Per eccesso di zelo? Il caso del Capotreno inflessibile ed estremamente puntiglioso nell’elevare contravvenzioni licenziato illegittimamente

di V. A. Poso -

Se non ci fosse stata la ribalta mediatica che ha avuto, forse la sentenza della Corte di Cassazione (n. 12789 del 21 aprile 2022), qui annotata, non avrebbe meritato una particolare segnalazione per le questioni giuridiche trattate, anche se alcuni profili sono di un certo interesse.

Di sicuro interesse è, però, il caso oggetto della controversia, non certo per l’eccesso di zelo, frutto di una semplificazione giornalistica (che, comunque, trova riscontro anche nella rappresentazione dei fatti risultante dalla sentenza di appello), anche se di contravvenzioni il Capotreno ne ha fatte davvero tante, circa 5.000 in poco più di due anni, comunque in una tratta veneziana abbastanza trafficata.

Nell’immediatezza della pubblicazione della sentenza della S.C. che, in linea di continuità con le pronunce di merito veneziane (ordinanza sommaria del 18 gennaio 2018 e sentenza 17 dicembre 2018, n.689 del Tribunale; sentenza 1° agosto 2019, n. 434 della Corte di Appello), ha chiuso definitivamente il caso, nell’intervista rilasciata ad Andrea Priante, pubblicata sul Corriere della Sera del 24 aprile 2022 (Il capotreno zelante e le 5 mila multe. «Non sono spietato. La gente mi adora», prontamente rilanciata anche da molti altri media), il Capotreno, orgoglioso del suo lavoro e della tradizione familiare di ferroviere, ha dichiarato: «Non sono un cacciatore di taglie, ma sul lavoro ci vuole rigore, devo impegnarmi affinché tutti i passeggeri viaggino con regolare biglietto. Non sono mai autoritario né prepotente, è una questione di civiltà».

La premessa della sentenza annotata rappresenta con dovizia di particolari il caso e le motivazioni della Corte di Appello di Venezia che ha confermato la illegittimità del licenziamento disciplinare, sotto il profilo oggettivo e soggettivo, del Capotreno, che era stato sin dalla fase sommaria reintegrato in servizio e risarcito. Maggiori informazioni si traggono dalle decisioni di merito che abbiamo avuto l’opportunità di leggere, in particolare dall’ordinanza sommaria.

Il Capotreno, dopo essere stato sospeso dal servizio in via cautelare non disciplinare per asserite gravi irregolarità commesse in danno della società, ricevette poco dopo una articolata contestazione disciplinare relativa a numerose, 175 per la precisione, infrazioni che erano state riscontrate nella emissione da parte sua di biglietti a bordo del treno nel periodo di poco più di due anni, dal 12 dicembre 2014 al 22 ottobre 2016, per essere poi licenziato per giusta causa.

Le infrazioni contestate, emerse all’esito dell’inchiesta disposta dall’azienda, avevano ad oggetto cinque tipologie di operazioni non corrette di regolarizzazione di titoli di viaggio effettuate a bordo del treno, così riassumibili: cambio biglietto, vidimazione, vidimazione speciale, diritto di ammissione e annullamento biglietto. Queste irregolarità avrebbero comportato, a detta della società, un mancato introito da vendita recapiti di viaggio di euro 9.880,00 nel periodo esaminato, un premio indebito di euro 415,80 a titolo di provvigione su sovrattassa indebitamente incassata e il pagamento al ricorrente di provvigioni non dovute per euro 3.566,61 spettanti sull’incasso della sovrattassa di regolarizzazione.

Il fondamento del licenziamento disciplinare, per quanto ritenuto dal datore di lavoro, ma sconfessato, con argomentazioni coerenti, da tutte le decisioni di merito, a prescindere dalla formale violazione di norme regolamentari che, separatamente considerate, risultano sanzionate con misure conservative (e già questo elemento, sul quale torneremo più avanti, è significativo), è che gran parte delle infrazioni sarebbero state commesse per lucrare le maggiori provvigioni, quindi con dolo e mala fede.

«Tuttavia la prova di una condotta scientemente contraria ai regolamenti commerciali della società posta in essere al fine di trarne un vantaggio personale (la provvigione sulla sovrattassa) è rimessa alla semplice presunzione (come del resto è scritto nella contestazione disciplinare): il controllo effettuato sulle operazioni eseguite dal […] dalla commissione di inchiesta a ciò istituita è stato infatti condotto risalendo al titolo di viaggio posseduto dal viaggiatore regolarizzato attraverso il numero identificativo/PNR digitato dal ricorrente sul tablet in sua dotazione, titolo di viaggio che con quel numero è risultato inesistente, ovvero relativo a tratte o a orari diversi e/o incompatibili, ovvero non più utilizzabile, o ancora relativo a BONUS».

Questo è quanto ha scritto, in un passaggio motivazionale dell’ordinanza sommaria, il Tribunale di Venezia, che per primo ha ritenuto illegittimo il licenziamento per difetto di prova, sostanzialmente, perché «l’azienda non ha potuto eseguire la verifica disponendo del biglietto effettivamente in possesso del viaggiatore — che è rimasto nelle sue mani – ed oggetto di regolarizzazione da parte del […]  così che non può escludersi a priori quanto subito dedotto dal ricorrente nell’ambito del procedimento disciplinare e ribadito in causa e cioè che vi possa essere stato un errore di digitazione del numero del biglietto o che il numero inserito nel tablet sia stato in alcuni casi “inventato” quando cioè il biglietto ne fosse sprovvisto o non fosse chiaramente individuabile».

L’istruttoria testimoniale riportata nell’ordinanza sommaria conferma le difese del lavoratore, già anticipate in sede di procedimento disciplinare.

Prima che in diritto, è in punto di fatto che il quadro probatorio ha portato i giudici di merito ad escludere la sussistenza, per difetto di prova,  dell’«elemento soggettivo del dolo ovvero della volontaria preordinazione delle condotte ascritte al […] al conseguimento di un profitto non dovuto e ciò quanto meno in riferimento alle tipologie di irregolarità — in ipotesi più numerose e gravi – […] accomunate dalla mancanza di prova dell’effettivo tipo di titolo di viaggio posseduto dal viaggiatore e regolarizzato dal […](così, testualmente, sempre l’ordinanza sommaria)».

Dopodiché, il codice disciplinare risultante dal contratto collettivo di categoria applicato (CCNL della Mobilità/Area contrattuale Attività Ferroviarie, stipulato il 16 dicembre 2016, in rinnovo di quello del 20 luglio 2012), sanziona i comportamenti contestati al Capotreno con provvedimenti   conservativi della sospensione dal servizio e dalla retribuzione sino al massimo di dieci giorni, con previsioni gradate – da 1 a 4, da 5 a 7, da 8 a 10 – in base alla gravità degli stessi.

In particolare, stando alla verifica fatta dal Tribunale di Venezia nel giudizio sommario, la negligenza e l’inosservanza di leggi o regolamenti o degli obblighi di servizio che abbiano recato pregiudizio al servizio stesso, alla regolarità dell’esercizio o agli interessi dell’azienda è punita con la minima sospensione dall’art 60, lett. f); la  commissione, in servizio, di atti dai quali sia derivato vantaggio per il lavoratore e/o danno per l’azienda – salvo che, per la particolare gravità della mancanza, la stessa non sia diversamente perseguibile – è punita dall’art. 61, lett. c) con la sospensione da cinque a sette giorni; mentre l’art. 62, lett. d) prevede la sanzione massima, in genere, per qualsiasi inosservanza di leggi o regolamenti o degli obblighi di servizio deliberatamente commessa, anche per procurare indebiti vantaggi a sé o a terzi, ancorché l’effetto voluto non si sia verificato e sempre che la mancanza non abbia carattere di particolare gravità, altrimenti perseguibile.

Nella sentenza di primo grado, il Tribunale ha richiamato altre norme del contratto collettivo, tra le quali l’art. 59, lett. h), riferita alla negligenza e/o inosservanza di norme regolamentari o obblighi da cui non sia derivato pregiudizio alcuno, dove la sanzione conservativa è addirittura la multa.

Invece il licenziamento, su cui tutto ha puntato l’azienda, è previsto per ipotesi completamente diverse:  ai sensi dell’art. 63,  lett. d), con preavviso, per  la negligenza oppure per inosservanza di leggi, di regolamenti o degli obblighi di servizio dalle quali sia derivato pregiudizio alla sicurezza dell’esercizio con danni gravi al materiale, all’armamento e a cose di terzi, o anche con danni gravi alle persone; senza preavviso, ai sensi dell’art. 64, per fatti o atti dolosi, comprese le violazioni dell’obbligo di fedeltà di cui all’art. 2105 c.c., di gravità tale da non consentire la prosecuzione, nemmeno provvisoria,  del rapporto di lavoro.

Il licenziamento disciplinare è stato ritenuto illegittimo, prima di tutto,  per il fatto che i comportamenti addebitati per le ripetute violazioni regolamentari  sono sanzionati dal CCNL da misure conservative, anche se la società ferroviaria (leggendo il primo motivo del ricorso per cassazione per come riportato dalla sentenza annotata)  ha denunciato  che è «grave che – anche a prescindere dall’incasso di premi non dovuti – un Capo treno abbia ripetutamente e deliberatamente applicato tariffe e/o sanzioni a proprio piacimento in spregio ai regolamenti ferroviari, unico caso in tutta la storia societaria, come è emerso dalla prova testimoniale» (stando alle decisioni di merito, però, il quadro probatorio non sembra essere quello, ritenuto, così scontato, dalla difesa aziendale).

È sulla nozione legale  di giusta causa che si sposta, poi,  l’attenzione anche della Corte di Cassazione, che riafferma i principi sulla operazione interpretativa, con funzione nomofilattica, condotta «con riferimento agli aspetti concreti afferenti alla natura e alla utilità del singolo rapporto, alla posizione delle parti, al grado di affidamento richiesto dalle specifiche mansioni del dipendente, al nocumento eventualmente arrecato, alla portata soggettiva dei fatti stessi, ossia alle circostanze del loro verificarsi, ai motivi e all’intensità dell’elemento intenzionale o di quello colposo» (v. il punto n. 3.2 della motivazione, anche per i precedenti giurisprudenziali citati), per arrivare alla conclusione che i giudici di appello hanno preso in considerazione tutti gli elementi utili per ritenere sproporzionata la sanzione disciplinare espulsiva, secondo una valutazione di merito insindacabile in sede di legittimità, se non nel perimetro dei limiti fissati dall’art. 360, n. 5, c.p.c. (punto n. 3.3. della motivazione).

Sicuramente, nel ragionamento giuridico svolto (non solo) dalla Corte territoriale, ha inciso, nella valutazione della scala valoriale dei comportamenti disciplinarmente rilevanti tenuti dal lavoratore incolpato, l’esclusione della intenzionalità di danneggiare l’azienda con finalità di guadagno (che in effetti non c’è stata), riportando detti comportamenti nell’ambito delle violazioni di norme regolamentari sanzionate in via  conservativa  dal CCNL applicato in azienda che puniscono la negligenza/inosservanza di leggi/regolamenti/obblighi di servizio, seppure con pregiudizio agli interessi dell’azienda o vantaggio per sé o per terzi, ma in assenza di un dolo diretto finalizzato all’appropriazione di somme o a danneggiare l’azienda o i terzi; così escludendo che l’inosservanza delle fonti normative considerate abbia arrecato pregiudizio alla sicurezza dell’esercizio, con danni gravi al materiale o alla persona ovvero gravissime violazioni dolose tali da compromettere, irreversibilmente, il vincolo fiduciario (punto n. 4.2 della motivazione).

Nell’ambito, poi, di queste valutazioni, anche la Corte di Cassazione (punto n. 4.1 della motivazione, con utili richiami dei precedenti giurisprudenziali) riannoda le fila del discorso sulla non proporzionalità della sanzione espulsiva applicata rispetto ai fatti accertati e riferibili a sanzioni conservative, con la conseguente applicazione della tutela reintegratoria prevista dal comma 4 dell’art. 18, st. lav., a scapito di quella meramente indennitaria prevista dal comma 5.

Si possono, quindi, condividere le osservazioni, per alcuni aspetti metagiuridiche e forse anche contraddittorie, della Corte di Appello di Venezia che, a fronte della peculiarità  del caso e della casistica, emersa due anni dopo, che, con un «quadro probatorio presuntivo ed incerto, soprattutto sulle modalità di elevazione delle tipologie di irregolarità, sui possibili limiti dell’applicativo, su “prassi” tollerate (come riferito da tutti i testi diversi dal […]) ben potevano consigliare maggior cautela al datore di lavoro», anche se «la  situazione ha fatto emergere uno zelo non comune del […], inflessibile ed estremamente puntiglioso nell’elevare contravvenzioni , ossia nel fare ciò che riteneva coerente con il proprio dovere di “controllore”, e non certo una condotta dolosa/fraudolenta costituente reato (o quasi) con finalità esclusive di lucro»; per concludere che l’intransigenza zelante del Capotreno, in assenza dell’intenzionalità di danneggiare l’azienda con finalità di guadagno per sé di un profitto ingiusto, rende del tutto irrilevante in ipotesi l’utilità economica (peraltro assi modesta) che ne è derivata.

Vincenzo Antonio Poso, avvocato in Pisa

Visualizza il documento: Cass., 21 aprile 2022, n. 12789

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