Quando il licenziamento di una giovane mamma non è «politicamente corretto». Un caso di scuola

di V. A. Poso -

La Corte di Appello di Catanzaro, con la sentenza n. 920 del 2 agosto 2021, ha posto un punto fermo al contenzioso di merito che ha visto contrapposta alla sua azienda (una nota casa farmaceutica) una giovane lavoratrice madre che alla fine l’ha spuntata ottenendo l’annullamento del suo licenziamento, dichiarato ritorsivo e discriminatorio, e la reintegrazione in servizio.

Oltre che giudiziaria (e sindacale) è stata anche una battaglia mediatica. Ne ha parlato la stampa, con una sovraesposizione della stessa lavoratrice interessata. Ne ha parlato anche un libro che ha raccontato questa storia (L. Scarpelli, La spettabile F., Edizioni Erranti, 2020).

La Corte di Appello di Catanzaro svolge le sue argomentazioni a sostegno della nullità del licenziamento intimato per un “insussistente” e “ingiustificato” motivo oggettivo, dopo aver dato conto non solo dei due precedenti esiti favorevoli alla società datrice di lavoro, ordinanza sommaria del 23 luglio 2019 e sentenza del Tribunale di Cosenza n. 1264 del 29 luglio 2020, ma anche delle due ordinanze cautelari (del 5 dicembre 2016, con riferimento al trasferimento del 15 luglio 2016, e del 3 aprile 2017, con riferimento al trasferimento del 19 dicembre 2016) che avevano, giudicato illegittimi i due trasferimenti, uno di seguito all’atro, da Cosenza a Salerno, che distano circa 250 Km.

Il clichè è (quasi) sempre lo stesso: proporre un trasferimento di sede impossibile, non fosse altro per le mutate condizioni personali e familiari della giovane mamma che deve accudire il suo bambino, non sempre fondato su oggettive esigenze di servizio (che non possono, ovviamente, esse escluse a priori).

Nel caso di specie la Corte di Appello di Catanzaro (a differenza del Tribunale di Cosenza, nel giudizio di merito, non in quello cautelare) le ha escluse, anche perché la società datrice di lavoro aveva motivato la necessità della soppressione della posizione lavorativa a Cosenza con il calo di redditività, anche se dai bilanci prodotti in causa questo dato non emergeva.

In estrema sintesi, il licenziamento era giustificato, a detta dell’azienda, dal processo di riorganizzazione finalizzato a ridurre i costi, anche del personale, legati alle sedi operative in modo da far sì che il numero degli operatori fosse confacente alle effettive esigenze aziendali ed ai reali volumi di attività/redditività ed alle scelte imprenditoriali adottate per una migliore organizzazione delle attività di sede e il contenimento dei costi.

Dato atto delle iniziative aziendali finalizzate ad ottenere un contenimento dei costi di gestione (chiusura di sedi, disdetta dei contratti di locazione, licenziamento del personale in esubero presso le sedi di Grosseto, Perugia, Catania, Lecce), per la sede di Cosenza era ritenuta sufficiente l’utilizzazione di una sola lavoratrice a tempo pieno, che aveva rifiutato la trasformazione del suo rapporto di lavoro in tempo parziale, così da potersi integrare con il part-time della ricorrente, lavoratrici entrambe con il medesimo inquadramento.

Nella lettera di licenziamento, il cui testo è riportato nella premessa narrativa della sentenza annotata, si dà, quindi, atto che l’unica soluzione alternativa al licenziamento, prima paventato, poi operativo, sarebbe stato il trasferimento presso la sede di Salerno, contrastato, anche in sede giudiziaria, dalla lavoratrice, che non poteva essere nemmeno trasferita a Reggio Calabria (distante, comunque, 200 Km da Cosenza), trattandosi di sede satura, che non consentiva la presenza di altri dipendenti.

La Corte di Appello, criticando la sentenza impugnata, prende le mosse dalla mancata dimostrazione di due presupposti che l’azienda ha inteso collegare alla circostanza della riorganizzazione aziendale e del contenimento dei costi, e cioè il calo del fatturato e il trend negativo dell’andamento aziendale, che risulterebbero indimostrati, in misura comunque contraddittoria per l’anno 2014, con riferimento alle royalties annuali legate all’utilizzo del marchio aziendale, che deporrebbero per un aumento del fatturato del 2014 rispetto all’anno 2013, ma soprattutto per l’allegazione e prova insufficiente o addirittura carente con riferimento agli anni a venire, 2015, 2016 e parte del 2017 (considerato che il licenziamento risaliva al mese di giugno 2017).

Del resto, ricordano i giudici di appello, è vero che la Corte di Cassazione, con la nota sentenza 2016, n. 25201 (che si può leggere in Questa Rivista, 12 gennaio 2017, con nota di Poso, La Cassazione supera definitivamente la giurisprudenza sul giustificato motivo oggettivo di licenziamento ispirata alla funzione sociale dell’impresa?) ha svalutato l’andamento economico negativo dell’azienda come presupposto fattuale da provare ai fini della legittimità del licenziamento per giustificato motivo oggettivo, «essendo sufficiente che le ragioni inerenti all’attività produttiva ed all’organizzazione del lavoro, comprese quelle dirette ad una migliore efficienza gestionale ovvero ad un incremento della redditività, determinino un effettivo mutamento dell’assetto organizzativo attraverso la soppressione di un’individuata posizione lavorativa»; ma è anche vero che «ove, però, il recesso sia motivato dall’esigenza di far fronte a situazioni economiche sfavorevoli o a spese di carattere straordinario, ed in giudizio se ne accerti, in concreto, l’inesistenza, il licenziamento risulterà ingiustificato per la mancanza di veridicità e la pretestuosità della causale addotta».

A questo punto, partendo dalla manifesta insussistenza del giustificato motivo oggettivo, il ragionamento giuridico della Corte di Appello di Catanzaro procede in discesa, per affermare la natura ritorsiva e discriminatoria del licenziamento, che sembra scontata.

Innanzitutto, con riferimento ai due trasferimenti, adottati a poca distanza di tempo uno dall’altro e sospesi dal Giudice del Lavoro di Cosenza in via cautelare (senza interposizione di reclamo). Mentre a seguire, dopo appena 20 giorni dalla pronuncia della seconda ordinanza cautelare, è stata attivata la procedura preventiva di cui all’art. 7, l. n. 604 del 15 luglio 1966, che ha portato al licenziamento oggetto di impugnazione.

Secondo i giudici di appello l’«unico motivo alla base dell’intimato recesso va ravvisato nell’intento del datore di lavoro di punire la lavoratrice per la strenua, inaspettata e vittoriosa resistenza opposta dalla stessa in sede giudiziale avverso i due trasferimenti, ciò che peraltro era suo pieno diritto».

Tuttavia questa argomentazione, pur sostenuta con articolati passaggi motivazionali (ai punti n. 36 e 37) darebbe conto della natura ritorsiva del trasferimento e non della sua discriminatorietà, anche se, a sostegno della ritenuta nullità del licenziamento, la Corte di Appello di Catanzaro valorizza il fatto che in nessun giudizio è risultata allegata e provata l’esigenza aziendale di implementare il personale addetto alla sede di Salerno, rispetto alla sede di Cosenza, che pure risultava avere una rilevanza economica pari, se non maggiore, rispetto alla prima. Restando in disparte la circostanza, allegata, ma non provata, dell’assunzione a tempo determinato presso la sede di Salerno di una dipendente, che sarebbe arretrata, con la risoluzione del suo rapporto di lavoro, una volta destinata a questa sede la lavoratrice poi licenziata.

Dalla natura ritorsiva del licenziamento, e dalla concatenazione e susseguirsi degli eventi, i giudici di appello, con un giudizio inverso (non so quanto corretto, ma la sostanza della nullità rimane) traggono motivo per affermare anche la natura discriminatoria del licenziamento.

Scrive la Corte: «È dunque palese che il contegno aziendale era rivolto ad indurre la lavoratrice neomamma a rinunciare al suo posto di lavoro, essendo agevole ritenere che la stessa, proprio perché madre di un bambino di poco più di un anno di età, non avrebbe potuto sostenere da sola un trasferimento a circa 250 Km di distanza (sul punto si osserva che è pacifico tra le parti che il marito della ricorrente lavorasse in quel di Catania)».

La Società resistente non è riuscita a dimostrare la coerenza delle scelte fatte in altre sedi, nella prospettiva di avvalorare la tesi di nessuna discriminazione effettuata con riferimento alle 20 lavoratrici ( su una complessiva forza lavoro di circa 80 dipendenti), in particolare considerando che le altre lavoratrici madri sono state sì licenziate, ma in due sedi, quelle di Grosseto e Potenza, definitivamente chiuse; mentre presso la sede di Lecce le due dipendenti in servizio non avevano carichi di famiglia e a Catania era stata licenziata una dipendente, madre di figlio minorenne, ma, a differenza della ricorrente, full-time.

Vengono superate, quindi, le argomentazioni spese nei giudizi di merito che avevano ritenuto legittimo il licenziamento escludendone la natura discriminatoria perché basata solo sulla condizione della maternità della lavoratrice e la natura ritorsiva legata unicamente alle vicende dei due trasferimenti, con i quali, a dire del Tribunale di Cosenza, l’azienda aveva cercato di salvaguardare il posto di lavoro della lavoratrice madre.

Vincenzo Antonio Poso, avvocato in Pisa

Visualizza il documento: App. Catanzaro, 2 agosto 2021, n. 920

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