Responsabilità contrattuale ex art. 2087 c.c. e onere della prova: esiste un contrasto giurisprudenziale occulto?

di L. Sposato -

La Cassazione, con la sentenza del 29 marzo 2022, n.10115, qui annotata, affronta il tema del riparto dell’onere di allegazione e prova per il caso di domanda di risarcimento del danno da violazione degli obblighi di sicurezza imposti dall’art. 2087 c.c. al datore di lavoro.

Nella motivazione è specificato che l’art. 2087 c.c. configura una responsabilità di natura contrattuale «collegata alla violazione degli obblighi di comportamento imposti da norme di legge o suggeriti dalle conoscenze sperimentali o tecniche del momento» (così nella motivazione della sentenza).

La natura contrattuale della responsabilità implica che il creditore (ossia il lavoratore danneggiato) possa limitarsi ad allegare e provare: a) l’esistenza del danno, b) la nocività dell’ambiente di lavoro e c) il nesso causale tra l’una e l’altra; incombendo «sul datore di lavoro l’onere di provare di avere adottato tutte le cautela necessarie ad impedire il verificarsi del danno […]» (sempre nella motivazione della sentenza).

Questo ragionamento conduce alla cassazione della sentenza impugnata che, ad avviso della Corte, sarebbe caratterizzata da un errore di diritto: i su esposti principi, desumibili dalla giurisprudenza di legittimità sarebbero correttamente evocati nella motivazione del giudice di appello ma maldestramente applicati.

Il giudice di appello, difatti, sulla base della medesima cornice di principi e regole cui si richiama la sentenza in analisi «ha ritenuto che fosse onere del lavoratore dimostrare la sussistenza di specifiche omissioni datoriali nella predisposizione delle misure di sicurezza suggerite dalla particolarità del lavoro, dall’esperienza e dalla tecnica necessarie ad impedire il verificarsi del pregiudizio subito […]» (ancora nella motivazione della sentenza).

Escludere che il lavoratore/danneggiato debba allegare e provare specifiche omissioni datoriali significa far coincidere la causalità materiale (che attiene ai rapporti tra condotta e danno evento) con l’inadempimento. Si tratta di una posizione concettuale che deriva direttamente dalla Cass. SU 30/10/2001, n.13533 e che caratterizza (secondo i suoi fautori) tutta l’area della responsabilità contrattuale.

Questo è lo schema concettuale del quale fa applicazione la sentenza in analisi: l’inadempimento corrisponde alla lesione dell’interesse tutelato dal contratto e, dunque, al danno evento. In ragione di ciò, il creditore può limitarsi ad allegare l’inadempimento, nel quale è assorbita la causalità materiale:

Nella giurisprudenza di legittimità, però, si sta delineando un diverso orientamento che tende a distinguere il profilo dell’inadempimento da quello della causalità materiale, con ricadute significative sul riparto dell’onere di allegazione e prova.

L’orientamento riguarda tutti i casi in cui la fonte contrattuale non identifica in maniera specifica la condotta (commissiva o omissiva) che causa l’evento di danno perché la condotta non si identifica con la prestazione oggetto dell’obbligazione principale e non è direttamente correlata all’interesse che la prestazione mira a soddisfare.

In tema di responsabilità medica, la cassazione ha affermato che «tale forma del rapporto tra causalità materiale e responsabilità contrattuale [n.d.r.: la forma che caratterizza il primo orientamento sopra sintetizzato, al quale si richiama la sentenza in analisi] attiene tuttavia allo schema classico dell’obbligazione di dare o di fare contenuto nel codice civile. Nel diverso territorio del facere professionale la causalità materiale torna a confluire nella dimensione del necessario accertamento della riconducibilità dell’evento alla condotta […]» (così la nota Cass. 11/11/2019, n.28991).

Ad avviso della Cassazione, dunque, in questo “diverso territorio” «il danno evento […] attinge non all’interesse affidato all’adempimento della prestazione professionale, ma quello presupposto corrispondente al diritto alla salute» (così sempre la Cass. n.28991 cit.).

Sotto questo profilo, allora, il creditore è onerato anche dell’allegazione e prova di una specifica condotta del debitore nella sua materialità (non solo del mero inadempimento in quanto tale).

Echi di questo orientamento si ritrovano in tema di responsabilità ex art. 2087 c.c.

La Cass. 25/10/2021, n.29909, difatti, elaborando un ragionamento del tutto simile a quello appena esposto, statuisce che «nel caso dell’art. 2087 […] l’allegazione dell’inadempimento datoriale richiederà, a seconda delle concrete circostanze e della peculiarità e complessità della situazione che ha determinato la esposizione a pericolo del lavoratore, causalmente collegata al danno sofferto, la individuazione delle misure di prevenzione che il datore di lavoro avrebbe dovuto adottare al fine di evitare la lesione del bene tutelato».

Questo secondo orientamento pare esprimere un approccio maggiormente orientato a dare rilievo alle specificità della fattispecie concreta: non tutti gli ambienti di lavoro, difatti, sono di per sé nocivi.

Per gli ambienti in cui non è possibile individuare indici di nocività che prescindono dalla mancata adozione di specifiche misure datoriali di contenimento del rischio, dunque, l’onere del lavoratore sarebbe soddisfatto dalla mera allegazione del danno oppure, in termini paradossali, risulterebbe impossibile da soddisfare.

Luigi Sposato, avvocato in Cosenza

Visualizza il documento: Cass., 29 marzo 2022, n.10115

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