L’indennizzo erogato dall’INPS è cumulabile con il risarcimento del danno biologico: secco «no» della Cassazione alla compensatio lucri cum damno!

di F. Molinaro -

La Sesta sezione civile della Corte di cassazione, con l’ordinanza dell’11 aprile 2022 n. 11657, si è pronunciata sulla cumulabilità o meno della somma riconosciuta a titolo di indennizzo dall’INPS con il risarcimento del danno biologico.

Il caso da cui trae origine la controversia ha ad oggetto la richiesta risarcitoria avanzata dalla parte danneggiata in un incidente stradale nei confronti del conducente dell’altro veicolo coinvolto nel sinistro e della propria compagnia assicurativa.

In primo grado, il giudice di pace, non ritenendo fondata la domanda riconvenzionale di risarcimento dei danni proposta dal convenuto, ha accolto le doglianze dell’attore.

Avverso tale sentenza hanno proposto appello sia il conducente dell’altro veicolo, in via principale, che la compagnia assicurativa per la responsabilità civile della parte danneggiata, in via incidentale: il primo ha impugnato la statuizione con la quale gli era stata attribuita l’intera responsabilità del sinistro; il secondo, invece, ha censurato la liquidazione del danno ritenendo che dal credito riconosciuto a titolo di danno biologico dovevano essere sottratte le somme erogate dall’INPS, per le quali l’ente previdenziale aveva esercitato l’azione di surrogazione nei confronti dell’assicurazione.

Il Tribunale, investito del giudizio di secondo grado, ha rigettato l’appello principale, ritenendo il ricorrente totalmente responsabile del sinistro. Tuttavia, ha accolto quello incidentale, poiché ha reputato erronea la sentenza del Giudice di Pace nella parte in cui non ha decurtato dal risarcimento del danno biologico la somma corrisposta dall’ente previdenziale.

Tale pronuncia, avendo parzialmente riformulato la sentenza di primo grado, è stata impugnata in Cassazione da entrambi i conducenti coinvolti nel sinistro.

La Suprema corte, nell’ordinanza in commento, ha confermato la sentenza del tribunale nella parte in cui ha ascritto l’intera responsabilità del sinistro alla parte soccombente nel giudizio di appello.

Viceversa, ha censurato la sentenza impugnata nella parte in cui ha escluso la cumulabilità delle somme riconosciute a titolo di danno biologico e quelle corrisposte dall’INPS, ritenendo applicabile il discusso principio della compensatio lucri cum damno.

Tale principio, sebbene non sia espressamente affermato nel Codice civile, è stato desunto dall’art. 1223 c.c. che limita il risarcimento alle conseguenze immediate e dirette dell’inadempimento (cfr. Molinaro, Il principio della compensatio lucri cum damno tra vecchi e nuovi orientamenti della Corte di Cassazione, in RAVV, 2015, 61).

Tale principio muove dall’impostazione classica della Differenztheorie, in virtù della quale il risarcimento deve coprire tutto il danno cagionato, ma non può oltrepassarlo, in quanto non può costituire fonte di arricchimento del danneggiato: questo deve essere collocato nella stessa «curva di indifferenza» in cui si sarebbe trovato se non avesse subito l’illecito (cfr. C. Scognamiglio, Le Sezioni Unite e la compensatio lucri cum damno: un altro tassello nella costruzione del sistema della responsabilità civile e delle sue funzioni, in NGCC, 2018, 1494).

La compensatio lucri cum damno, quindi, si può definire come quel principio che, nella determinazione del quantum risarcitorio, afferente ad un danno contrattuale o extracontrattuale, impone di tener conto, al fine di evitare ingiustificati arricchimenti, dell’eventuale vantaggio che il fatto illecito abbia procurato al danneggiato (cfr. C.M. Bianca, Diritto civile – La responsabilità, V, Giuffrè, 2021, 164).

Tradizionalmente la dottrina e la giurisprudenza ammettevano la compensabilità dei soli danni derivanti in via immediata e diretta dall’inadempimento o dall’illecito mentre il più recente orientamento giurisprudenziale ammette anche la compensabilità dei vantaggi derivanti da cause diverse dal fatto dannoso.

Infatti, i supremi consessi della giustizia civile e amministrativa (cfr. Cass., Sez. Un. 22 maggio 2018 n. 12567 con nota di Nivarra, in RCP, 2018, 1160; Cons. St. Ad. plen. 23 febbraio 2018 n. 1 con nota di Franzoni, in DR, 2018, 163) – nel tentativo di fare chiarezza sull’ammissibilità di tale principio e, al contempo, circoscriverne il campo applicativo – hanno individuato tre requisiti in presenza dei quali possa operare la compensatio.

Innanzitutto, è stato richiesto che a) il danno e il vantaggio abbiano il medesimo scopo: le conseguenze vantaggiose possono essere detratte dal risarcimento solo quando si inseriscano nella serie causale dell’illecito; b) le somme corrisposte al danneggiato, indipendentemente dal nomen attribuitogli, devono assolvere una funzione risarcitoria, poiché, altrimenti, il danneggiato subirebbe un’ingiustificata diminuzione patrimoniale; c) previsione di un meccanismo di surroga volto ad evitare un ingiustificato arricchimento del danneggiato che, in sua assenza, potrebbe ricevere una somma di denaro sia dal danneggiante che dall’assicuratore.

Tali circostanze sono state valorizzate dalla Corte di Cassazione, nell’ordinanza in commento, nella parte in cui ha escluso l’operatività della compensatio lucri cum damno per la diversa funzione assolta dalle somme riconosciute: la liquidazione del danno biologico è volta a risarcire le sofferenze psico-fisiche subite dal danneggiato a causa dell’incidente mentre l’indennizzo liquidato dall’INPS è volto a compensare il pregiudizio di carattere patrimoniale, dato dall’impossibilità di lavorare, patito dal danneggiato in conseguenza del sinistro.

In altri termini, la Corte di cassazione – richiamando una serie di perdite indennizzate dall’ente previdenziale, come, ad esempio, la «pensione ordinaria di inabilità», spettante ai lavoratori che a causa di infermità, difetto fisico o mentale si trovino nell’assoluta e permanente impossibilità di svolgere qualsiasi attività lavorativa; «l’assegno ordinario di invalidità», riconosciuto ai lavoratori la cui capacità di lavoro, in occupazioni confacenti alle proprie attitudini, sia ridotta in modo permanente a causa di infermità, difetto fisico o mentale a meno di un terzo e «l’indennità di accompagnamento», spettante alle persone che si trovano nella impossibilità di deambulare senza l’aiuto permanente di un accompagnatore – ha affermato che le somme liquidate dall’INPS mirano a ristorare un pregiudizio patrimoniale, dato dal mancato guadagno derivante dalla perdita di attività lavorativa, che non le rende scomputabili dal risarcimento del danno biologico, il quale, andando a risarcire pregiudizi di natura non patrimoniale, assolve una diversa funzione.

Francesco Molinaro, dottorando di ricerca nell’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”

Visualizza il documento: Cass., sez. VIª, ordinanza 11 aprile 2022 n. 11657

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