La tutela del lavoratore che assiste familiare disabile: necessario il consenso del lavoratore ai fini del trasferimento

di R. Giordano -

La sentenza Cass., n. 29009/2020 esamina un interessante caso in cui la Sezione Lavoro della Cassazione è stata chiamata a rispondere in merito al trasferimento del lavoratore che assiste un familiare disabile e, peraltro, se un lavoratore possa essere trasferito in una sede aziendale differente senza il suo consenso.

Invero, il percorso giudiziario che si conclude in Cassazione prende le mosse dalla decisione del Tribunale di Napoli che dichiarava illegittimo il trasferimento del ricorrente ordinando, tuttavia, al resistente di «riassegnare il ricorrente nell’organigramma aziendale con le mansioni precedenti al trasferimento ovvero equivalenti al suo livello di inquadramento». Per converso, la Corte d’Appello di Napoli, ha riformato la sentenza emessa in primo grado, rigettandone le domande e rilevando, inoltre, che il beneficio di cui alla L. 104/1992 decorre dalla data del provvedimento reso dall’INPS e non dalla precedente data di inoltro della stessa. Orbene, la sede in cui veniva disposto il trasferimento del lavoratore si collocava in una dimensione spazio-temporale più vicina al comune ove risiedeva il soggetto disabile da assistere.

Nel caso de qua, la Cassazione ha, altresì, precisato il diritto del lavoratore di poter scegliere la sede di lavoro più vicina al domicilio della persona da assistere e, allo stesso tempo, di non poter essere trasferito senza il suo consenso ad altra sede (art. 33, comma 5, Legge n. 104/1992), esplicandosi nella prevalenza del diritto del lavoratore rispetto a qualsiasi esigenza aziendale; diritto esercitabile solo a condizione che questa scelta risulti compatibile con le esigenze dell’organizzazione aziendale. Difatti, come sostenuto dall’autorevole orientamento delle S. U. del 27 marzo 2008, n. 7945, tale diritto non rappresenta un diritto assoluto e ne consegue che non potrà essere fatto valere qualora il suo esercizio finisca per ledere le esigenze organizzative e economiche del datore di lavoro. La giurisprudenza (Cass., 7 giugno 2012, n. 9201, in Mass. Giust. Civ., 2012, 6, pag. 751), dal combinato disposto degli articoli 2112, 1406 e 2558 del c.c. ha ricavato il diritto del lavoratore di opporsi al trasferimento del suo rapporto di lavoro (D’Aquino, Il trasferimento dei lavoratori nella grande impresa in crisi, Giuffrè, 2010); tesi che affonda le sue radici nei principi espressi dalla giurisprudenza comunitaria e, in particolare, nel principio di libertà contrattuale in una logica di rifiuto della mercificazione del lavoro (Perulli, Lavoro autonomo e dipendenza economica, in RGL, 2003, 486), affermando che «la disposizione dell’art. 33, comma 5, Legge n. 104/1992, laddove vieta di trasferire, senza consenso, il lavoratore che assiste con continuità un familiare disabile convivente, deve essere interpretata in termini costituzionalmente orientati alla luce dell’art. 3, comma 2, Cost., dell’art. 26 della Carta di Nizza e della Convenzione delle Nazioni Unite del 13 dicembre 2006 sui diritti dei disabili, ratificata con legge n. 18 del 2009 in funzione della tutela della persona disabile. Ne consegue che il trasferimento del lavoratore è vietato anche quando la disabilità del familiare, che egli assiste, non si configuri come grave, a meno che il datore di lavoro, a fronte della natura e del grado di infermità psico-fisica del familiare, provi la sussistenza di esigenze aziendali effettive ed urgenti, insuscettibili di essere altrimenti soddisfatte».

In ossequio al principio di diritto, la Cassazione ha perseguito la finalità di favorire la socializzazione del soggetto disabile con l’ausilio di strumenti rivolti ad agevolare il suo pieno inserimento nella famiglia (C. cost., n. 215 del 1987, C. Cost., n. 350 del 2003 ed, altresì, sentenze n. 167 del 1999, n. 226 del 2001 e n. 467 del 2002) tutelando il diritto alla salute del portatore di handicap.

Roberta Giordano, dottoranda di ricerca nell’Università di Enna

Visualizza il documento: Cass., 17 dicembre 2020, n. 29009

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