parte forte e la parte debole del contratto di lavoro.

Ma l’aspetto più interessante dell’ordinanza di rimessione è la critica svolta al punto n. V riferita, essenzialmente, all’irragionevolezza del rigido criterio del numero degli occupati, questo,  tra i tanti,  individuato dalle sentenze della Corte Costituzionale nn. 194/2018 e 150/2020, in aggiunta all’unico (dichiarato incostituzionale) dell’anzianità di servizio, nel regime delle tutele crescenti.

E l’interesse nasce dal fatto che – sembra di poter leggere tra il detto e il non detto nella motivazione – l’oggetto su cui si appunta la critica del Tribunale di Roma non è affatto il numero dei dipendenti del datore di lavoro sotto-soglia (essendo del tutto evidente che, come anche nel regime tradizionale marcato dall’art. 8, l. n. 604/1966, la valutazione delle somme dovute, tra minimo e massimo,  sconta, inevitabilmente, la considerazione della dimensione dell’organico), ma il numero dei dipendenti  addetti che, come criterio assoluto, stabilisce la differenza e l’elemento di confine tra le due tutele, entrambe indennitarie.

Si può certamente ritenere inadeguata la misura risarcitoria prevista dall’art. 9, comma 1, d.lgs. n. 23/2015, ma non è affatto vero che, a dispetto di quanto già affermato dalla Corte Costituzionale con le sentenze nn. 194/2018 e 150/2020, nel caso dei datori di lavoro-sottosoglia risulterebbe valorizzato solo il criterio del numero dei dipendenti addetti nello specifico caso, come scrive il giudice rimettente al punto n. V.5 della sua ordinanza: «Al contrario, nel sistema di tutele disegnato dall’art. 9, comma 1, d.lgs. 23/2015, il criterio del numero degli occupati costituisce l’unico effettivo criterio di determinazione dell’indennità. Esso è un criterio che non serve ad adeguare l’indennità bensì unicamente a limitarla. L’esiguità dell’intervallo concesso al Giudice nella determinazione dell’indennizzo non consente di valorizzare nessuno degli ulteriori criteri indicati dalla Corte Costituzionale sopra indicati».

Certamente è suggestivo l’argomento  delle imprese che con un modesto numero di dipendenti riescono a realizzare grandi prodotti sul mercato e considerevoli  profitti («In più deve rilevarsi come il numero dei dipendenti è un criterio trascurabile nell’ambito di quella che è l’attuale economia che, com’è notorio, ha permesso a un colosso come Instagram di sostenere nel 2015 un’impresa gigantesca con tredici dipendenti, mentre, nello stesso periodo, la Kodak, che aveva un’attività di impresa analoga, ma analogica e non digitale, aveva 140 mila dipendenti» (così, al punto V.6 dell’ordinanza di rimessione), ma non è condivisile, perché non si tratta dell’unico criterio  per la corretta determinazione dell’indennità risarcitoria disponibile, oltre a quello, non più assorbente, dell’anzianità di servizio.

La gravità della violazione rimane pur sempre apprezzabile, non solo nel caso dei licenziamenti disciplinari, ma anche nel caso di quelli per g. m. o. (estensione del perimetro, della riorganizzazione aziendale, effettività della soppressione del posto, repêchage); mentre il criterio  delle dimensioni dell’impresa, in quanto riferibile anche ai dati economico/finanziari ricavabili dai bilanci, enfatizzato dal giudice rimettente al punto n. V.7 della sua ordinanza (come criterio che «ben potrà essere utilizzato dal Giudice valorizzandone la portata anche alla luce dell’art. 44 Cost. ove è sancito un principio generale di favore per le piccole imprese. Con la precisazione che da esso, però, non può desumersi l’esclusione di un’adeguata tutela del posto di lavoro (cfr. Corte Cost. 143/98)») è ricompreso nel criterio, di carattere generale, sia delle «condizioni delle parti», previsto dall’art. 8, l. n. 604/1966 e dall’art. 18, comma 5, st. lav., sia delle «dimensioni dell’attività economica», previsto da quest’ultima disposizione normativa.

6. Proprio con riferimento al principio di congruo indennizzo o altra adeguata riparazione affermato dall’art. 24 della  Carta sociale europea, nell’ordinanza di rimessione si enfatizza (pur riconoscendo il suo valore orientativo, a livello interpretativo)  la  decisione del Comitato Europeo dei Diritti Sociali, adottata l’11 settembre 2019 e resa pubblica l’11 febbraio 2020, sul Reclamo collettivo no 158/2017, che, con riferimento al sistema indennitario e risarcitorio introdotto dal  Jobs Act,  si esprime nel modo seguente: «Il Comitato ricorda che, ai sensi della Carta, i lavoratori licenziati senza un valido motivo devono ottenere un indennizzo o un altro risarcimento adeguato. I meccanismi indennitari sono ritenuti conformi alla Carta quando prevedono: il rimborso delle perdite finanziarie subite tra la data del licenziamento e la decisione dell’organo del ricorso; la possibilità di reintegro del lavoratore e/o indennità di un importo sufficientemente elevato da dissuadere il datore di lavoro e compensare il danno subito dalla vittima» (punto 87) qualsiasi tetto massimo (plafond), che svincola le indennità scelte dal danno subito e non presenti un carattere sufficientemente dissuasivo, è, in linea di principio, contrario alla Carta, come, in una certa misura, ha già espresso la Corte Costituzionale nella decisione n o 194/2018» (punto 96) in caso di licenziamento illegittimo la vittima ha la scelta tra due opzioni risarcitorie per il danno materiale giudiziario o extra giudiziario limitato da un tetto massimo (plafond) che non copre le perdite finanziarie effettivamente sostenute dalla data del licenziamento. Il Comitato ritiene che le condizioni di ciascuna di queste due opzioni risarcitorie siano tali da incoraggiare, o quanto meno da non dissuadere, il ricorso al licenziamento illegittimo» (punto 101) (così riportato dal punto n. IV.6 dell’ordinanza di rimessione).

Come è noto, questa decisione del CEDS (che si può leggere in Labor, 6 marzo 2020, con nota di D’ASCOLA, Anche il Comitato Europeo dei Diritti Sociali boccia le tutele crescenti), trae origine dal ricorso presentato dalla Cgil con riferimento alla disciplina contenuta  negli artt. 3, 4, 9 e 10 del d.lgs.  n. 23/2015, per la violazione dell’art. 24 della Carta sociale europea, nella parte in cui prevedono un indennizzo con un tetto massimo, che può impedire ai giudici di valutare e compensare completamente le perdite subite dal lavoratore a seguito del licenziamento in ipotesi illegittimo.

Secondo il Comitato di Strasburgo, come emerge anche dal passo motivazionale sopra riportato, i rimedi giuridici alternativi previsti dalla legge, tantomeno il meccanismo di conciliazione non sono sufficienti a consentire  un risarcimento adeguato e proporzionato al danno subito dal lavoratore, atto a scoraggiare i datori di lavoro da recessi illegittimi.

Merita segnalare che il Comitato, pur prendendo atto dell’intervenuta sentenza  costituzionale  n. 194/2018,  ravvisa proprio nella Carta sociale europea il fondamento di una tutela ulteriore dei lavoratori ed afferma l’inadeguatezza della tutela prevista dal Jobs Act non solo in relazione ai tetti massimi di indennità, ma anche per gli altri profili lamentati dalla Cgil, residuati  all’esito dell’intervento della Consulta.

In particolare, il CEDS si è riferito non solo all’assenza di prassi giurisprudenziali applicative degli ordinari strumenti risarcitori previsti dalla responsabilità civile, ma anche – e soprattutto – al ruolo dell’istituto della conciliazione, che, con la previsione dell’offerta da parte del  datore di lavoro di una somma pari a una mensilità di retribuzione per ogni anno di servizio, senza alcun onere, fiscale e  contributivo, riduce  la possibilità per il lavoratore di ottenere una  riparazione adeguata.

È stata, quindi, ribadita la necessità della previsione legale di un danno risarcibile commisurato alla effettiva perdita subita dal lavoratore illegittimamente licenziato e sufficientemente dissuasivo per il datore di lavoro.

Come si legge al punto n. 63 della decisione del CEDS, il carattere  inadeguato e penalizzante  del risarcimento del danno «   riguarda ancora di più i lavoratori delle piccole imprese (filiali o stabilimenti con meno di 16 lavoratori, o aziende che occupano in totale fino a 60 lavoratori), cioè quasi la metà dei lavoratori dipendenti occupati sul territorio italiano, poiché, secondo la CGIL, le disposizioni impugnate prevedono in questi casi un’indennità ancora più ridotta in caso di licenziamento illegittimo, che non tiene conto del danno effettivo subito ». Mentre al successivo  punto n. 65  si legge testualmente che, per  quanto ritenuto dalla Cgil nella replica al Governo, «  gli emendamenti introdotti nel luglio 2018 (decreto legge n°87 del 12 luglio 2018, in vigore dal 14 luglio 2018, convertito in legge, con emendamenti, dalla legge n° 96 del 9 agosto 2018) non hanno posto rimedio alla presunta violazione della Carta, nella misura in cui questi emendamenti aumentano esclusivamente le soglie dell’indennizzo in caso di licenziamento illegittimo nelle unità produttive con oltre 15 lavoratori e portano i limiti del massimale da 4 a 6 mensilità e il plafond da 24 a 36 mensilità (articolo 3, comma 1, decreto legge n° 87/2018) per i rapporti di lavoro introdotti nel 2015. In particolare, secondo la CGIL questo intervento legislativo non modifica di fatto il meccanismo indennitario previsto dal decreto legislativo n°23/2015, caratterizzato da un indennizzo generale e limitato da un plafond, [il cui importo aumenta automaticamente in funzione unicamente dell’anzianità di servizio] e da una procedura per il regolamento del contenzioso, previsto ai sensi dell’articolo 6 del suddetto decreto legislativo n° 23/2015, che si rivela effettivamente dissuasivo per i lavoratori e vantaggioso per il datore di lavoro».

7. Il punto di partenza, quindi, della sentenza n. 183/2022 della Corte Costituzionale (ma il ragionamento deriva anche da come è stata impostata l’ordinanza di rimessione) è la Carta sociale europea come parametro interposto del giudizio di costituzionalità, ai sensi dell’art. 117, comma1, Cost., tenuto conto delle interpretazioni rese dal CEDS, suo organo di controllo (v., su questi specifici temi, PERRONE, La forza vincolate delle decisioni del Comitato Europeo dei Diritti Sociali: riflessioni critiche alla luce della decisione CGIL c. Italia dell’11 febbraio 2020 sul Jobs Act sulle tutele crescenti, LDE, 2020, fasc. n.1; v. anche, sempre di PERRONE, Il ruolo dell’art. 24 della Carta Sociale Europea nella sentenza n. 194/2018 della Corte Costituzionale, in Labor, 30 aprile 2019).

Non è questa la sede per affrontare questo tema, molto specialistico, ma l’interesse della Corte Costituzionale per il valore della Carta sociale europea non è recente.

Quando è stata chiamata a valutare l’ammissibilità della richiesta di referendum popolare per l’abrogazione dell’art. 18, st. lav., come modificato dall’art. 1, comma 1, l. n. 108/1990, la Corte Costituzionale, con la sentenza 7 febbraio 2000, n. 46, svalutò la rilevanza costituzionale, il «contenuto costituzionalmente vincolato», della tutela reale disegnata dal legislatore del 1970, da doversi intendere  solo come  «uno dei modi per realizzare la garanzia del diritto al lavoro, che risulta ricondotta, nelle discipline che attualmente vigono sia per la tutela reale che per quella obbligatoria, al criterio di fondo della necessaria giustificazione del licenziamento»; così da ritenere che l’eventuale  rimozione  dell’art. 18,st.lav., lascerebbe, comunque, operante la tutela obbligatoria prevista dalla l. n. 604/1966, come modificata dalla l. n. 108/1990, perfettamente in linea anche con i principi affermati dalla Carta sociale europea.

Ma è con la sentenza n. 120 del 13 giugno  2018 che la Corte Costituzionale, chiamata a decidere sulla legittimità costituzionale dell’art. 1475, comma 2, d.lgs. n. 66 del 15 marzo 2010 (c.d. codice dell’ordinamento militare),  che  privava  i militari del diritto di «costituire associazioni professionali a carattere sindacale o aderire ad altre associazioni sindacali» (quindi di ogni garanzia in materia), affermando il perimetro dell’ applicazione  nei confronti dei militari del diritto di associazione sindacale da parte degli Stati sottoscrittori della Carta sociale europea, ha riconosciuto, pienamente, il valore giuridico di quest’ultima come naturale completamento sul piano sociale della CEDU, dando vita insieme ad essa ad un sistema integrato di tutela dei diritti fondamentali, fondato sul principio dell’indivisibilità dei diritti umani, e, analogamente alla CEDU, quale parametro interposto di costituzionalità ai sensi dell’art. 117, comma 1, Cost.. Si tratta, quindi, di una « fonte internazionale, ai sensi dell’art. 117, primo comma, Cost. Essa è priva di effetto diretto e la sua applicazione non può avvenire immediatamente ad opera del giudice comune ma richiede l’intervento [della]  Corte [Costituzionale], cui va prospettata la  questione di legittimità costituzionale, per violazione del citato primo comma dell’art. 117 Cost., della norma nazionale ritenuta in contrasto con la Carta».

Le differenze rispetto alla CEDU sono evidenziate puntualmente dalla Corte Costituzionale quando scrive che «la Carta sociale europea non contiene una disposizione di effetto equivalente all’art. 32, paragrafo 1, secondo cui “La competenza della Corte si estende a tutte le questioni concernenti l’interpretazione e l’applicazione della Convenzione e dei suoi Protocolli che siano sottoposte a essa […]”. A sua volta, il Protocollo addizionale alla Carta sociale europea, che istituisce e disciplina il sistema dei reclami collettivi, non contiene una disposizione di contenuto analogo all’art. 46 della CEDU, ove si afferma che “Le Alte Parti contraenti si impegnano a conformarsi alle sentenze definitive della Corte sulle controversie nelle quali sono parti”, disposizione che fonda l’autorità di res iudicata delle sentenze rese dalla Corte EDU relativamente allo/ agli Stato/Stati in causa ed alla controversia decisa dalla Corte stessa. Pertanto, rispetto alle decisioni del Comitato europeo dei diritti sociali, non può trovare applicazione quanto affermato da questa Corte nella sentenza n. 348 del 2007: “Poiché […] le norme della CEDU vivono nell’interpretazione che delle stesse viene data dalla Corte europea, la verifica di compatibilità costituzionale deve riguardare la norma come prodotto dell’interpretazione, non la disposizione in sé e per sé considerata”».

Per concludere che «Nel contesto dei rapporti così delineati fra la Carta sociale europea e gli Stati sottoscrittori, le pronunce del Comitato, pur nella loro autorevolezza, non vincolano i giudici nazionali nella interpretazione della Carta, tanto più se − come nel caso in questione − l’interpretazione estensiva proposta non trova conferma nei nostri princìpi costituzionali».

La Corte costituzionale ha, quindi, dichiarato l’illegittimità costituzionale della norma censurata, fermo restando il  divieto di «aderire ad altre associazioni sindacali», essendo consentito ai militari di «costituire associazioni professionali a carattere sindacale alle condizioni e con i limiti fissati dalla legge; non possono aderire ad altre associazioni sindacali».

Questa sentenza della Consulta  privilegia la tesi, non da tutti condivisa, del controllo accentrato di costituzionalità, e tuttavia è difficile non riconoscere l’efficacia indiretta dell’interpretazione della Carta sociale europea resa dal Comitato, quanto meno nei casi in cui i diritti controversi siano coperti anche da specifiche norme della CEDU.

Questo percorso è stato completato, come è noto, dalla sentenza n. 194/2018, dove emerge, in tutta la sua portata interpretativa e applicativa, l’illegittimità di un sistema caratterizzato da un «plafond» progressivo legato all’anzianità di servizio, come  quello previsto dal d. lgs. n. 23/2015, dichiarato incompatibile con la Carta sociale europea, alla luce anche  delle decisione del CEDS.

In quel caso nell’ordinanza di rimessione la parte aveva richiamato la decisione del 31 gennaio 2017, emessa sul reclamo collettivo proposto dalla Finnish Society of Social Rights contro la Finlandia (reclamo n. 106/2014), nella quale il Comitato aveva affermato l’incompatibilità con la Carta sociale europea di una normativa che preveda la reintegrazione nel posto di lavoro solo nel caso di licenziamenti discriminatori e che – come quella censurata davanti alla Corte Costituzionale – introduca un meccanismo sanzionatorio indennitario caratterizzato da un tetto e dall’esclusione dell’azione contrattuale generale civilistica.

Affermava la parte che i rapporti del CEDS– sia quelli sui rapporti periodici presentati dagli Stati contraenti sull’applicazione della Carta, sia quelli sui reclami collettivi – costituirebbero atti interpretativi del contenuto materiale, vivente e dinamico, della Carta, vincolanti per gli stessi Stati con riguardo all’ampiezza e ai contenuti dei diritti sociali previsti dalla Carta.

La parte ricordava infine che, ai sensi dell’art. 151 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE), i diritti definiti nella Carta sociale europea sono «tenuti presenti» dall’Unione europea e dagli Stati membri nell’ambito della politica sociale dell’Unione.

È proprio con questa sentenza che la Corte Costituzionale, fermo restando il suo ruolo preminente, valorizza l’interpretazione resa dalle decisioni del Comitato, puntualizzando che: «l’idoneità della Carta sociale europea a integrare il parametro dell’art. 117, primo comma, Cost. e ha anche riconosciuto l’autorevolezza delle decisioni del Comitato, ancorché non vincolanti per i giudici nazionali (sentenza n. 120 del 2018). A ben vedere, l’art. 24, che si ispira alla già citata Convenzione OIL n. 158 del 1982, specifica sul piano internazionale, in armonia con l’art. 35, terzo comma, Cost. e con riguardo al licenziamento ingiustificato, l’obbligo di garantire l’adeguatezza del risarcimento, in linea con quanto affermato da questa Corte sulla base del parametro costituzionale interno dell’art. 3 Cost. Si realizza, in tal modo, un’integrazione tra fonti e – ciò che più rileva – tra le tutele da esse garantite (sentenza n. 317 del 2009, punto 7 del Considerato in diritto, secondo cui “[i]l risultato complessivo dell’integrazione delle garanzie dell’ordinamento deve essere di segno positivo”)».

8. Nel merito, come abbiamo già detto, la Corte Costituzionale con la sentenza n. 183/2022 riconosce l’inadeguatezza del risarcimento del danno subito dal lavoratore dipendente da una piccola impresa illegittimamente licenziato, ma rimette al legislatore la scelta del trattamento sanzionatorio più congruo, riservandosi un successivo intervento in caso di inerzia.

Si avverte, quindi, un cambio di passo, rispetto alla giurisprudenza costituzionale precedente, che non passerà certo inosservato, posto che, sino ad ora, pur in situazioni diverse, i giudici della legge hanno sempre assunto una posizione remissiva rispetto alla tutela risarcitoria applicata ai licenziamenti illegittimi nelle piccole imprese, in considerazione del dato numerico dei dipendenti addetti; criterio della cui oggettività, a questo punto, la Corte Costituzionale potrebbe anche discutere, superandolo.

Una breve rassegna.

Come è noto, l’art. 11, comma 1, l. n. 604/1966, nel testo originario, escludeva dal campo di applicazione della legge i datori di lavoro fino a 35 dipendenti, e la Corte Costituzionale, con la sentenza  14 aprile 1969, n. 81 dichiarò infondata la q.l.c. sollevata  con riferimento agli artt. 3, 4 e 35, Cost.

Questa posizione è stata ribadita successivamente, anche con riferimento all’art. 35, comma 1, st. lav.  dalla sentenza n. 55 del 6 marzo 1974.

Merita segnalare che immune da vizi di legittimità costituzionale è stata considerata, dalla sentenza 19 giugno 1975, n. 152, la differenza numerica dei dipendenti addetti delle imprese agricole rispetto a quelle industriali e commerciali, arrivando la Corte Costituzionale a dichiarare infondata la q.l.c. dell’art. 35, commi 1 e 2, st. lav.

Mentre,  con riferimento ai datori di lavoro non imprenditori,  la sentenza  8 luglio 1975, n. 189 confermò l’inapplicabilità dell’art. 18, st.lav. rispetto alle imprese industriali e commerciali. Al punto n. 3 del Considerato in diritto la Corte Costituzionale ha ribadito che in materia di licenziamenti illegittimi, in ragione del numero dei dipendenti addetti (ma non solo,  venendo in considerazione anche la disciplina dell’art. 2118, c.c.) «la disciplina differenziata “trova il suo fondamento, oltre che nel criterio della fiduciarietà del rapporto di lavoro e nella opportunità di non gravare di oneri eccessivi le imprese di modeste dimensioni, anche e soprattutto nell’esigenza di salvaguardare la funzionalità delle unità produttive (intese quali articolazioni di una più complessa organizzazione imprenditoriale, fornite di autonomia così dal punto di vista economico-strutturale come da quello funzionale o del risultato produttivo), ed in specie di quelle con un minor numero di dipendenti, nelle quali la reintegrazione nel medesimo ambiente del dipendente licenziato potrebbe determinare il verificarsi di situazioni di tensione nelle quotidiane relazioni umane e di lavoro” (sentenza n. 152 del 1975)».

Corte Cost.  14 gennaio 1986, n. 2, che pure auspicava la giustificazione del licenziamento nelle piccole imprese (poi introdotta dalla l. n. 108/1990), confermando tutta la sua precedente giurisprudenza, ha considerato coerente il ricorso ai  criteri numerici distintivi e l’intero assetto normativo di tutele apprestato ai licenziamenti illegittimi.

Anche Corte Cost. 23 novembre 1994, n. 398 e Corte Cost. n. 44/1996 (quest’ultima indirettamente) hanno confermato la legittimità del regime differenziato delle tutele in ragione delle dimensioni dell’impresa.

Delle sentenze successive, n. 194/2018 e n. 150/2020 abbiamo più volte detto.

Le altre più recenti, che hanno fatto la storia della lettura costituzionale del moderno diritto del lavoro – n. 254 del 26 novembre 2020, n. 59 del 1° aprile 2021 e n. 125  del 17 giugno  2022 – hanno affrontato altri aspetti, pur richiamando i principi di effettività e ragionevolezza, talvolta  con riferimento anche  all’art. 24 della Carta sociale europea e ad altre fonti internazionali mediate dall’art. 117, Cost.

9. Con la sentenza n. 183/2022, la Corte Costituzionale ha accolto l’eccezione di inammissibilità della q.l.c. formulata dalla parte pubblica (punto n. 4 del Considerato in diritto) perché il giudice rimettente, prospettando diverse soluzioni, alternative, tutte conformi a Costituzione (che, va detto, gli hanno impedito di adottare una interpretazione adeguatrice della norma censurata), di fatto ha chiesto alla Consulta  di scegliere tra più opzioni, in mancanza di chiari parametri normativi, così sconfinando   nella discrezionalità politica riservata al legislatore.

C’è un  richiamo espresso alla precedente sentenza n. 45 del 9 giugno 1965, che, pur valutando legittimo il sistema dei licenziamenti delineato dall’art. 2118 c.c., non lo ha considerato insensibile al precetto dell’art. 4, Cost., riconoscendo la dovuta rilevanza alla peculiare natura del rapporto di lavoro ed alla posizione del lavoratore nell’impresa, alla luce sia dei provvedimenti  che  avevano limitato o temporaneamente precluso, a tutela di particolari interessi dei lavoratori,  il potere di recesso del datore di lavoro (il riferimento espresso è alla legge 9 gennaio 1963, n. 7), sia, soprattutto, degli accordi sindacali interconfederali di metà degli anni ‘60 (quello  del 29 aprile 1965, sui licenziamenti individuali, e quello del 5 maggio 1965, sui licenziamenti per riduzione del personale), a dimostrazione  che le condizioni economico-sociali del paese di quegli anni consentivano una «nuova disciplina, verso la quale l’evoluzione legislativa viene sollecitata anche da raccomandazioni internazionali (cfr. 46 e 47 sessione della Conferenza internazionale del lavoro)».

Sembra quasi che la Corte Costituzionale, facendo tabula rasa (è una forzatura interpretativa mia, ovviamente) degli interventi legislativi successivi a quelli degli anni ’70, voglia richiamare l’auspicio che essa stessa aveva evocato in quella sentenza alla viglia della legge n. 604 del 1966, utilizzando queste parole di forte significato : «Se, infatti, è vero che l’indirizzo politico di progressiva garanzia del diritto al lavoro, dettato nell’interesse di tutti i cittadini, non comporta la immediata e già operante stabilità di quelli di essi che siano già occupati, ciò non esclude, ma al contrario esige che il legislatore nel quadro della politica prescritta dalla norma costituzionale adegui, sulla base delle valutazioni di sua competenza, la disciplina dei rapporti di lavoro a tempo indeterminato al fine intimo di assicurare a tutti la continuità del lavoro, e circondi di doverose garanzie – particolarmente per quanto riguarda i principi fondamentali di libertà sindacale, politica e religiosa, immediatamente immessi nell’ordinamento giuridico con efficacia erga omnes, e dei quali, perciò, i pubblici poteri devono tener conto anche nell’interpretazione ed applicazione del diritto vigente – e di opportuni temperamenti i casi in cui si renda necessario far luogo a licenziamenti».

La Corte Costituzionale, ovviamente, richiama i principi affermati nelle sue precedenti sentenze nn. 194/2018 e  150/2020, ma rileva, in proposito, che in quelle controversie il giudice rimettente aveva censurato specificamente il meccanismo di computo dell’indennità risarcitoria parametrato solo sull’anzianità di servizio, rendendo facile il compito del giudice delle leggi di incidere in maniera chirurgica sulla norma censurata;  mentre nella controversia che ora ci occupa l’intervento richiesto dal giudice rimettente è a cielo aperto, risultando possibili molte soluzioni,  alternative, tutte costituzionalmente legittime.

Non è, qui,  in discussione, la natura fiduciaria delle piccole imprese che porta ad escludere la sanzione reintegratoria, ma il compito di rideterminare, nei limiti minimo e massimo, l’indennità risarcitoria, riconosciuto al legislatore che ha imposto alla Corte Costituzionale  una autolimitazione dei suoi poteri di intervento.

Qual è allora il senso del monito rivolto al legislatore di attivarsi, riservandosi la Corte, in caso di inerzia, un intervento demolitorio, ma al tempo stesso costruttivo?

Lo spiega, richiamando la precedente sentenza 19 luglio 2022, n. 180 (ed in particolare il punto n. 7 del Considerato in diritto) relativa alla informazione antimafia interdittiva, che, senza intervenire con la pronuncia di illegittimità costituzionale dell’art.92, d. lgs. 6 settembre 2011, n. 159 (c.d. codice antimafia), ha dichiarato inammissibili le q.l.c. sollevate dal giudice amministrativo rimettente  con riferimento agli artt. 3, comma 1, 4 e 24,  dopo aver affermato che: «[…] non può essere una pronuncia di questa Corte, allo stato, a farsi carico – allo scopo di sanare l’accertato vulnus al principio di uguaglianza – dei complessi profili fin qui segnalati»; non senza rilevare che, considerata «la necessità di accordare tutela alle esigenze di sostentamento dei soggetti che subiscono, insieme alle loro famiglie, a causa delle inibizioni all’attività economica, gli effetti dell’informazione interdittiva», […] in considerazione del rilievo dei diritti costituzionali interessati dalle odierne questioni, questa Corte non può conclusivamente esimersi dal segnalare che un ulteriore protrarsi dell’inerzia legislativa non sarebbe tollerabile (analogamente, sentenza n. 22 del 2022) e la indurrebbe, ove nuovamente investita, a provvedere direttamente, nonostante le difficoltà qui descritte».

È, questo, un meccanismo di rinvio che la Corte Costituzionale ha utilizzato già in diverse situazione: ad es., di recente,  con la sentenza n. 22 del 27 gennaio 2022 (espressamente citata in motivazione), a proposito  dell’applicazione concreta delle norme vigenti in materia di residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza (REMS) nei confronti degli autori di reato affetti da patologie psichiche, che presenta numerosi profili di frizione con i principi costituzionali, che il legislatore è stato chiamato ad  eliminare al più presto; e, in precedenza, sebbene in altro contesto, con la sentenza n. 32 del 9 marzo 2021, che, in relazione alla fecondazione eterologa praticata da due donne all’estero, il cui rapporto, dopo anni, è diventato conflittuale, criticando il vuoto di tutela dell’interesse del minore, ha ritenuto indifferibile una legge per garantire ai nati pieni diritti alla cura, all’educazione, all’istruzione, alla stabilità dei rapporti affettivi, ritenendo non più tollerabile il  protrarsi dell’inerzia del legislatore.

Merita segnalare che, in quest’ultima sentenza (dovuta alla penna dello stesso giudice che ha redatto la sentenza n. 183/2022), la Corte Costituzionale ha prospettato  al legislatore un ventaglio di soluzioni alternative possibili, tutte intese a regolamentare la necessaria tutela del minore.

Pertinente è anche il richiamo alla materia dell’ergastolo ostativo che ha avuto una prima valutazione della Corte Costituzionale con l’ordinanza n. 97 dell’11 maggio 2021, che ha disposto un rinvio della decisione, proprio per consentire un provvedimento sistematico del Parlamento. In quella occasione è stato osservato che un intervento meramente “demolitorio” della Corte avrebbe potuto produrre effetti disarmonici sul complessivo equilibrio di tale disciplina, compromettendo le esigenze di prevenzione generale e di sicurezza collettiva che essa persegue per contrastare il fenomeno della criminalità mafiosa, rilevando che appartiene invece alla discrezionalità legislativa decidere quali ulteriori scelte possono accompagnare l’eliminazione della collaborazione quale unico strumento per accedere alla liberazione condizionale.

Anche in questo caso, la Corte ha evidenziato che fra queste scelte «potrebbe, ad esempio, annoverarsi la emersione delle specifiche ragioni della mancata collaborazione, ovvero l’introduzione di prescrizioni peculiari che governino il periodo di libertà vigilata del soggetto in questione».

Per questi motivi  la Corte Costituzionale  aveva ritenuto necessario rinviare il giudizio e fissare una nuova discussione alla data del 10 maggio 2022, così da garantire al legislatore il tempo necessario per affrontare questa delicata materia. Come è noto il legislatore non è intervenuto in tempo per detta udienza ed è stato disposto un nuovo rinvio, su richiesta della Presidenza del Consiglio dei Ministri, con l’ordinanza n. 122 del 13 maggio 2022 (oggetto di severe critiche, come pure la prima ordinanza). Questa decisione è stata adottata in considerazione del fatto che la Camera ha approvato una proposta di legge ora all’esame del Senato e che, nella seduta del 4 maggio 2022, il Presidente della Commissione Giustizia di Palazzo Madama aveva auspicato un nuovo rinvio dell’udienza per consentire la prosecuzione e la conclusione dei lavori parlamentari. Lo stato di avanzamento dell’iter di formazione della legge ha portato la Corte Costituzionale a concedere l’ulteriore rinvio, ma in tempi contenuti (sino all’8 novembre), considerata la necessità di decidere sulle q.l.c. sollevate dalla Corte di Cassazione, prima sezione penale.

Ancor prima, con riferimento al caso “Cappato e DJ Fabo”, la Corte Costituzionale, con l’ordinanza n. 207 del 16 novembre 2018, riconoscendo, senza (ancora) dichiarare, la parziale illegittimità costituzionale dell’art. 580 c.p., nella parte in cui non escludeva la non punibilità di chi agevola il proposito suicida, autonomamente e liberamente formatosi in gravissime condizioni di salute, aveva  impostato un dialogo – rivelatosi poi infruttuoso – con il Parlamento, invitato, nel rispetto della sua discrezionalità (trattandosi, peraltro, di materie eticamente sensibili), a intervenire, in ossequio alle modalità suggerite dalla stessa Corte, per colmare, in maniera risolutiva, il ravvisato vulnus costituzionale.

Come si ricorderà, decorso il termine di circa un anno dato al Parlamento per legiferare, la Corte Costituzionale, per colmare questa grave inerzia,  intervenne con la preannunciata sentenza, demolitoria, n. 242 del 22 novembre 2019, nella quale si legge che l’esigenza di garantire la legalità costituzionale deve prevalere su quella di lasciare spazio alla discrezionalità del legislatore; e se la dichiarazione di incostituzionalità rischia di creare vuoti di disciplina che mettono in pericolo diritti fondamentali, la Corte costituzionale deve preoccuparsi di evitarli, ricavando dal sistema vigente i criteri di riempimento, in attesa dell’intervento del Parlamento.

Questa posizione è stata espressa proprio di recente dalla sentenza n. 202 del 28 luglio 2022, ma con una prospettiva diversa – e una diversa conclusione – che merita segnalare.

Nel caso in esame,  la Corte Costituzionale (che ha dichiarato inammissibili le q.l.c. dell’art. 6, comma 2, lett. b), l. 3 dicembre 1999, n. 493, volte ad includere nella copertura assicurativa degli infortuni domestici  anche eventi verificatisi al di fuori della dimora del nucleo familiare, presso l’abitazione di “stretti familiari non conviventi per quanto bisognosi di assistenza domestica”), ha affermato che l’intervento estensivo della copertura assicurativa sollecitato dai giudici rimettenti richiederebbe una riforma di sistema, inibita alla Corte e rimessa alle scelte discrezionali del legislatore; e tuttavia è ineludibile un intervento del legislatore per individuare gli strumenti e le modalità migliori per fruire delle prestazioni.

Scrive la Corte (al punto n. 8.1.10 del Considerato in diritto): «Nel senso di una conclusione di inammissibilità della sollevata questione converge la necessità di operare una «revisione organica della materia in esame» nella composizione della pluralità degli interessi in gioco, altrimenti affidata a scelte “eccessivamente manipolative” di questa Corte, destinate ad incidere sulla stessa funzionalità dell’assetto previsto dalla norma, con conseguenti disarmonie di sistema (sulla necessità di una revisione di sistema quale limite di ammissibilità della questione con cui si solleciti l’intervento della Corte costituzionale: sentenza n. 101 del 2022 ed in senso analogo: sentenze n. 143, n. 100 e n. 1 del 2022; sentenze n. 151, n. 33 e n. 32 del 2021; sentenze n. 80 e n. 47 del 2020 e sentenza n. 23 del 2013)».

Non è stato preannunciato, in caso di inerzia del legislatore, un intervento successivo della Consulta che in questo caso ha manifestato, probabilmente per l’ampiezza della materia da riscrivere, maggiore self-restraint istituzionale.

10. Qualche, provvisoria, conclusione, anche se, nella situazione data, è difficile fare previsioni.

L’unico intervento che, tra quelli anche prospettati nell’ordinanza di rimessione, la Corte Costituzionale potrebbe fare in caso di inerzia del legislatore – senza mettere in discussione l’intero impianto del Job Act – è quello di eliminare il limite massimo delle sei mensilità, che, con il dimezzamento previsto dall’art. 3, comma 1, d. lgs. n. 23/2015, lo porterebbe a 18 mensilità.

Ogni altro intervento risulterebbe ultroneo per il ruolo rivestito dalla Corte Costituzionale.

Tuttavia, non è, questo, un intervento indolore, considerato che la misura del risarcimento in questi termini contraddice il rapporto proporzionale tra le due previsioni del Jobs Act rapportate al numero dei dipendenti (art. 3, comma 1 e art. 9, comma 1), per come originariamente è stato disegnato, ma anche rispetto ad altre previsioni, di natura economica, dello stesso decreto ed ancora di più rispetto alla tutela, meramente economica, apprestata dall’art. 18, st. lav., nel testo vigente a seguito della riforma c.d. Fornero.

Del resto, è difficile immaginare un intervento costituzionale tale da incidere sulla misura massima del risarcimento (che non sia quella del dimezzamento dell’importo come sopra prospettato), rimodulandola sulla base di una discrezionalità che ad essa non è consentita.

Risulterebbe, in ogni caso evidente, e del tutto   ingiustificata, la tutela differente e peggiorativa riservata ai lavoratori assunti prima del 7 marzo 2015, ai quali si applica il regime di cui all’art. 8, l. n. 604/1966.

In un successivo, possibile, intervento, la Corte Costituzionale dovrebbe porsi anche questo problema di coordinamento dei diversi regimi normativi.

Nella consapevolezza della complessità del problema e della necessaria rivisitazione sistematica dell’intera disciplina dei licenziamenti, che spetta al legislatore, la Corte Costituzionale non è intervenuta con una pronuncia di incostituzionalità, che nei termini sopra indicati o con l’applicazione di altri criteri, avrebbe sicuramente creato una disarmonia normativa, in diversi settori; avrebbe risolto un problema, quello  del disequilibrio delle tutele economiche, denunciato dal giudice rimettente, ma ne avrebbe creati degli altri.

Peraltro, a differenza di altre pronunce, questa sentenza-monito non ha fissato un termine per la trattazione e la decisione delle q.l.c. sollevate, disponendo un rinvio, ma ha lasciato alla sensibilità dei giudici delle controversie rilevanti di rimettere nuovamente alla Corte ogni questione ritenuta non manifestamente infondata, per metterla nella condizione di decidere.

In questo quadro, peraltro, anche al legislatore è affidato un compito non facile, perché l’intervento sollecitato dal Tribunale di Roma,  elaborato positivamente  anche dalla Corte Costituzionale, che fa riferimento alla Carta sociale europea e all’interpretazione resa dal Comitato europeo dei diritti sociali, imporrebbe una valorizzazione delle effettive dimensioni economiche del datore di lavoro, non necessariamente collegate al numero dei dipendenti, che sino ad ora ha rappresentato un discrimine basato su un dato oggettivo, facilmente verificabile (anche in sede di giudizio), anche al fine di garantire una tutela contro i licenziamenti illegittimi in tempi ragionevoli.

A ciascuno il suo mestiere, quindi, ma il legislatore sarà in grado di svolgere il suo in tempi ragionevoli, prima del giorno del giudizio di costituzionalità?

Vincenzo Antonio Poso, avvocato in Pisa

Visualizza il documento: C. cost., 22 luglio 2022, n. 183

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