Reiterazione di contratti a tempo determinato, termine di decadenza per l’impugnazione, regime di acausalità: un terreno ancora incerto per la tutela dei diritti del lavoratore

di S. Grivet Fetà -

La sentenza della Corte di Appello di Firenze qui annotata (23 giugno 2022, n. 291) esamina il ricorso di un musicista assunto a tempo determinato da una Fondazione Lirico-Sinfonica con una successione di contratti a tempo determinato in un arco temporale complessivo di oltre dieci anni.

La Corte, premesso immediatamente che alla vicenda in esame dovevano ritenersi applicabili le ordinarie norme sul rapporto di lavoro a tempo determinato (artt. 19 ss. d.lgs. 15 giugno 2015, n. 81), stante la contrarietà alla normativa eurounitaria della disposizione nazionale che prevedeva un regime derogatorio per i rapporti di lavoro alle dipendenze delle fondazioni lirico-sinfoniche (Corte Giustizia UE, 25 ottobre 2018, n. 331, Causa C-331/17), ha tuttavia confermato la sentenza di primo grado del Tribunale di Firenze e respinto il ricorso del lavoratore.

La sentenza in esame evidenzia infatti che il lavoratore, in virtù del regime di decadenza di cui all’art. 28, comma 1, d.lgs. 81/2015, aveva impugnato soltanto alcuni dei contratti a termine intercorsi, e precisamente quelli stipulati nel periodo dal 12.06.2018 al 02.09.2018.

La Corte evidenzia, anche, che a mezzo dei suddetti contratti impugnati non può certamente dirsi superato il limite massimo di durata di un rapporto a termine pari a 36 o 24 mesi e dunque tale doglianza dell’appellante non può accogliersi.

L’elemento significativo di questa statuizione della Corte risiede nell’affermazione per cui, secondo il Collegio fiorentino, l’avvenuto decorso del termine di decadenza per l’impugnazione di alcuni contratti impedisce al Giudice non solo di valutarne la legittimità in termini di elementi e vizi formali e sostanziali, ma anche di considerare la stessa esistenza di quei contratti al fine di cumularne la durata con quella dei contratti tempestivamente impugnati per rilevare l’eventuale superamento del limite massimo di durata dei rapporti a termine complessivamente intercorsi tra le medesime parti.

Tale orientamento non risulta univoco in giurisprudenza: già nella vigenza del precedente d.lgs. 6 settembre 2001, n. 368, la giurisprudenza di merito aveva infatti affermato che «l’art. 32 del c.d. Collegato lavoro prevede l’onere di impugnare il contratto a termine nei soli casi relativi alla genesi del rapporto ed alla sua proroga […] mentre in nessun caso […] la norma prevede espressamente la decadenza nel caso di azione tesa a far valere, come nella fattispecie in esame, la successione abusiva di contratti a termine» (Trib. Ferrara, 11 aprile 2017, n. 81).

Anche di recente, è stato argomentato che, nel caso in cui il vizio fatto valere in giudizio non riguardi la forma e sostanza del singolo contratto, bensì l’illegittima reiterazione di più contratti a termine, è ovvio che l’impugnazione tempestiva dell’ultimo contratto renda possibile contestare l’eccessiva durata del complessivo rapporto intercorso, a prescindere dall’avvenuto decorso del termine di decadenza rispetto a precedenti rapporti che, sommati all’ultimo, superano il limite massimo globale di durata di 24 o 36 mesi (App. Roma, 19 febbraio 2021, n. 372; Trib. Trento, 4 dicembre 2018, n. 223).

Si segnala che, al contrario, in tema di somministrazione di lavoro a tempo determinato la Suprema Corte sembra stabilmente orientata nel riconoscere il decorso del termine di decadenza per l’impugnazione in relazione ad ogni singolo rapporto intercorso, a prescindere dalla reiterazione di diversi successivi contratti tra le medesime parti (Cass., 30 settembre 2019, n. 24356, ove vengono richiamati tutti i precedenti della Corte).

Un altro aspetto evidenziato dalla Corte fiorentina nella sentenza in esame riguarda il regime di indicazione della causale giustificativa nei contratti impugnati: il Collegio è in questo senso chiaro nel ritenere che, trattandosi di rinnovi di contratto a termine, la nuova disciplina del cd. Decreto Dignità (d.lgs. 12 luglio 2018, n. 87) sia applicabile unicamente ai contratti sottoscritti successivamente al 31 ottobre 2018 (art. 1, comma 2, d.lgs. 81/2018) e che, dunque, essendo i contratti oggetto di giudizio stipulati nel regime della cd. acausalità di cui al previgente art. 19 d.lgs. 81/2015, non sia permessa al Giudice alcuna indagine sulla causale stessa e il suo carattere di temporaneità.

Questa tesi, come noto, ha trovato opposizione in giurisprudenza (invero in tema di contratto di somministrazione a termine) nelle pronunce di merito che hanno ritenuto che, a prescindere dal regime normativo di acausalità, la reiterazione per un lungo periodo di tempo di rapporti a termine si sarebbe posta in ogni caso in contrasto con il quadro normativo di riferimento, che impone che le esigenze di ricorso ai rapporti a tempo determinato, per quanto non esplicitate, siano comunque munite di un carattere costitutivo di temporaneità, negato in radice dall’esistenza di un complessivo rapporto durato per anni in modo pressoché ininterrotto (Trib. Lecce, 18 ottobre 2021, n. 3401; Trib. Firenze, 26 settembre 2019, n. 794).

Sabrina Grivet Fetà, avvocato in Reggio Emilia e dottoressa di ricerca nell’Università di Modena e Reggio Emilia

Visualizza il documento: App. Firenze, 23 giugno 2022, n. 291

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