L’applicabilità della direttiva sul distacco dei lavoratori anche in caso di prestazioni di servizi transnazionali nel settore del trasporto su strada

di R. Giordano -

Con la sentenza emessa, il 01 dicembre 2020, nella causa C-815/18, la Grande Sezione della Corte di Giustizia afferma che «la Direttiva 96/71/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, relativa al distacco dei lavoratori nell’ambito delle prestazioni di servizi, deve essere interpretata nel senso che essa è applicabile alle prestazioni di servizi transnazionali nel settore del trasporto di strada» (in particolare, il Giudice d’appello ha ritenuto che l’articolo 1, paragrafi 1 e 3 e l’articolo 2, paragrafo 1, della direttiva 96/71 devono essere interpretati letteralmente).

Il caso de qua ha ad oggetto il ricorso presentato da un’organizzazione sindacale dei Paesi Bassi nei confronti di un’azienda olandese, con la finalità di applicare agli autisti di due sue società, le tutele accordate ai lavoratori della capogruppo, in forza di quanto previsto in tema di distacco dalla Direttiva 96/71.

Preliminarmente, occorre capire se può considerarsi distaccato il dipendente che svolge le proprie mansioni in uno Stato membro diverso da quello in cui lavora abitualmente, per un periodo limitato. La Corte ha rafforzato il principio secondo cui un lavoratore affinché possa essere considerato distaccato nel territorio di uno Stato membro ospitante, è necessario che il suo lavoro presenti un legame sufficiente (la sentenza in esame ha, altresì, precisato cosa debba intendersi con la locuzione di “legame sufficiente con tale territorio”, ovvero l’esistenza di criteri quali «(…) la natura delle attività svolte dal lavoratore interessato in detto territorio, il grado di intensità del legame delle attività di tale lavoratore con il territorio di ciascuno Stato membro nel quale egli opera, nonché la parte che dette attività vi rappresentano nell’insieme dei servizi di trasporto») con tale territorio; ovvero l’esistenza di criteri quali «(…) la natura delle attività svolte dal lavoratore interessato in detto territorio, il grado di intensità del legame delle attività di tale lavoratore con il territorio di ciascuno Stato membro nel quale egli opera, nonché la parte che dette attività vi rappresentano nell’insieme dei servizi di trasporto» (secondo i Giudici, detto principio deve essere rapportato alla tipologia di settore, nel caso in esame quello dei trasporti, contrassegnato principalmente dalla flessibilità dei lavoratori, che risulta adempiuto nel momento in cui l’autista svolge le attività di carico e scarico merci e manutenzione e pulizia del mezzo nello Stato membro di destinazione, mentre non può dirsi rispettato qualora l’autista transiti nel territorio di uno Stato membro).

La Corte si interroga, inoltre, se i citati articoli debbano essere interpretati nel senso che un lavoratore deve essere considerato distaccato nel territorio dello Stato membro nel quale effettua i trasporti e se vi sia anche una soglia minima di durata con riferimento ai trasporti; invero, la durata del trasporto di cabotaggio (ai sensi dell’articolo 2, punti 3 e 6 del regolamento n. 1072/2009 sono definiti così «i trasporti nazionali di merci effettuati a titolo temporaneo e per conto di terzi (…)») ai fini della valutazione della sussistenza di un distacco è irrilevante, potendo soltanto comportare la disapplicazione di alcune disposizioni della direttiva sul distacco.

La Corte, in ossequio ai summenzionati principi di diritto, ha perseguito la finalità di assicurare la libera prestazione dei servizi, garantendo una concorrenza uguale in uno stesso Stato membro nonché una intensa tutela ai lavoratori distaccati.

La CGUE conclude affermando che la Direttiva 96/71 debba ritenersi applicabile anche agli autisti internazionali purchè gli stessi abbiano un legame sufficiente con il Paese di destinazione.

Roberta Giordano, dottoranda di ricerca nell’Università di Enna

Visualizza il documento: C. giust.,1 dicembre 2020, causa C-815/18

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