Il lavoratore solleva carichi eccessivi, il datore è tenuto a risarcimento del danno non patrimoniale, biologico e morale, personalizzato alla luce delle risultanze del caso concreto

di F. Molinaro -

La Sesta Sezione – lavoro della Corte di Cassazione, con l’ordinanza del 6 aprile 2022 n. 11227, ha confermato la sentenza della Corte d’Appello di Roma con cui il datore di lavoro era stato condannato al risarcimento del danno, biologico e morale, per le lesioni indirettamente causate al lavoratore, nello svolgimento delle sue mansioni.

La Corte di merito, infatti, aveva riconosciuto la responsabilità del datore per non aver vigilato sul rispetto delle misure necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei dipendenti, in ossequio all’art. 2087 c.c. Il datore di lavoro, in particolare, non aveva vigilato che lo spostamento di pezzi pesanti di ceramica (oltre i 25 kg) venisse effettuato in coppia da due operai anziché da un solo.

La Suprema Corte – pur rilevando la presenza di una direttiva datoriale che, nella movimentazione dei suddetti pezzi di ceramica, imponeva l’opera congiunta di due operai – ha confermato la responsabilità del datore di lavoro, per culpa in vigilando, in quanto non aveva fattivamente impedito, ad esempio sanzionando le violazioni, la movimentazione dei carichi da parte di un solo lavoratore. Infatti, dalle testimonianze acquisite nei primi due gradi di giudizio, era emerso che il sollevamento dei carichi pesanti, da parte di un lavoratore, era solita avvenire anche nei momenti di temporanea assenza dei Capi reparto.

Ciò posto, la Corte di Cassazione, nel caso de quo, ha confermato il risarcimento del danno biologico e morale che la Corte d’Appello aveva riconosciuto al lavoratore.

Nel giungere a tali conclusioni, la Suprema Corte ha condiviso il più recente orientamento giurisprudenziale in tema di risarcimento del danno non patrimoniale, espresso nelle «sentenze di San Martino» del 2019 e non, come affermato dall’ordinanza in commento, quello propugnato dalle «prime San Martino» del 2008 (il riferimento è alle sentenze dell’11 novembre 2008, nn. 26972-5, in RCP, 2009, 261 con nota di C. Scognamiglio).

Infatti, in queste ultime pronunce, le Sezioni Unite hanno precisato che il danno non patrimoniale è una categoria ampia ed onnicomprensiva, nel cui ambito il giudice deve tenere conto di tutti i pregiudizi concretamente patiti dalla vittima, senza tuttavia duplicare il risarcimento attraverso l’attribuzione di nomen diversi a pregiudizi identici. Esse, quindi, hanno negato che il danno biologico, il danno morale e il danno esistenziale possano avere dignità autonoma, trattandosi di mere voci descrittive dell’unico danno non patrimoniale.

La pronuncia delle Sezioni Unite del 2008, animata dall’intento meritorio di fare chiarezza nel panorama dei danni non patrimoniali risarcibili, non ha convinto pienamente la giurisprudenza successiva che, sebbene si sia mostrata concorde sull’esigenza di evitare duplicazioni risarcitorie attribuendo nomen diversi a pregiudizi identici, non ha reputato necessario, per raggiungere tale risultato, effettuare una reductio ad unum del suddetto danno.

Infatti, negli ultimi anni si sono susseguite diverse pronunce, come la c.d. ordinanza «decalogo» (Cass., 17 gennaio 2018, n. 901, in RCP, 2018, 863 con nota di Ziviz) e le cc. dd. «nuove sentenze di San Martino» (tra queste v. Cass., 11 ottobre 2019, n. 28989, in RCP, 2020, 1903 con nota di Molinaro) che, riconoscendo dignità autonoma al danno morale, hanno tentato di superare l’approdo delle Sezioni Unite attraverso una tecnica di «nomofilachia dal basso».

Quindi, la Suprema Corte, nella seconda stagione di San Martino, ha affermato espressamente che il danno morale è una posta risarcitoria diversa da quella biologico: il primo ha ad oggetto pregiudizi che comportano una sofferenza interiore, come ad esempio, il dolore dell’animo, la vergogna, la disistima di sè, la paura, la disperazione, mentre il secondo ha ad oggetto pregiudizi psico-fisici, suscettibili di determinazione medico-legale (Cfr. De Cupis, Il danno, I, Giuffrè, 1979, 61).

In altri termini, l’ontologica differenza esistente tra danno morale, inteso come sofferenza interiore, e danno biologico, consistente in un pregiudizio psico-fisico idoneo a produrre un’incidenza negativa sulle attività quotidiane e sugli aspetti dinamico-relazionali della vita, non consente una loro piena sovrapposizione, atteso che il secondo richiama la «proiezione esterna» della persona, mentre il primo tutto ciò che attiene «all’intimo sentire» (Cfr. Bona, Importanti precisazioni per lo statuto del danno non patrimoniale: sfera morale, personalizzazioni, rischi di recidive e congiunti del sopravvissuto – I parte, in RCP, 2019, 1724).

Tale orientamento, come in precedenza rilevato, è stato condiviso dalla Corte di Cassazione nell’ordinanza de quo, la quale, ha affermato che: «in presenza di un danno alla salute, non costituisce duplicazione risarcitoria la congiunta attribuzione di una somma di denaro a titolo di risarcimento del danno biologico, anche personalizzato, e di una ulteriore somma a titolo di risarcimento dei pregiudizi (definibili come danni morali) che non hanno fondamento medico-legale perché non aventi base organica ed estranei alla determinazione medico-legale del grado percentuale di invalidità permanente, rappresentati dalla sofferenza interiore».

La considerazione del danno morale, quale pregiudizio autonomo rispetto al danno biologico, non è una questione meramente nominalistica ma, all’opposto, produce notevoli effetti sulla liquidazione del danno che, a loro volta, si riverberano sul dibattito concernente le tabelle di liquidazione adottabili.

Infatti, recente giurisprudenza, preso atto dell’autonomia del danno morale, ha criticato il criterio di calcolo adottato dalle tabelle milanesi. Queste, infatti, prima della recente modifica, si ispiravano alle prime sentenze di San Martino e, pertanto, consideravano il danno morale non come voce risarcitoria autonoma bensì quale mera percentuale aggiuntiva del danno biologico.

Il più recente orientamento, maggiormente favorevole all’adozione del criterio di calcolo posto alla base delle tabelle romane (che valutano autonomamente il danno morale), ha seriamente fatto vacillare ogni certezza sul carattere di tabella a «vocazione nazionale», riconosciutole dalla Corte di Cassazione (v. Cass., 7 giugno 2011, n. 12408, in DR, 2012, 121 con nota di Spera).

Questo pericolo è stato scongiurato dal tempestivo intervento dell’Osservatorio del Tribunale di Milano, che ha modificato le suddette tabelle riconoscendo, anche alla luce della modifica operata dalla l. 124 del 2017 all’art. 138 cod. ass., autonomia liquidativa al danno morale.

Peraltro, tale modifica non comporta, come in precedenza osservato, una duplicazione risarcitoria, che viene scongiurata mediante l’accertamento in concreto dei pregiudizi subiti dal danneggiato.

Infatti, il giudice potrà aumentare l’ammontare risarcitorio qualora ravvisi, nel caso concreto, circostanze eccezionali, di carattere soggettivo o oggettivo, che pur avendo carattere ordinario per la generalità dei consociati, assumono nella sfera del danneggiato un peso consistente.

Tale circostanza è stata confermata dalla Corte di cassazione, nell’ordinanza in commento, ove si legge che l’accertamento in concreto del danno morale, al pari di tutti i conseguenti pregiudizi che la lesione produce sulle attività quotidiane, personali e relazionali si traduce in una quaestio facti che compete al giudice di merito.

Di conseguenza, ha confermato le conclusioni a cui era giunta la Corte territoriale, ritenendo che: «la lesione del diritto alla salute avesse determinato ulteriori danni morali rispetto a quelli ordinariamente riconosciuti ad un soggetto della stessa età per il medesimo grado di menomazione, già ricompresi nella liquidazione del punto percentuale delle tabelle milanesi applicate, ed ha espressamente rilevato che, nel caso di specie, fosse ravvisabile una elevata personalizzazione in quanto il lavoratore ha subito l’ulteriore grave danno di natura patrimoniale consistente nella perdita del lavoro in seguito allo svolgimento delle mansioni per le quali si era specializzato».

Francesco Molinaro, dottorando di ricerca nell’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”

Visualizza il documento: Cass., sez. VIª, 6 aprile 2022, n. 11227

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