La scelta del mezzo di impugnazione contro i provvedimenti del rito Fornero tra principio di prevalenza della sostanza sulla forma e principio di apparenza

di Federico Ungaretti Dell'Immagine -

Proposto ricorso ex art. 1, comma 48 della l.n. 92/2012 (cd legge Fornero) avente ad oggetto l’illegittimità del licenziamento, il giudice condanna il datore alla reintegrazione del dipendente nel posto di lavoro.

Il soccombente, ritenendo l’ordinanza decisoria e definitiva, impugna con reclamo alla Corte di appello che però dichiara inammissibile il gravame, in quanto la decisione è soggetta alla opposizione ex art. 1 comma 5 della l. 92/2012.

La Corte di legittimità, dando continuità al proprio orientamento (Cass., 30 settembre 2016, n. 19552), con l’ordinanza qui annotata, 26 aprile 2022, n. 13057, rileva, infatti, che nel caso di specie la decisione è stata assunta in forma di ordinanza ed anche una valutazione degli atti di causa, possibile anche in sede di legittimità trattandosi di error in procedendo, conferma la sommarietà della cognizione.

La pronunzia desta interesse perché, da un lato, torna ad affrontare la problematica da sempre discussa della possibile riduzione ad unità del procedimento previsto dal cd rito Fornero e, dall’altro, tenta di fornire un criterio per l’individuazione del mezzo di impugnazione del provvedimento che privilegi, almeno in apparenza, il principio di prevalenza della sostanza sulla forma.

Sotto il primo profilo il cd rito Fornero è un giudizio di primo grado a struttura bifasica dove ad una prima fase sommaria non cautelare che si conclude con un’ordinanza segue -solo se proposta opposizione- una seconda fase a cognizione piena, pur deformalizzata, all’esito della quale il giudice emette sentenza impugnabile con reclamo alla corte di appello.

La dottrina, fin dall’entrata in vigore del rito speciale, ha, però, messo in luce il rischio che l’opposizione costituisca una mera duplicazione della fase sommaria, essendo da questa differenziata soltanto perché nella prima l’istruttoria prevede l’assunzione soltanto di atti “indispensabili” mentre nella seconda di atti “ammissibili e rilevanti”. È evidente, infatti, che, anche riuscendo nel non facile compito di distinguere tali ultime nozioni (BUOCRISTIANI, Rito licenziamenti: profili sistematici e problemi applicativi, in RIDL, 2013, 384), quando ai fini del decidere non sia necessario ammettere ulteriori mezzi istruttori rispetto a quelli già assunti, la seconda fase rischia di diventare del tutto inutile, tanto più se si svolge davanti al medesimo giudicante (C. cost., 13 maggio 2015, n.78, in CG, 2015, 1127).

La Corte di Cassazione (Cass., 31 marzo 2017, n. 8467, LG, 2017, 693 ss. Cass. 27 giugno 2017, n. 15976, LG, 2018 46 ss. con nota di GIORGI), sulla scia di una parte della dottrina (TISCINI, Il procedimento per l’impugnativa dei licenziamenti, in LUISO-TISCINI-VALLEBONA, La nuova disciplina sostanziale e processuale dei licenziamenti, Torino, 2013, 75), ha quindi legittimato la possibilità che il provvedimento che conclude la fase sommaria possa essere oggetto di immediato reclamo innanzi alla corte di appello, senza la previa opposizione al giudice di primo grado.

La contrazione del procedimento passa perciò dalla individuazione del mezzo di impugnazione.

Sotto questo secondo profilo, in chiave interpretativa viene richiamato il principio di prevalenza della sostanza sulla forma, utilizzandolo però anche al di là delle ipotesi classiche di errore giudiziario, per affermare che è consentito attribuire alla decisione la natura di sentenza e, quindi, ammetterne l’impugnazione con reclamo, quando il giudice abbia espressamente dichiarato di aver svolto una cognizione piena della causa ovvero quando, a seguito di una valutazione ex post, sia consentito ritenere che il provvedimento sia stato emesso all’esito di una cognizione piena ed esauriente,

La soluzione accolta dalla giurisprudenza di legittimità, dunque, si lascia apprezzare nella finalità di porre rimedio ad una rigidità normativa -che ha contribuito alla scelta del legislatore di abrogare tale rito speciale (LAI, Contributo all’inquadramento della prima fase rito Fornero, in  RIDL, 2018, I, 707)- ma, al tempo stesso, rischia di creare incertezza in colui che debba impugnare la decisione ogni qual volta manchi l’espressione della volontà del giudice di emettere un provvedimento a definizione del primo grado. E ciò tanto più quando la decisione, come nel caso in commento, assuma la corretta veste dell’ordinanza.

In tali fattispecie, infatti, il richiamo al principio di prevalenza della sostanza sulla forma sembra essere del tutto convenzionale e nascondere, in realtà, l’utilizzo in concreto dell’opposto principio di apparenza che consente, invece, di individuare il mezzo di impugnazione dei provvedimenti secondo quella che è la forma scelta dal giudice e conforme al rito, purché tale scelta sia stata consapevole anche se non motivata (Cass., sez. un., 11 gennaio 2011, n. 390). Tale ultima valutazione comporta, infatti, comunque un’indagine sugli atti e sullo svolgimento del procedimento finalizzato ad analizzare la sostanza del provvedimento reso.

E non è un caso allora che quando la fase sommaria è decisa con ordinanza e manca una espressa volontà del giudice di ridurre ad unità le fasi del rito Fornero, nei fatti la giurisprudenza dichiara inammissibile il reclamo eventualmente proposto. (Cass., 22 ottobre 2015, n. 21520, Cass., 30 settembre 2016, n. 19552; App. Firenze, 3 giugno 2020, n. 221; App. Firenze, 21 marzo 2019, n. 237).

Federico Ungaretti Dell’Immagine, assegnista di ricerca nell’Università degli Studi di Firenze

Visualizza il documento: Cass., ordinanza 26 aprile 2022, n. 13057

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