La c.d.  «Operazione Poseidone», che aveva già travolto gli avvocati sotto la soglia minima del reddito o del volume d’affari, passa il vaglio della Corte Costituzionale: devono iscriversi obbligatoriamente alla Gestione separata istituita presso l’Inps e pagare i relativi contributi, ma non le sanzioni civili per il periodo precedente alla legge di interpretazione autentica del 2011

di V. A. Poso -

Il problema oggi definitivamente risolto dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 104 del 22 aprile 2022 nasce dalla portata precettiva dell’art. 2, comma 26, l. 8 agosto 1995, n. 335, che  prevede, a decorrere dal 1° gennaio 1996,  l’obbligatorietà dell’iscrizione alla Gestione separata istituita presso l’Inps  a carico dei  «soggetti che esercitano, per professione abituale, ancorché non esclusiva, attività di lavoro autonomo, di cui al  comma 1 dell’art. 49  del testo unico delle imposte sui redditi, approvato con decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917, e successive modificazioni ed integrazioni», da leggere in combinato disposto con l’art. 44, comma 2, penultimo cpv,  del d.l. 30 settembre 2003,  n. 269,  conv., con mod., dalla  l.  24 novembre 2003, n. 326, che, con decorrenza dal 1° gennaio 2004, estende tale obbligo anche ai «soggetti esercenti attività di lavoro autonomo occasionale […] solo qualora il reddito annuo derivante da dette attività sia superiore ad euro 5.000».

Nell’intento del legislatore, reso palese dalla lettera delle disposizioni citate, l’obbligatorietà dell’iscrizione alla Gestione separata dell’Inps da parte di un professionista iscritto ad un albo o ad un elenco è collegata  all’esercizio abituale, ancorché non esclusivo, di una professione che dia luogo ad un reddito non assoggettato a contribuzione da parte della cassa previdenziale di riferimento della categoria di appartenenza; la produzione di un reddito superiore alla soglia di euro 5.000,00 costituisce, invece, il presupposto affinché anche un’attività di lavoro autonomo occasionale possa comportare l’iscrizione obbligatoria  presso la medesima Gestione; restando, comunque, irrilevante, ai suddetti fini, lo svolgimento  di un’attività lavorativa  con i caratteri dell’abitualità.

Bisogna, poi, dare conto dell’art. 18, comma 12, d.l.  6 luglio 2011, n. 98, conv., con mod., dalla l. 15 luglio 2011, n. 111, che è intervenuto per interpretare autenticamente l’art. 2, comma 26, cit. «nel senso che i soggetti che esercitano per professione abituale, ancorché  non esclusiva, attività  di lavoro autonomo tenuti all’iscrizione presso l’apposita gestione separata INPS sono esclusivamente i soggetti che svolgono attività il cui esercizio non sia subordinato all’iscrizione ad appositi albi professionali, ovvero attività non soggette al versamento contributivo agli enti di cui al comma 11 [ n.d.r.  : enti previdenziali di diritto privato di cui al d.lgs. 30 giugno 1994, n. 509 e al d.lgs. 10 febbraio 1996, n. 103] in base ai rispettivi statuti e ordinamenti, con esclusione dei soggetti di cui al comma 11 […]».

La Corte di Cassazione, sulla scorta della pronuncia della Sezioni Unite n. 3240 del 12 febbraio 2010, ha avuto modo di affermare più volte che l’obbligo di iscrizione alla Gestione separata dell’Inps è  genericamente rivolto a chiunque percepisca un reddito derivante dall’esercizio abituale (ancorché non esclusivo) ed anche occasionale (oltre la soglia monetaria indicata nell’art. 44,comma 2,  d.l. n. 269/2003, cit.) di un’attività professionale per la quale è prevista l’iscrizione ad un albo o ad un elenco, e viene meno solo se il reddito prodotto dall’attività professionale svolta è già integralmente assoggettato all’obbligo assicurativo gestito dalla cassa previdenziale di riferimento della categoria di appartenenza (così, espressamente, Cass. nn. 32166 e 32167 del 12 dicembre 2018, cui hanno dato continuità, tra le tante, le sentenze nn. 519 dell’11 gennaio 2019; 317 del 10 gennaio 2020; n. 1827 del 27 gennaio 2020; 477 e 478 del 14 gennaio 2021; e, da ultimo, l’ordinanza della Sezione Sesta 6 aprile 2022, n. 11224).

Scrivevano le Sezioni Unite nel 2010, in alcuni passi motivazionali che è opportuno riportare: «Con la creazione di questa nuova gestione si è inteso estendere la copertura assicurativa, nell’ambito della cd. “politica di universalizzazione delle tutele”, non solo a coloro che ne erano completamente privi, ma anche a coloro che ne fruivano solo in parte, a coloro cioè che svolgevano due diversi tipi di attività e che erano “coperti” dal punto di vista previdenziale, solo per una delle due, facendo quindi in modo che a ciascuna corrispondesse una forma di assicurazione. –  In buona sostanza la norma introdotta dalla l. n. 335/1995  delimita il campo di applicazione dell’obbligo di iscrizione alla Gestione separata istituita presso l’Inps in caso di percezione di due tipi di reddito da lavoro autonomo: quelli di cui all’art. 49, comma 1, del TUIR che derivano dall’esercizio, abituale ancorché non esclusivo, di arti e professioni e quelli di cui al secondo comma dello stesso articolo, derivanti dagli uffici di amministratore e sindaco di società e da altri rapporti di collaborazione coordinata e continuativa.   La gestione separata presenta quindi aspetti diversi rispetto alle altre (la gestione dell’assicurazione generale obbligatoria dei lavoratori dipendenti e le gestioni dei lavoratori autonomi, ossia commercianti, artigiani, coltivatori diretti), che sono caratterizzate da una definizione compiuta del proprio campo di applicazione, corrispondente alla attività lavorativa svolta, per cui alla gestione AGO sono iscritti i lavoratori dipendenti, alla gestione coltivatori diretti coloro che esercitano questa attività ecc. Diversamente, nel citato art. 2, comma 26, il riferimento è invece eteronomo e supportato esclusivamente dalla norma fiscale (i citati articoli del TUIR), per cui, nella gestione separata, l’obbligazione contributiva è basata sostanzialmente sulla mera percezione di un reddito: più che un contributo destinato ad integrare un settore previdenzialmente scoperto, i conferimenti alla gestione separata hanno piuttosto il sapore di una tassa aggiuntiva su determinati tipi di reddito, con il duplice scopo di “fare cassa” e di costituire un deterrente economico all’abuso di tali forme di lavoro».

Il legislatore, pertanto, aveva introdotto una nuova tutela previdenziale che può essere o “unica”, in quanto corrispondente all’unica attività svolta, oppure “complementare” a quella apprestata dalla gestione a cui il soggetto è iscritto in relazione all’altra attività lavorativa espletata.

Merita evidenziare che l’onere probatorio dei requisiti utili alla pretesa contributiva (e, quindi, dell’abitualità dell’esercizio della professione o di un superamento del limite di reddito di euro 5.000,00 nell’ipotesi sopra indicata spetta all’Inps (così, da ultimo, Cass.  n. 11224/2022, cit. e Cass., 2 marzo 2022, n. 6926), con la   precisazione ulteriore che, ai fini della prova dell’abitualità, non operano presunzioni legali, ma ogni elemento (misura dei redditi, iscrizione all’albo, accensione della partita IVA, organizzazione materiale predisposta dal professionista a supporto della sua attività, etc.) è valutabile nell’ambito del ragionamento che porta al convincimento indiziario.

È con le sentenze gemelle 18 dicembre 2017, n. 30344 e n. 30345 (relative a ingegneri e architetti, per i quali opera l’Inarcassa) che la Corte di Cassazione ha ritenuto rilevante solo il contributo c.d. soggettivo versato alla cassa previdenziale di riferimento della categoria di appartenenza; l’unico che costituisce un’autonoma posizione previdenziale in capo al lavoratore autonomo, restando così, solo in questo caso, escluso l’obbligo di iscrizione alla Gestione separata dell’Inps.

Secondo i giudici di legittimità, tenuto conto del rinvio operato dall’art. 18, comma 12, d.l. n. 98/2011, ult. cit.,  agli enti previdenziali di cui al precedente comma 11, vale a dire agli enti previdenziali gestori delle forme di previdenza dei lavoratori autonomi e professionisti di cui al d.lgs. n. 509 del 1994 e al d. lgs n. 103 del 1996,  «tale precetto unitario, per quanto qui rileva, può essere agevolmente ricostruito nel senso che l’iscrizione alla gestione separata è obbligatoria per i soggetti che esercitano per professione abituale, ancorché non esclusiva, attività di lavoro autonomo di cui al D.P.R. n. 917 del 1986, art. 49 (ora 53), comma 1, l’esercizio della quale non sia subordinato all’iscrizione ad appositi albi professionali ovvero, se subordinato all’iscrizione ad un albo, non sia soggetto ad un versamento contributivo agli enti previdenziali di riferimento che sia suscettibile di costituire in capo al lavoratore autonomo una correlata posizione previdenziale. Una diversa interpretazione, infatti, finirebbe per tradire la finalità universalistica dell’istituzione della gestione separata e si porrebbe in contrasto con la sua tipica modalità di funzionamento, che come si è detto collega l’obbligazione contributiva alla mera percezione di un reddito e mette capo ad una posizione previdenziale che può essere unica oppure complementare a seconda l’iscritto svolga o meno un’ulteriore attività lavorativa (cfr. Cass. S.U. n. 3240 del 2010, già cit.)».

In senso conforme si è espressa, con riferimento alla posizione previdenziale di diversi liberi professionisti, la giurisprudenza di legittimità successiva: v., tra le numerose pronunce, Cass. nn. 11 72 del 18 gennaio 2018; 2282 del 30 gennaio 2018; 1643 del 23 gennaio 2018; nn. 32166 e 32167/ 2018, già citate; n. 32508 del 14 dicembre 2018.

In particolare, Cass. n. 32167/2018, cit., con riferimento specifico alla professione forense, ha affermato che   «l’unica forma di contribuzione obbligatoriamente versata che può inibire la forza espansiva della norma di chiusura contenuta nella L. n. 335 del 1995, art. 2, comma 26, come chiarita dal D.L. n. 98 del 2011, art. 18, comma 12, non può che essere quella correlata ad un obbligo di iscrizione ad una gestione di categoria, in applicazione del divieto di duplicazione delle coperture assicurative incidenti sulla medesima attività professionale»  da ciò derivando che «la contribuzione integrativa, in quanto non correlata all’obbligo di iscrizione alla cassa professionale, ed a prescindere dalla individuazione della funzione assolta all’interno del sistema di finanziamento delle attività demandate alla cassa professionale, non attribuisce al lavoratore una copertura assicurativa per gli eventi della vecchiaia, dell’invalidità e della morte in favore dei superstiti per cui non può essere rilevante ai fini di escludere l’obbligo di iscrizione alla Gestione separata presso l’INPS».

In termini più espliciti, più di recente, Cass. 23 marzo 2020, n. 7485 ( relativa al caso di un perito, già in pensione),  ha chiarito che «la relazione tra le casse professionali e la Gestione separata non può essere costruita come una relazione di alternatività, cioè postulando che  i commi 25 e 26 dell’art.2, l. n.335/1995 abbiano fissato in abstracto un rigido riparto di competenze, ma piuttosto come una relazione di complementarità, tale per cui se una cassa professionale di categoria, nell’esercizio della sua potestà di autoregolamentazione, decide di escludere taluni professionisti dal versamento di contributi utili a costituire una posizione previdenziale, tale esclusione sarà sufficiente a riespandere la vocazione universalistica della Gestione separata (sempre che ci si trovi in presenza di attività libero-professionali svolte in modo abituale, ancorché non esclusivo, oppure di attività che, se svolte in forma occasionale, diano luogo ad un reddito pari o superiore a 5.000 euro, per come indicato nell’art. 44,comma 2, d.l. n. 269/2003,  conv. con l. n. 326/ 2003)».

In precedenza, era stata accreditata una interpretazione restrittiva (v. Cass., 19 giugno 2006, n. 14069, 16 febbraio 2007, n. 3622 e 22 maggio 2008, n. 13218, tutte relative all’attività di guida turistica), in base alla quale veniva escluso l’obbligo di iscrizione alla Gestione separata dell’Inps (solo) nelle ipotesi di attività professionale legata ad una specifica cassa di previdenza con una regolamentazione speciale dell’obbligo di iscrizione e di pagamento dei relativi contributi.

In particolare, Cass. n. 13218/2008, cit., spiega bene come il legislatore abbia  agito con due diverse disposizioni: «– da un lato, con la L. n. 335 del 1995, art. 2, comma 25, ha delegato il Governo ad emanare norme volte ad assicurare la tutela previdenziale in favore dei soggetti che svolgono attività autonoma di libera professione, il cui esercizio è subordinato all’iscrizione in appositi albi o elenchi; si trattava, in questo caso, di regolamentare quei liberi professionisti per i quali esisteva un ente deputato alla tenuta degli albi, ma che non avevano, a differenza di altre categorie, una apposita cassa di previdenza e che erano quindi privi di tutela previdenziale; in attuazione della delega è stato emanato il D.Lgs. n. 103 del 1996, art. 2, che ha demandato proprio agli enti abilitati alla tenuta degli albi di scegliere se partecipare ad un ente pluricategoriale ovvero se costituire un ente di categoria per gestire l’assicurazione di detti professionisti; pertanto per i professionisti iscritti all’albo, ossia per i professionisti stricto sensu, secondo la dizione usata dall’Istituto ricorrente, il soggetto deputato alla gestione della tutela previdenziale obbligatoria viene scelto dall’organo professionale competente e non è certo la Gestione separata presso Inps; – dall’altro, con la L. n. 335 del 1995, art. 2, comma 26, tale gestione separata è stata invece prevista per quei lavoratori autonomi che svolgono attività professionale per la quale non è prevista l’iscrizione in albi o in elenchi e che quindi non hanno alcun ente deputato alla relativa tenuta che possa decidere sulla forma di gestione della tutela previdenziale ».

Così affermando, conclusivamente, che i professionisti iscritti negli albi sono esclusi dalla Gestione separata dell’Inps, mentre in questa sono inclusi i professionisti per i quali, come le guide turistiche, di cui al caso di specie esaminato, non esiste un albo professionale.

Con una articolata ordinanza in data 2 febbraio 2021 (iscritta al r.o. n. 86/2021), il Giudice del Lavoro di Catania ha rimesso alla Consulta due questioni di legittimità costituzionale relative: «A) in via principale, all’art. 2, co. 26, L. 335/1995, come interpretato dall’art. 18, co. 12, D.L. 98/2011, nella parte in cui prevede, a carico degli avvocati del libero foro non iscritti alla Cassa di previdenza forense per mancato raggiungimento delle soglie (di reddito o di volumi di affari) ex art. 22 L. 576/1980, l’obbligo di iscrizione presso la gestione separata INPS; B) in subordine, all’art. 18, co. 12, D.L. 98/2011, nella parte in cui non prevede che l’obbligo di iscrizione alla gestione separata dell’INPS, a carico degli avvocati del libero foro non iscritti alla Cassa di previdenza forense per mancato raggiungimento delle soglie (di reddito o di volumi di affari) ex art. 22 L. 576/1980, decorra per i periodi successivi alla sua entrata in vigore».

Come è noto, a seguito della c.d. “Operazione Poseidone” avviata nel 2010, l’Inps aveva proceduto ad iscrivere d’ufficio nella Gestione separata molti liberi professionisti che, in base ai controlli incrociati e alle informazioni provenienti dall’Agenzia delle Entrate, risultavano titolari di redditi, regolarmente dichiarati, provenienti dall’esercizio di arti e professioni.

Questa operazione, criticata sotto molti aspetti, anche in sede parlamentare, ha creato un notevole contenzioso, che solo negli ultimi anni è venuto a scemare.

Il caso di specie deciso dalla sentenza annotata riguardava alcuni avvocati, che, prima dell’entrata in vigore della riforma forense approvata con l. n. 247 del 31 dicembre 2012, non erano iscritti anche alla Cassa Forense in quanto l’art. 22 della l. n. 576   del 20 settembre 1980, con il pagamento del contributo c.d. soggettivo di cui all’art. 10, prevedeva come obbligatoria l’iscrizione solo in caso di esercizio della libera professione con carattere di continuità, così come risultava determinato ex art. 2, l. 22 luglio 1975, n.319. Era, quindi, il minimo di reddito o il minimo di volume di affari, di natura professionale, fissati dal comitato dei delegati della Cassa Forense, che determinava il limite per l’accertamento dell’esercizio continuativo della professione (facendosi applicazione, comunque, di criteri che tenevano conto non solo dell’entità del reddito, ma anche del carattere prevalente del lavoro professionale e di ogni altro elemento utile).

Anche in base all’interpretazione giurisprudenziale che si era venuta affermando, per gli avvocati non iscritti alla Cassa Forense, pertanto, avrebbe dovuto trovare applicazione l’obbligo dell’iscrizione alla Gestione separata istituita presso l’Inps prevista dall’art. 2, comma 26, l. n. 335/195, come autenticamente interpretato dall’art. 18, comma 12, d.l. n. 98/2011.

Secondo il Tribunale di Catania, la legge di interpretazione autentica sarebbe costituzionalmente illegittima per violazione dell’art. 3, Cost. poiché «appare evidente l’antinomia prodotta dalla norma impugnata, l’oggettiva incoerenza del sistema normativo che essa provoca, l’irrazionalità normativa di una previsione che impone all’avvocato l’obbligo di iscrizione in un separato ente previdenziale proprio quando e nella misura in cui il suo stesso ordinamento previdenziale, in base a disposizioni di legge, esclude un tale onere nei confronti della sua stessa cassa di categoria»; tenuto conto, peraltro, che «l’obbligo di contribuzione richiesto in favore della gestione separata deriva dall’esercizio della medesima attività – quella forense – a cui si rapporta l’obbligo del contributo integrativo ex art. 11 l. 576/1980 in favore della Cassa forense, l’ente a cui l’ordinamento ha sempre devoluto l’esclusiva competenza della gestione dei rapporti previdenziali della categoria».

Un altro aspetto di incostituzionalità sarebbe legato al carattere innovativo della legge di interpretazione autentica del 2011, più volte citata, nella parte in cui assoggetta all’obbligo di iscrizione alla Gestione separata dell’Inps gli avvocati c.d. “sotto-soglia”, diversamente da quanto  previsto in precedenza, in quanto l’efficacia retroattiva che ne era conseguita veniva irrimediabilmente a contrastare  con il principio del legittimo affidamento del cittadino, per di più con un intervento, quanto mai inopportuno, del legislatore  nel mezzo del contenzioso intrapreso dagli avvocati, che legittimava l’operazione di accertamento e recupero dei crediti portata avanti  dall’Inps, diretta parte in causa.

Con riferimento a quest’ultimo punto la Consulta ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 18, comma 12, d.l. n. 98/2011, ult. cit. «nella parte in cui non prevede che gli avvocati del libero foro non iscritti alla Cassa di previdenza forense per mancato raggiungimento delle soglie di reddito o di volume di affari di cui all’art. 22 della legge 20 settembre 1980, n. 576 (Riforma del sistema previdenziale forense), tenuti all’obbligo di iscrizione alla Gestione separata costituita presso l’Istituto nazionale della previdenza sociale (INPS), siano esonerati dal pagamento, in favore dell’ente previdenziale, delle sanzioni civili per l’omessa iscrizione con riguardo al periodo anteriore alla sua entrata in vigore», avendo ritenuto rilevante l’affidamento sull’ambito soggettivo di applicazione  limitato ai professionisti esercenti attività per le quali non era prevista l’iscrizione in albi professionali, per come si era pronunciata la giurisprudenza di legittimità in prima battuta.

La Corte Costituzionale analizza i presupposti di legittimità, in generale, delle norme di interpretazione autentica (punto n. 8.2 della motivazione), censurando la disposizione in questione perché avrebbe introdotto una efficacia retroattiva violando il principio di ragionevolezza con riguardo specificamente alla tutela del legittimo affidamento sorto nei destinatari della stessa (a nulla rilevando che si trattasse, nello specifico caso, di avvocati).

Il ragionamento giuridico a sostegno di questa opzione interpretativa viene svolto in maniera approfondita (punto n. 8.3 e ss. della motivazione) per arrivare ad escludere la debenza delle sanzioni civili conseguenti all’obbligo contributivo non adempiuto per il periodo precedente all’entrata in vigore della legge di interpretazione autentica.

Con riferimento, invece, all’ulteriore e più importante profilo, la questione di legittimità costituzionale sollevata dal Tribunale di Catania è stata disattesa.

Nella pregevole ricostruzione del quadro normativo di riferimento della Gestione separata istituita presso l’Inps nel sistema generale di tutela previdenziale dei professionisti, con particolare riferimento ai rapporti con le casse professionali di categoria (v. il punto n. 4 della motivazione), la Corte Costituzionale individua nell’istituto introdotto con l’art. 2, comma 26, l. n. 335/1995 «una funzione di chiusura del sistema» che trova «il suo fondamento nell’esigenza della “universalizzazione” della tutela previdenziale, rispondendo alla finalità di estendere la copertura assicurativa ai soggetti e alle attività non coperti da forme di assicurazione obbligatoria già realizzate o da realizzare nell’ambito della categoria professionale di riferimento» e rappresenta   «il punto di arrivo di una linea evolutiva tendenziale dell’ordinamento giuridico previdenziale verso la progressiva estensione della tutela assicurativa sia sotto il profilo soggettivo, in quanto riferita a tutte le categorie di lavoratori autonomi, sia sotto il profilo oggettivo, in quanto riferita ad ogni attività esercitata, con eventuale pluralità di iscrizioni nelle ipotesi di pluralità di attività svolte».

Secondo la Consulta (con argomentazioni che riecheggiano quelle della Cassazione), la finalità dell’art. 26, comma 2, ult. cit., è quella di realizzare l’estensione dell’assicurazione generale obbligatoria per l’invalidità, la vecchiaia ed i superstiti, così  assumendo una funzione di chiusura del sistema, complementare –  e non alternativo –  con il sistema previdenziale categoriale, ampliando la finalità mutualistica:  «se la cassa professionale, proprio nell’esercizio del potere di autoregolamentazione riconosciutole dalla legge, decide di non includere taluni professionisti (eventualmente per mancato raggiungimento di soglie reddituali stabilite da propri organi interni) nell’obbligo di versamento di contributi utili a costituire una posizione previdenziale, l’operatività della Gestione separata, quale istituto residuale a vocazione universalistica, vede espandersi la sua sfera di operatività, sempre che, beninteso, ne ricorrano i relativi presupposti; ossia che ricorra l’esercizio abituale di un’attività professionale che abbia prodotto un reddito superiore a un determinato importo».

E proprio in questa chiave interpretativa viene richiamata la sua precedente sentenza n. 67 del   30 marzo   2018 (dovuta alla penna dello stesso redattore della sentenza annotata), che sottolineava che  «[i]l sistema della previdenza forense […] è ispirato ad un criterio solidaristico e non già esclusivamente mutualistico» ed è «tale connotazione solidaristica che giustifica e legittima l’obbligatorietà – e più recentemente l’automaticità ex lege – dell’iscrizione alla Cassa e la sottoposizione dell’avvocato al suo regime previdenziale e segnatamente agli obblighi contributivi».

Vincenzo Antonio Poso, avvocato in Pisa

Visualizza il documento: C. Cost., 22 aprile 2022, n. 104

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