La Corte costituzionale sui trattamenti di quiescenza: la decurtazione è temperata dalla progressività delle aliquote e clausola di salvaguardia

di L. Pelliccia -

Come certamente si ricorderà, l’art. 1, comma 261, della legge n. 145/2018 (la legge di bilancio per il 2019) ha previsto, per i trattamenti pensionistici diretti di importo complessivo superiore a € 100.000 lordi su base annua, la riduzione, per la durata di cinque anni, nella misura del: 15% per la parte eccedente tale importo fino a € 130.000; 25% per la parte eccedente € 130.000 fino a € 200.000; 30% per la parte eccedente € 200.000 fino a € 350.000; 35% per la parte eccedente € 350.000 fino a € 500.000; 40% per la parte eccedente € 500.000.

Nei successivi commi 262/268, la norma contiene alcune disposizioni particolari concernenti tale riduzione, tra le quali le previsioni per cui:a) la stessa non si applica comunque alle pensioni interamente liquidate con il sistema contributivo; b) le somme risparmiate restano accantonate presso gli enti previdenziali in un Fondo risparmio sui trattamenti pensionistici di importo elevato; c) nonostante la riduzione, l’importo complessivo del trattamento non può comunque essere inferiore a € 100.000 lordi su base annua.

Parimenti si ricorderà anche che, con la sentenza n. 234/2020, la Corte costituzionale, chiamata a verificare la legittimità di tale disposizione, ha qualificato la decurtazione in esame non come prelievo tributario, ma come misura di solidarietà endoprevidenziale, in quanto i risparmi di spesa che ne conseguono non sono acquisiti al bilancio statale, ma accantonati in fondi previdenziali.

Con la richiamata decisione è stata dichiarata l’illegittimità costituzionale del prelievo di cui all’art. 1, comma 261, della legge n. 145/2018, a ben vedere cessato a far data dal 31 dicembre 2021, in relazione al cui effetto il legislatore ha approntato la necessaria copertura finanziaria mediante la disposizione dell’art. 1, comma 372, della legge n. 178/2020 (legge di bilancio per il 2021).

Con la recentissima ordinanza n. 172 dell’11 luglio 2022 il Giudice delle leggi è intervenuto nuovamente in argomento, investito in tal senso dalla Corte dei conti -sezione giurisdizionale regionale per il Lazio- che, con due ordinanze, aveva appunto sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 1, comma da 261 a 268, della legge n. 145/2018, in riferimento agli artt. 3, 23, 36, 38 e 53 Cost. «in relazione all’intervento di decurtazione percentuale per un quinquennio dell’ammontare lordo annuo dei trattamenti ivi previsti».

I giudizi principali avevano a oggetto la domanda proposta nei confronti del Presidente del Consiglio dei ministri, del Ministro dell’economia e delle finanze e dell’Inps da parte di titolari di pensione di elevato importo, i quali rivendicano l’integralità del trattamento di quiescenza, senza la decurtazione stabilita dalla norma censurata.

Ad avviso della Corte rimettente, detta norma avendo introdotto un prelievo forzoso di abnorme durata e ingiustificatamente selettivo, avrebbe violato gli evocati parametri, segnatamente i principi di ragionevolezza, di affidamento, di uguaglianza e di adeguatezza del trattamento previdenziale nonché quello di capacità contributiva.

La decisione in esame ha però dichiarato: a) la manifesta inammissibilità delle questioni di legittimità costituzionale della norma censurata nella parte in cui stabilisce la riduzione dei trattamenti pensionistici ivi indicati «per la durata di cinque anni», anziché «per la durata di tre anni»; b) la manifesta infondatezza delle medesime questioni nella parte in cui la norma di riferimento stabilisce la riduzione dei trattamenti pensionistici ivi indicati per la durata di tre anni.

Ai fini di tale decisione rileva in primis la circostanza che la sentenza n. 234/2020 ha qualificato (come detto) la decurtazione di che trattasi non come prelievo tributario, ma come misura di solidarietà endoprevidenziale, in ragione del fatto che i risparmi di spesa che ne conseguono non sono acquisiti al bilancio statale, ma accantonati in fondi previdenziali.

Da qui, pertanto, la necessità che il (richiesto) scrutinio di legittimità costituzionale non deve riferirsi al principio di universalità dell’imposizione tributaria ex art. 53 Cost., ma alla ragionevolezza della prestazione patrimoniale imposta ex art. 23 Cost., nella prospettiva del canone solidaristico di cui all’art. 2 Cost.

Non irrilevante è poi la circostanza che l’incidenza della decurtazione sulle posizioni individuali è temperata sia dalla progressività delle aliquote sugli scaglioni eccedentari, sia dalla clausola di salvaguardia, in ragione della quale l’applicazione del contributo di solidarietà non può mai ridurre la prestazione erogata al di sotto della soglia dei 100.000 euro annui.

Inoltre, anche questo profilo di indubbia importanza, la misura di che trattasi ha anche una (indubbia) funzione di riequilibrio intergenerazionale, poiché viene espressamente esclusa la sua applicazione alle pensioni interamente liquidate con il sistema contributivo, com’è noto (di regola) riservate ai lavoratori più giovani, interessate da importi inferiori rispetto ai trattamenti liquidati con gli altri due noti metodi di calcolo: quello retributivo e quello misto.

Ad avviso della Corte costituzionale, in tale ottica rileva la connessione teleologica tra la misura di che trattasi e gli obiettivi di ricambio generazionale nel mercato del lavoro, relazione che il legislatore ha inteso perseguire tramite il pensionamento anticipato di “quota 100” (com’è noto, previsto in via sperimentale per il solo triennio 2019-2021 e dal 2022 sostituito con “quota 102”).

In ragione dell’avvenuto adeguamento, da parte del legislatore alla declaratoria di illegittimità costituzionale contenuta nella richiamata sentenza n. 234/2020 (sebbene non attinti dal prelievo in sé, ragionevole e solidaristicamente orientato, gli artt. 3, 23, 36 e 38 Cost. sono stati tuttavia violati dalla sua durata ultratriennale, che eccede la proiezione temporale della sperimentazione di “quota 100” e lo stesso orizzonte triennale del bilancio di previsione, oltre che il lasso ordinario delle valutazioni diacroniche in materia previdenziale), relativamente alla durata quinquennale della decurtazione, alla luce appunto della riconduzione alla necessaria legittimità costituzionale (id est, limitazione della disposizione al triennio), non può non essere rilevata la sopravvenuta carenza dell’oggetto della censura (v., ex multis, ordinanze n. 102/2022; n. 206 e n. 93 del 2021; n. 125 e n. 105 del 2020; n. 71/2017).

L’ordinanza in commento, con riguardo invece alla lamentata illegittimità della riduzione degli assegni nei limiti della durata triennale, mette in evidenza la circostanza che il giudice contabile rimettente non ha portato argomenti nuovi rispetto a quelli già giudicati non fondati dalla sentenza n. 234/2020 e, di conseguenza, le sottese ordinanze devono sul punto essere dichiarate manifestamente infondate (v. ex multis, ordinanze n. 82/2022; n. 224, n. 214, n. 165 e n. 111 del 2021, n. 204, n. 93; n. 81/2020).

Luigi Pelliccia, avvocato in Siena

Visualizza il documento: C. cost., ordinanza 11 luglio 2022, n. 172

Scarica il commento in PDF