Ne bis in idem e abuso del processo. Le conseguenze dell’impugnazione con due distinti ricorsi del medesimo licenziamento, ma per motivi apparentemente diversi

di V. A. Poso -

La Corte di Cassazione mette ordine, con una pronuncia di rito, in un caso di specie complesso (anche per il groviglio di norme ad esso applicabili) deciso dalla Corte territoriale di Bologna che, previa riunione di due appelli, disattendendo l’eccezione proposta dall’Amministrazione in ordine all’identità delle due cause introdotte dal lavoratore ed alla violazione del principio del ne bis in idem (non configurandosi, nel caso di specie, la litispendenza, nemmeno parziale, tra le due cause), aveva confermato due sentenze del Tribunale della stessa città, di segno opposto, aventi ad oggetto l’impugnazione, con distinti ricorsi (il secondo proposto dopo la decisione del primo appellata dal lavoratore), del medesimo licenziamento di un dirigente dell’Agenzia delle Entrate,

Il merito della controversia e le ragioni che hanno portato la Corte di Appello di Bologna a confermare le due sentenze di primo grado sono spiegate nella premessa ricostruttiva della decisione annotata, ma l’opportunità di leggere la sentenza impugnata ha aiutato chi scrive a comprendere meglio i passaggi, non solo processuali, di questa vicenda.

Qui è utile evidenziare quanto segue.

Nella prima causa, quella persa, il lavoratore aveva agito al fine di ottenere il pagamento dell’importo convenuto per la risoluzione consensuale incentivata del rapporto di lavoro, aderendo all’invito rivolto dall’Amministrazione, chiedendone l’adempimento, ma anche impugnando il licenziamento, che nel frattempo (così superando la precedente proposta di risoluzione consensuale) gli era stato intimato il 2 dicembre 2008, con il preavviso di 6 mesi e la cessazione del rapporto di lavoro fissata al 3 giugno 2009, in applicazione di quanto disposto dall’art. 72, comma 11, d.l. 25 giugno 2008, n. 112, conv., con mod., dalla l. n. 6 agosto 2008, n. 133, con la proposizione di domande, formulate in via principale e subordinata, facenti riferimento anche alla tutela statutaria dell’art. 18 (con una evidente contraddizione).

A questo punto è necessaria una breve digressione per ricordare che questa disposizione normativa (assai discussa e con evidenti problemi applicativi ) accordava alle amministrazioni pubbliche la facoltà di risoluzione del contratto di lavoro, nel rispetto del termine di preavviso di 6 mesi, in occasione del raggiungimento dell’anzianità massima contributiva di 40 anni, con ambito di applicazione riguardante (fatte salve alcune deroghe) il personale dipendente di tutte le amministrazioni pubbliche di cui all’ art. 1, comma 2, d.lgs. 30 marzo 2001, n. 165, sia dirigenziale che non dirigenziale. La norma non stabiliva criteri o limiti per l’esercizio della facoltà di risoluzione, ponendo quali uniche condizioni il requisito del compimento dell’anzianità contributiva e la necessità di rispettare il termine di preavviso di 6 mesi. E tuttavia in sede di prima applicazione era stato ritenuto auspicabile che ciascuna amministrazione, prima di procedere alla risoluzione, adottasse dei criteri generali, calibrati a seconda delle proprie esigenze, in modo da seguire una linea di condotta coerente e da evitare comportamenti e scelte contraddittori (in tal senso v. la Circolare 20 ottobre 2008, n. 10 del Ministro per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione).

Nella seconda causa, quella vinta, il lavoratore, dopo la pronuncia di rigetto del Tribunale (comunque appellata) aveva impugnato il suo licenziamento, quello stesso licenziamento del 2 dicembre 2008, assolutamente carente di motivazione , in quanto faceva solo riferimento alla disposizione normativa del 2008 sopra citata, per ottenere, questa volta, il pagamento dell’indennità sostitutiva del preavviso e l’indennità supplementare previste dal contratto collettivo di settore applicabile al personale dirigenziale, così optando per la tutela risarcitoria contrattualmente prevista (senza chiedere la tutela reintegratoria o risarcitoria statutaria, così come fatto nel primo giudizio).

Qui va detto che nel frattempo la l. 4 marzo 2009, n.15, all’art. 6, comma 3, modificava il comma 11 dell’art. 72, sopra citato, sostituendo le parole “dell’anzianità massima contributiva di 40 anni” con le parole “dell’anzianità massima di servizio”.

Per completezza di riferimenti, ma anche per denunciare la schizofrenia del nostro legislatore, va detto che l’art. 17, comma 35 novies, del d.l. 1° luglio 2009, n. 78, conv., con mod., dalla l. 3 agosto 2009, n. 102 per gli anni 2009,2010 e 2011 ha sostituito, sostanzialmente ripristinando il precedente testo, il comma 11 dell’art. 72 più volte citato. Su questa disposizione normativa è poi intervenuto l’art. 16, comma 11, d.l. 6 luglio 2011, n. 98, conv., con mod., dalla l. 15 luglio 2011, n. 111, che ha escluso per l’esercizio di detta facoltà la necessità di ulteriore motivazione, qualora l’amministrazione interessata abbia preventivamente determinato in via generale appositi criteri di applicativi con atto generale di organizzazione interna, sottoposto al visto dei competenti organi di controllo; e da ultimo l’art. 1, comma 5, d.l. 24 giugno 2014, n. 90, conv., con mod., dalla l. 11 agosto 2014, n. 114, che ha previsto espressamente l’adozione, nella situazione data, di una  «decisione motivata con riferimento alle esigenze organizzative e ai criteri di scelta applicati e senza pregiudizio per la funzionale erogazione dei servizi”.

Si tratta di norme non applicabili, ratione temporis, alla controversia in esame, ma che rendono esplicite le indicazioni operative ministeriali del 2008.

Al lavoratore interessato, in considerazione della modifica legislativa del 2009 di cui abbiamo detto sopra, veniva, quindi, riconosciuto il diritto di rimanere in servizio sino al compimento del limite di età del 1° luglio 2012 e l’attribuzione dell’incarico dirigenziale a tempo determinato per l’anno 2009, senza che l’Amministrazione provvedesse alla revoca del licenziamento intimato il 2 dicembre 2008, quale misura da adottare in (doverosa) autotutela.

Con l’ordinanza n. 22930 del 16 agosto 2021 la Cassazione, dopo una premessa sulla natura speciale della disciplina della invalidità del licenziamento rispetto a quella dell’invalidità negoziale (per la consolidata giurisprudenza di legittimità citata in motivazione e alla quale si rinvia), pur considerando corretta l’esclusione, da parte della Corte di Appello di Bologna, della litispendenza, eccepita anche come motivo di impugnazione con il ricorso principale per cassazione proposto dall’Amministrazione, ha affermato il principio della  «improponibilità di plurime azioni avverso il medesimo atto di licenziamento, anche prima della formazione del giudicato su una delle domande proposte”, in quanto «la proponibilità di una nuova iniziativa giudiziaria resta condizionata alla sussistenza di un interesse oggettivo del lavoratore al frazionamento della tutela avverso l’unico atto di recesso”.

Secondo la Corte di Appello di Bologna nessuna preclusione può operare al di fuori del giudicato (nel caso di specie non esistente perché la sentenza che aveva visto il lavoratore soccombente era stata impugnata), tanto meno può ritenersi in alcun modo preclusa la proposizione di separate domande comportanti l’impugnativa del medesimo licenziamento per diversi profili, tra loro alternativi, sussistendo in tal caso (esclusa ogni forma di litispendenza) solo la possibilità di riunione dei procedimenti ai sensi dell’art. 151 disp. att. c.p.c. o la sospensione del processo ex art. 295 c.p.c.

In particolare, la Corte territoriale aveva richiamato la giurisprudenza di legittimità (sentenze 28 settembre 2006, n. 21032; 10 maggio 2000, n. 6021; 24 febbraio 1984, n.1339; 15 maggio 1984, n. 2965) che a più riprese e in controversie di diverso contenuto aveva sostenuto, tra l’altro, che  «in presenza di più impugnazioni dello stesso licenziamento, il principio per cui il giudicato copre il dedotto e il deducibile implica che il risultato di un processo (conclusosi, appunto, con sentenza passata in giudicato) non possa più essere messo in discussione mediante ragioni o argomentazioni che in quello stesso processo avrebbero potuto essere fatte valere dall’interessato; così, in particolare, con riguardo al licenziamento disciplinare, è da ritenersi preclusa per effetto del precedente giudicato la nuova impugnazione che deduca nuovi e diversi profili di illegittimità da parte del lavoratore dipendente, precisandosi che, in ogni caso, è da escludersi che il giudicato sulla validità sostanziale del licenziamento consenta un ‘altra impugnazione per ragioni formali, restando del tutto irrilevante che gli eventuali, relativi vizi non siano stati dedotti o siano stati tardivamente, e perciò inammissibilmente, fatti valere”; ed ancora:  «il giudicato sulla legittimità formale del licenziamento… non pregiudica —in quanto assolutamente ne prescinde – la questione della validità sostanziale del licenziamento stesso (per la sussistenza o meno della giusta causa o del giustificato motivo) che perciò può essere successivamente impugnato per difetto di tali requisiti sostanziali” (mentre non sarebbe possibile il contrario).

L’identità della causae petendi ed in parte del petitum dei due giudizi riuniti è stata ritenuta insussistente dalla Corte territoriale (che ha fatto proprie, sostanzialmente, le difese del lavoratore) con argomentazioni che sono state considerate infondate dalla Corte di Cassazione nell’ordinanza annotata.

Il precedente immediato, più rilevante, in relazione all’ipotesi di plurime iniziative giudiziarie aventi ad oggetto diritti di credito distinti tra loro, ma relativi ad un unico rapporto di durata, è quello delle Sezioni Unite 16 febbraio 2017, n. 4091 (che consolida l’orientamento dalle stesse espresso con la sentenza 15 novembre 2007, n. 23726, della quale diremo dopo) riguardante, peraltro, una controversia di lavoro, nella quale la nota casa automobilistica italiana aveva proposto ricorso per la cassazione della sentenza con la quale la Corte di Appello di Torino aveva accolto la domanda dell’ex dipendente intesa al ricalcolo del premio fedeltà con inclusione dello straordinario prestato a titolo continuativo, in difformità dalla sentenza di primo grado che aveva invece dichiarato improponibile la domanda siccome successiva ad altra anch’essa proposta dopo la cessazione del rapporto di lavoro ed intesa ad ottenere la rideterminazione del TFR tenendo conto di alcune voci retributive percepite in via continuativa.

In quel caso l’impugnazione proposta fu rigettata con l’affermazione del seguente principio di diritto:  «… considerato che la domanda proposta dal lavoratore nel presente processo è intesa al ricalcolo del premio fedeltà con inclusione dello straordinario prestato a titolo continuativo, mentre la domanda precedentemente proposta (anch’essa dopo la cessazione del rapporto di lavoro) era intesa ad ottenere la rideterminazione del TFR tenendo conto di alcune voci retributive percepite in via continuativa, il ricorso della società non risulta fondato. Deve infatti osservarsi che gli istituti del TFR e del premio fedeltà hanno diversa fonte (legale l’uno e pattizia l’altro), nonché differenti presupposti e finalità, non risultando, in particolare, che il credito azionato in relazione al premio fedeltà sia inscrivibile nel medesimo ambito oggettivo del giudicato ipotizzabile in relazione alla precedente domanda riguardante la rideterminazione del TFR né che i due crediti siano fondati sul medesimo fatto costitutivo; onde è da ritenersi che ben poteva il lavoratore proporre le domande suddette in diversi processi, senza la necessità di verificare la sussistenza di un interesse oggettivamente valutabile a tale separata proposizione”.

Veniva così superato l’orientamento espresso sempre dalle Sezioni Unite che, con la sentenza n. 108 del 10 aprile 2000, in sede di composizione di un precedente contrasto, si erano pronunciate, in senso affermativo, sul tema della frazionabilità della tutela giudiziaria del credito, ritenendo, in quella occasione  «ammissibile la domanda giudiziale con la quale il creditore di una determinata somma, derivante dall’inadempimento di un unico rapporto, chieda un adempimento parziale, con riserva di azione per il residuo, trattandosi di un potere non negato dall’ordinamento e rispondente ad un interesse del creditore, meritevole di tutela, e che non sacrifica, in alcun modo, il diritto del debitore alla difesa delle proprie ragioni”.

Particolarmente significativa è la sentenza 10 gennaio 2005, n. 270, della Corte di Cassazione, che, in un caso di specie di impugnazione del licenziamento con differenti causae petendi, ma identico petitum, aveva escluso la litispendenza e l’improponibilità della seconda causa, potendo essere valutato solo sul piano del regolamento delle spese processuali il comportamento del lavoratore.

La Cassazione aveva escluso che si trattasse della “stessa causa” ex art. 39, comma 1, c.p.c. (nonostante la medesima richiesta di tutela reintegratoria e risarcitoria ex art. 18, st. lav.) quella introdotta dal lavoratore con il secondo ricorso per ottenere la dichiarazione di nullità del licenziamento perché intimato in periodo di interdizione, nell’anno dal matrimonio, ex art. 2, l. 9 gennaio 1963, n. 7 rispetto alla prima introdotta per ottenere l’illegittimità del licenziamento collettivo per violazione delle garanzie procedimentali e dei criteri di scelta di cui agli artt. 4 e 5, l. 23 luglio 1991, n. 223.

In questo procedimento, peraltro, previa riunione delle due cause, sia il Pretore che il Tribunale di Roma, dopo aver considerato diverse e distinte le due domande, pur connesse soggettivamente ed oggettivamente, le hanno scrutinate una come principale (quella oggetto del primo ricorso) ed una subordinata (quella oggetto del secondo ricorso), senza contestazione alcuna da parte della difesa della società ricorrente in cassazione.

Scrive, in proposito, la Corte di legittimità : «Quindi conclusivamente nel rito del lavoro, in disparte la fattispecie della riproposizione della “stessa causa” che dà luogo alla litispendenza o alla riunione delle cause o alla sospensione del giudizio successivamente proposto, la preclusione che discende dall’operatività dell’art. 420, primo comma, c.p.c., per cui non è possibile, senza autorizzazione del giudice e ricorrendone giustificati motivi, proporre una domanda subordinata connessa, è interna al singolo giudizio e non si comunica ad altro (e successivo) giudizio avente ad oggetto tale domanda subordinata, neppure nell’ipotesi in cui le due cause siano poi riunite, ferma restando la possibilità per il giudice adito di valutare, al fine del regolamento delle spese processuali, il comportamento processuale della parte attrice che abbia proposto due cause con due ricorsi, anziché un solo ricorso contenente il thema decidendum di entrambe le cause in forma di domanda principale e domanda subordinata”.

Qualche anno dopo, ancora le Sezioni Unite, con la sentenza n. 23726/2007, sopra citata, hanno affermato il principio secondo cui è contraria alla regola generale di correttezza e buona fede, in relazione al dovere inderogabile di solidarietà di cui all’art. 2, Cost. e si risolve in abuso del processo ostativo all’esame della domanda, il frazionamento giudiziale (contestuale o sequenziale) di un credito unitario.

Precisa il Supremo Collegio che non è consentito al creditore di una determinata somma di denaro, dovuta in forza di un unico rapporto obbligatorio, di frazionare il credito in plurime richieste giudiziali di adempimento, contestuali o scaglionate nel tempo, in quanto tale scissione del contenuto della obbligazione, operata dal creditore per sua esclusiva utilità con unilaterale modificazione che aggrava la posizione del debitore, si pone in contrasto sia con il principio di correttezza e buona fede, che deve improntare il rapporto tra le parti non solo durante l’esecuzione del contratto ma anche nell’eventuale fase dell’azione giudiziale per ottenere l’adempimento, sia con il principio costituzionale del giusto processo, traducendosi la parcellizzazione della domanda giudiziale diretta alla soddisfazione della pretesa creditoria in un abuso degli strumenti processuali che l’ordinamento offre alla parte, nei limiti di una corretta tutela del suo interesse sostanziale.

Il principio affermato dal S.C. nella sentenza n. 4091/2017 è stato poi ripreso dalla Cassazione, con riferimento alla pluralità di azioni proposte per la nullità del termine di uno stesso contratto di lavoro subordinato (materia più vicina a quella che qui ci occupa) con l’ordinanza del 30 ottobre 2017 nr. 25745, che, a fronte di un giudicato formatosi in un giudizio precedente (nel quale i motivi di nullità del contratto, disattesi, erano stati individuati nella genericità delle mansioni da svolgere e della sede di lavoro, nel mancato espletamento della prova e nell’adozione di una motivazione non prevista dalla legge né dal c.c.n.l. di settore), ha dichiarato che  «ogni doglianza attinente alla nullità del termine per violazione dei dettami di cui all’art.8 c.c.n.l. del 1994 come integrato dall’accordo integrativo del 14 settembre 1997[ che aveva introdotto la data del 30 aprile 1998 per l’apposizione del termine: n.d.r.]il avrebbe dovuto esser fatta valere dal ricorrente nel pregresso giudizio, volto a conseguire la declaratoria di nullità della clausola di apposizione del termine al medesimo contratto stipulato fra le parti giacché tutti i fatti che convergevano a definire la nullità del termine apposto al contratto inter partes, concorrevano alla produzione di un medesimo effetto giuridico ed in quanto tali, dovevano rinvenire sede in un medesimo contesto di azione”.

Deve essere anche ricordato il consolidato principio di diritto secondo cui l’autorità del giudicato copre sia il dedotto sia il deducibile, cioè non soltanto le ragioni giuridiche fatte espressamente valere, in via di azione o in via di eccezione, nel medesimo giudizio (giudicato esplicito), ma anche tutte quelle altre che, se pure non specificamente dedotte o enunciate, costituiscano, tuttavia, premesse necessarie della pretesa e dell’accertamento relativo, in quanto si pongono come precedenti logici essenziali e indefettibili della decisione (giudicato implicito), di talché, qualora due giudizi tra le stesse parti abbiano per oggetto un medesimo negozio o rapporto giuridico e uno di essi sia stato definito con sentenza passata in giudicato, l’accertamento compiuto circa una situazione giuridica o la risoluzione di una questione di fatto o di diritto incidente su punto decisivo comune ad entrambe le cause o costituenti indispensabile premessa logica della statuizione contenuta nella sentenza passata in giudicato, precludono il riesame del punto accertato e risolto, anche nel caso in cui il successivo giudizio abbia finalità diverse da quelle che costituiscono lo scopo ed il petitum del primo (v. in tal senso, tra le altre, Cass. sez VI, 15 ottobre 2019, n. 26089, espressamente richiamata da Cass., sez. III, 22 giugno 2020, n. 12140).

Ciò a dimostrazione del fatto che, anche di recente, il principio del ne bis in idem è stato sì applicato, ma con riferimento ad un precedente giudicato sullo stesso negozio o rapporto giuridico.

La Cassazione, con l’ordinanza annotata, valuta negativamente il comportamento processuale del lavoratore che, impugnando per la seconda volta il suo licenziamento, non ha allegato alcun interesse oggettivo alla proposizione del nuovo e distinto giudizio (v. in tal senso, tra le altre, le pronunce sopra citate nn. 26089/2019 e 12140/2020 così accreditando la tesi (pure prospettata in dottrina, ma in una prospettiva di riforma legislativa: mi riferisco, in particolare, a GHIRGA, La meritevolezza della tutela richiesta. Contributo allo studio sull’abuso dell’azione giudiziale, Giuffrè, 2004) della necessità per il giudice di valutare (prima della fondatezza nel merito dell’azione, in una lettura costituzionalmente orientata dell’art. 100 c.p.c. ed al pari delle altre condizioni delle azioni) la meritevolezza della tutela richiesta, quale condizione di accesso al giudizio.

E tuttavia non possiamo non rilevare che, a fronte di un giudizio di appello che a metà del 2015 ha definito due giudizi introdotti nel 2009 e nel 2010, il principio espresso dalle Sezioni Unite con la sentenza n. 4091 del 2017 che considera in termini diversi e più rigorosi, rispetto al passato, l’abuso del processo (istituto che resta, comunque, assai controverso e criticato in dottrina: v. per tutti FORNACIARI, L’abuso dell’abuso del processo, in RDPC, 2017, 1456 e ss.) avrebbe dovuto portare la Corte a valutare i possibili effetti dell’overruling, prima di sanzionare con la dichiarazione di inammissibilità e improponibilità la domanda proposta per seconda.

E tuttavia l’esito negativo della causa per il lavoratore è segnato, ad avviso di chi scrive, proprio dal passaggio in giudicato della prima sentenza del Tribunale di Bologna (la cui impugnazione non è stata coltivata in cassazione: solo l’Agenzia delle Entrate, infatti, ha impugnato la sentenza della Corte di Appello di Bologna, per i capi relativi alla seconda sentenza di primo grado che l’aveva vista soccombente).

Senza scomodare l’istituto dell’abuso del processo, pertanto, la controversia in esame poteva essere valutata, e decisa, entro i limiti oggettivi del giudicato che si era formato, sulla base della giurisprudenza consolidata sopra richiamata, secondo la quale, in estrema sintesi, dedotto in giudizio un diritto inerente ad un rapporto giuridico, oggetto del processo, e poi del giudicato, la controversia riguarda l’intero rapporto giuridico, posto che il giudicato si forma anche sui presupposti e gli antecedenti logici necessari, nonché sul dedotto e deducibile.

Vincenzo Antonio Poso, avvocato in Pisa

Visualizza il documento: Cass., 16 agosto 2021, n. 22930

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