La tutela della qualità delle prestazioni erogate da strutture sanitarie accreditate non può imporre che i rapporti di lavoro del personale siano sempre e comunque subordinati

di P. Parisella -

 Oggetto di sindacato è la norma introdotta dall’art. 9, comma 1, della legge regionale Lazio 28 dicembre 2018, n. 13, in materia di accreditamento di strutture sanitarie, a mente della quale a “tutela della qualità delle prestazioni erogate e del corretto rapporto tra costo del lavoro e qualificazione delle tariffe, il personale sanitario dedicato ai servizi alla persona, necessario a soddisfare gli standard organizzativi, dovrà avere con la struttura un rapporto di lavoro di dipendenza regolato dal contratto collettivo nazionale di lavoro (CCNL) sottoscritto dalle associazioni maggiormente rappresentative nel settore sanitario”.

Appurato che la disposizione non si pone in contrasto con le norme costituzionali attinenti alla ripartizione del potere legislativo tra stato e regioni (art. 117, comma 2, lett. l, e comma 3), la Corte Costituzionale, con la sentenza n. 113 del 9 maggio 2022, la censura, tanto per la violazione del canone di ragionevolezza e proporzionalità rispetto al fine sociale perseguito (la tutela della salute), quanto per l’eccessiva limitazione della libertà di iniziativa economica privata (artt. 3 e 41). Ciò in quanto l’articolo di legge succitato non pone una regola modulata. Nel testo di legge non vi è alcuna distinzione tra figure lavorative nell’ambito generale del “personale sanitario”. Di qui, la dichiarazione di illegittimità.

Se, infatti, non è configurabile una lesione alla libertà di iniziativa economica, allorché l’apposizione di limiti di ordine generale al suo esercizio corrisponda all’utilità sociale (C. Cost. 23 novembre 2021, n. 218), il legislatore non può individuare quest’ultima in modo arbitrario, né perseguirla con misure palesemente incongrue. Dunque, l’accreditamento delle strutture sanitarie deve garantirne l’idoneità a erogare adeguate prestazioni a tutela della salute, ma l’imposizione per tutto il relativo “personale sanitario dedicato ai servizi alla persona” di un rapporto di lavoro subordinato (peraltro, regolato in modo uniforme) è misura eccessiva rispetto alla finalità perseguita e, dunque, come detto, “incongrua”.

In questa affermazione è il fulcro della decisione, la quale osserva a conforto: “Sono infatti ipotizzabili, come idonei a tal fine, soprattutto per alcune figure professionali di alta qualificazione nel settore sanitario, rapporti di lavoro autonomo …”. Si dice, dunque, che l’imposizione di un dato contratto di lavoro per alcuni operatori sanitari può essere misura idonea a perseguire il fine sopra evidenziato, ma non può essere un paradigma generale. Una conclusione condivisibile, ma che desta alcune perplessità sul suo ancoraggio “al concreto”. Qualsiasi diversa scelta si presterebbe a censure sotto il profilo della ragionevolezza e della proporzionalità, salvo ammettere che sarebbe stata legittima purché modulata comechessia: conclusione, però, inaccettabile.

Piergiorgio Parisella, avvocato in Macerata

Visualizza il documento: C. cost., 9 maggio 2022, n. 113

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