Impugnazione del licenziamento, rinnovazione dell’atto di recesso e cosa giudicata    

di F. Ungaretti Dell'Immagine -

Pendente il giudizio di impugnazione del licenziamento con richiesta di reintegra ex art. 18 st. lav., il datore di lavoro manifesta un nuovo atto di recesso non impugnato dal lavoratore.

Definito il primo giudizio con la concessione della tutela reale e del risarcimento del danno, il lavoratore ottiene un decreto ingiuntivo per il pagamento delle somme non corrisposte a far data dal primo licenziamento.

Viene però proposta, con successo, l’opposizione da parte del datore di lavoro che eccepisce il consolidarsi degli effetti del secondo licenziamento.

Il lavoratore, soccombente anche in appello, propone ricorso in Cassazione lamentando la violazione dell’art. 2909 c.c. in quanto la decisione del primo giudizio avrebbe accertato implicitamente la persistenza del rapporto di lavoro alla data di emanazione della sentenza.

La Corte di legittimità, però, respinge tale prospettazione ribadendo, da una parte, la legittimità della rinnovazione del licenziamento fondato su nuovi e diversi motivi e chiarendo, dall’altra parte, che la sentenza di reintegrazione nel posto di lavoro, disposta ai sensi dell’art. 18 st. lav., accerta la persistenza del rapporto rispetto al licenziamento intimato ma, per quanto attiene alla ricostituzione del rapporto stesso ed al quantum del risarcimento, ha natura di condanna generica suscettibile di essere attualizzata.

Il tema della intimazione di un secondo licenziamento è stato oggetto di contrasti nella giurisprudenza che però oggi è costante nell’affermarne la piena legittimità di un secondo atto di recesso irrogato durante la pendenza dell’impugnazione del precedente. (ex multis, Cass., 4 gennaio 2019, n. 79; Cass., 23 agosto 2016, n. 17247; Cass., 6 maggio 2015, n. 11910; Cass., 22 ottobre 2008, n. 25573 in RIDL, 2009, II, 313, con nota di MAZZOTTA; contra, Cass., 8 marzo 2011, n. 5445, in GDir, 2011, 18)

Ne consegue, sotto il profilo strettamente processuale, la necessità di individuare i limiti oggettivi e temporali del giudicato con riguardo all’«impugnativa dei licenziamenti», nelle ormai residuali ipotesi in cui è disposta la reintegrazione nel posto di lavoro.

La problematica in discorso rileva, infatti, soltanto in caso di nullità del primo licenziamento ai sensi dell’articolo 18, comma 1, st. lav., e dell’articolo 2, comma 1, d.lgs. n. 23/2015 ovvero di annullabilità del primo licenziamento ai sensi dell’articolo 18, comma 4 e 7, st. lav., e dell’articolo 3, comma 2, d.lgs. n. 23/2015. Nelle ipotesi diverse il primo licenziamento determina, infatti, in ogni caso l’effetto estintivo a prescindere dalla sua illegittimità.

Senza alcuna pretesa alcuna di completezza, è noto che il ricorso è diretto a contrastare i vizi dell’atto e la motivazione dello stesso, e determina una sentenza che, oltre alla decisione sulla legittimità del recesso, è idonea a formare il giudicato implicito soltanto sui presupposti logici della decisione (Cass., 22 maggio 2020, n. 9494; Cass., 27 febbraio 2020, n. 5409; nonché Cass., 17 aprile 2018, n. 9409, in RIDL,2018, 962), ovvero sul «motivo portante» (MENCHINI, I limiti oggettivi del giudicato civile, Giuffrè Editore, 1987, 310; CONSOLO, Oggetto del giudicato e principio dispositivo. II. Oggetto del giudizio ed impugnazione del licenziamento, in RTDPC, 1991, 594) del licenziamento stesso, ma non anche su nuove e diverse ragioni giustificative.

Ciò non risolve, tuttavia, la questione della delimitazione temporale dell’accertamento della persistenza o meno del rapporto di lavoro, se cioè il giudizio sull’impugnativa del licenziamento accerti l’esistenza del rapporto all’attualità ovvero al tempo del licenziamento impugnato.

La decisione in commento opta per questa seconda soluzione interpretativa rendendo, dunque, il giudizio impermeabile rispetto all’accertamento sulla validità del secondo atto di recesso e sui fatti che, in un rapporto di durata, sono suscettibili di sciogliere il vincolo contrattuale o di impedirne la ricostituzione.

La soluzione appare in linea con le osservazioni della dottrina (BUONCRISTIANI, Il licenziamento disciplinare, Cedam, 2012, 412) che ha messo in luce come la diversa soluzione finirebbe per costringere il datore di lavoro ad allegare l’ulteriore licenziamento e, quindi, ad innestare nel processo pendente un nuovo giudizio, ad iniziativa invertita, con le conseguenti problematiche di remissione in termini per l’esercizio dei poteri di azione e di difesa.

Resta semmai da precisare, però, che la soluzione vale quando i fatti siano contestati ovvero la fattispecie non perfezionata (cfr. LUISO, Rinnovazione dell’atto di licenziamento e limiti cronologici della cosa giudicata, in GC, 1985, 56) perché in diverso avviso il nuovo licenziamento rappresenta un fatto estintivo di cui il giudice dovrà tenere conto ai fini della concessione del tipo di tutela e della quantificazione del risarcimento del danno (v. Cass., 6 gennaio 2008 n. 6055). Ciò in conformità, peraltro, con la previsione della stessa disposizione che espressamente consente la deducibilità dallo stesso risarcimento dell’aliunde perceptum e dell’aliunde percipiendum.

Federico Ungaretti Dell’Immagine, assegnista di ricerca nell’Università degli Studi di Firenze

Visualizza il documento: Cass., 12 ottobre 2021, n. 27787

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