L’autonomia causale del divieto di storno di clientela rispetto al patto di non concorrenza ex art. 2125 c.c. Brevi note a Cass., 4 agosto 2021, n. 22247

di M. Agostini -

Un dirigente, con qualifica di Senior Private Banker Relazioni Corporate, era stato convenuto avanti il Giudice del Lavoro di Milano dalla Banca ex datrice di lavoro affinché venisse accertata l’insussistenza della giusta causa delle dimissioni e la violazione, da un lato, del patto di non concorrenza post contrattuale, stipulato ai sensi dell’art.2125 c.c. e, dall’altro, della diversa obbligazione, pur essa assunta in contratto, diretta ad impedire all’ex dipendente, per un periodo di 6 mesi, di sviare la clientela, già gestita presso il precedente datore di lavoro, verso la nuova Banca datrice di lavoro.

Con sentenza confermata in appello, i giudici di merito avevano accolto le domande principali della Banca, condannando il lavoratore alla restituzione dei compensi percepiti per le due obbligazioni post contrattuali, nonché al pagamento delle penali previste.

Con ricorso in Cassazione, l’ex dirigente, tra l’altro, lamentava l’errata applicazione dell’art. 2125 c.c. al patto di non concorrenza, ritenuto nella specie non compatibile con la norma di legge e, quindi, invalido; nonché la violazione e dell’art. 1362 c.c. e dell’art. 2125 c.c. per aver ritenuto la Corte di merito valida ed a causa autonoma la diversa obbligazione assunta, diretta ad impedire lo sviamento di clientela.

Quanto al primo aspetto (validità del patto di non concorrenza) la S.C. conferma il proprio consolidato orientamento, di cui dà atto aver il giudice di merito fatto corretta applicazione, nella misura in cui aveva positivamente accertato che, per l’esiguità della durata, l’adeguatezza del compenso e l’estensione territoriale, il patto stipulato era compatibile con la concreta possibilità per il lavoratore di assicurarsi un reddito idoneo a soddisfare le proprie esigenze di vita.

È infatti principio consolidato quello per cui, ai sensi dell’art. 2125 c.c., è valido il patto di non concorrenza post contrattuale quando esso rispetti i seguenti criteri: a) il patto non deve necessariamente limitarsi alle mansioni espletate dal lavoratore nel corso del rapporto, ma può riguardare qualsiasi prestazione lavorativa che possa competere con le attività economiche svolte dal datore di lavoro, da identificarsi in relazione a ciascun mercato nelle sue oggettive strutture, ove convergano domande e offerte di beni o servizi identici o comunque parimenti idonei a soddisfare le esigenze della clientela del medesimo mercato; b) non deve essere di ampiezza tale da comprimere la esplicazione della concreta professionalità del lavoratore in termini che ne compromettano ogni potenzialità reddituale; c) quanto al corrispettivo dovuto, il patto non deve prevedere compensi simbolici o manifestamente iniqui o sproporzionati in rapporto al sacrificio richiesto al lavoratore e alla riduzione delle sue capacità di guadagno, indipendentemente dall’utilità che il comportamento richiesto rappresenta per il datore di lavoro e dal suo ipotetico valore di mercato. (cfr., ex multis, Cass. 9790/2020).

Quanto al secondo aspetto la Corte Suprema conferma il decisum della Corte d’Appello secondo cui la autonoma clausola contenente il divieto di storno, avuto riguardo al senso letterale di essa ed all’effettiva volontà delle parti, non poteva ritenersi connessa al patto di non concorrenza contrattuale, in quanto diretta a disciplinare una obbligazione diversa, non sussumibile nella fattispecie astratta ex art.2125 c.c., avente anche durata temporale diversa.

Con la seconda, autonoma, obbligazione, infatti, l’ex dirigente si era impegnato a non compiere atti specifici diretti a sviare la clientela dal precedente al nuovo datore di lavoro, avendo quindi inteso le parti tutelare l’interesse della prima società alla conservazione del proprio avviamento e del proprio portafoglio clienti.

Tale clausola, che non limita lo svolgimento di attività lavorativa dell’ex dipendente, non rientra quindi nell’ambito di applicazione dell’art. 2125 c.c. e, come tale, non richieda un apposito corrispettivo.

Essa, piuttosto, tipizza una condotta che astrattamente rientra nella diversa ipotesi della concorrenza sleale e, più propriamente, nella ipotesi disciplinata dall’art. 2958, n.3, c.c.

E’ infatti orientamento consolidato quello per cui lo sviamento di clientela posto in essere dall’ex – agente (come dall’ex – dipendente) di un’azienda, facendo uso delle conoscenze riservate acquisite nel precedente rapporto o, comunque, con modalità tali da non potersi giustificare alla luce dei principi di correttezza professionale, costituisce concorrenza sleale (ai sensi dell’art. 2598, n. 3, c.c.) oppure – ove manchi qualsiasi collegamento tra l’autore del comportamento lesivo del principio di correttezza professionale ed un imprenditore concorrente di quello danneggiato – illecito extracontrattuale (ai sensi dell’articolo 2043 c.c.): si veda, per tutte, Cass. 16156/2004 e le sentenze ivi citate (n. 2020/82, 1548/78, 3011/91, 5375/2001, per le ipotesi di sviamento di clientela e, con riferimento alla ipotesi analoga dello storno di dipendenti, le sentenze n. 6926/83, 6613, 11017/92, 9665/93).

Con tutte le differenti conseguenze, (anche) in tema di prova dell’elemento soggettivo dell’illecito (v. Cass. n. 5375/2001) e, più in generale, sugli oneri di distribuzione della prova, deve riconoscersi senz’altro la meritevolezza dell’interesse tutelato per mezzo della deduzione di una autonoma obbligazione, di natura contrattuale, che tipizzi e disciplini le conseguenze risarcitorie di una condotta astrattamente costituente illecito aquiliano.

Maria Agostini, avvocato in Pisa

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