Il c.d. terzo elemento salariale, tra vecchie e nuove previsioni contrattuali collettive, i lavoratori assunti con contratto di formazione e lavoro e il principio di non discriminazione

di V. A. Poso -

In riforma delle sentenze di primo grado, la Corte di Appello di Napoli aveva riconosciuto (con conseguente condanna della società datrice di lavoro al pagamento) in favore di alcuni autoferrotranvieri assunti prima del 25 luglio 1997 con contratto di formazione e lavoro, poi trasformato in rapporto di lavoro a tempo indeterminato, quanto dovuto a titolo di “terzo elemento salariale” – poi soppresso dal CCNL di settore del 25 luglio 1997 che lo aveva fatto confluire nei cd. trattamenti sostitutivi, mantenendolo solo ai lavoratori già in servizio a tempo indeterminato alla data della sua stipulazione.

La Corte territoriale riteneva che questo istituto retributivo fosse dovuto perché ancorato all’anzianità di servizio del lavoratore assunto con contratto di formazione e lavoro, il cui computo non poteva essere derogato dalla norma contrattuale collettiva, dopo la trasformazione in  rapporto in lavoro a tempo indeterminato, anche per l’applicazione del principio di non discriminazione, facendo propria l’interpretazione resa dai giudici di legittimità con la sentenza 13 giugno 2014, n. 13496, della quale diremo più avanti, rimasta isolata.

Questo orientamento è stato disatteso dalla Corte di Cassazione con alcune sentenze: nn. 23188 e 23189 del 20 agosto 2021, nn. 23330 e 23331 del 24 agosto 2021, n. 23421 del 25 agosto 2021 e n. 23728 del 1° settembre 2021( e forse altre se ne aggiungeranno), che, in linea di continuità con molte altre decisioni degli anni precedenti, affermano, con gli stessi argomenti e le stesse parole, il principio dell’autonoma natura retributiva del terzo elemento salariale, per nulla collegato all’anzianità di servizio del lavoratore assunto con contratto di formazione e lavoro, che non lo aveva mai ricevuto, non essendo dovuto per specifica previsione contrattuale collettiva.

Le sentenze annotate (in allegato vengono pubblicate solo le nn. 23331 e 23728) meritano di essere segnalate non solo per la compiuta ricostruzione del contratto di formazione e lavoro, ma anche per la analitica ricognizione della disciplina contrattuale collettiva applicabile agli autoferrotranvieri.

Secondo la Corte di Cassazione «non violano il D.L. n. 726 del 1984, art. 3, comma 5, convertito in L. n. 863 del 1984 e neppure introducono un trattamento discriminatorio, le clausole della contrattazione collettiva nazionale che, nel contesto di una riforma degli istituti contrattuali della retribuzione, distinguono i lavoratori con contratto di formazione lavoro dal personale già in servizio con rapporto a tempo indeterminato, equiparando i primi al personale di nuova assunzione ai limitati fini dell’attribuzione di nuove voci salariali, senza incidere sulla conservazione dell’anzianità di servizio».

Ciò in continuità con la giurisprudenza di legittimità che, proprio con riferimento agli autoferrotranvieri, ha affrontato il tema di alcuni elementi particolari della loro retribuzione, come le competenze accessorie unificate, c.d. CAU, e il c.d. nuovo terzo elemento salariale, anche con riferimento agli accordi collettivi successivi a quello del 25 luglio 1997.

È di tutta evidenza che si tratta di una affermazione di principio che, per la sua importanza, prescinde dal caso di specie, la cui coerenza logica, però, dobbiamo misurare con riferimento all’istituto del contratto di formazione e lavoro, in conseguenza della sua trasformazione in rapporto di lavoro a tempo indeterminato.

Il ragionamento della S.C. è (solo apparentemente) lineare: se la finalità dei nuovi istituti retributivi, riconosciuti dopo la soppressione del c.d. terzo elemento salariale, è quella di preservare il valore preesistente del trattamento retributivo in favore dei soli dipendenti che già ne beneficiavano sino al momento della sua soppressione, per evitare che i medesimi subissero una improvvisa decurtazione della retribuzione (in ossequio al principio di irriducibilità della retribuzione e dei diritti quesiti), è legittima l’esclusione per quei lavoratori che, come quelli assunti con contratto di formazione e lavoro, mai, per disposizione del contratto collettivo applicabile, avevano percepito l’istituto retributivo in questione perché «non si profilava, nei confronti dei medesimi, alcun diritto quesito né alcun livello retributivo da mantenere o da conservare».

Si tratta, però, di comprendere bene quale è la data di assunzione a tempo indeterminato di un lavoratore con contratto di formazione e lavoro: quella della trasformazione in rapporto di lavoro a tempo indeterminato o quella (alla quale questa dovrebbe retroagire) della effettiva assunzione con il contratto formativo?

Le sentenze annotate non chiariscono (in maniera convincente per chi scrive) questo aspetto, che è fondamentale, in rapporto al discrimine temporale del 25 luglio 1997, data della stipula dell’Accordo Collettivo che all’art. 4 così disponeva: «Art. 4 – Nuovo 3° elemento salariale e trattamenti sostitutivi. – A decorrere dalla data di stipula del presente contratto, il nuovo terzo elemento salariale è soppresso. Conseguentemente, a decorrere dalla stessa data, i valori stabiliti dalla tabella retributiva allegati numeri da 2/A a 2/E e da 3/A a 3/E confluiscono, ferma restando in via transitoria la disciplina di cui al punto 3 dell’accordo nazionale 2 ottobre 1989, nei trattamenti sostitutivi di cui all’art. 4 bis del CCNL 12 marzo 1980, così come integrato dal punto 4 dell’accordo nazionale 2 ottobre 1989, e vengono mantenuti ai soli lavoratori già in forza a tempo indeterminato alla medesima data di stipula del presente contratto».

È importante, comunque, ricordare che per i lavoratori assunti con contratto di formazione e lavoro l’art. 7 del C.C.N.L. 11 aprile 1995 prevede un trattamento retributivo composto dai seguenti elementi: retribuzione conglobata, ex indennità di contingenza, indennità di mensa e indennità domenicale. Resta escluso, quindi, il terzo elemento salariale istituito con l’Accordo Nazionale 29 giugno 1988, che viene ad aggiungersi alle altre voci già previste, come normale retribuzione, dall’art. 1 del C.C.N.L. 12 marzo 1980: aumenti periodici di anzianità, competenze accessorie unificate, assegni ad personam e trattamenti sostitutivi di cui all’art. 4 bis.

La Corte di Cassazione si pone, consapevolmente, il problema del  precedente difforme della sentenza 13 giugno 2014, n. 13496 (che aveva affermato il seguente principio di diritto: «IDL n. 726 del 1984, art. 3, virgola 5, convertitori con modifiche nella l. n. 863 del 1984, secondo cui il periodo di formazione e lavoro è computato nell’anzianità di servizio in caso di trasformazione del rapporto di formazione e lavoro in rapporto a tempo indeterminato, non può essere derogato da una disposizione collettiva, quale l’art. 4 dell’Accordo per il rinnovo del CCNL per i dipendenti del settore degli autoferrotranviari siglato il 27 luglio 1997, che, sopprimendo dalla data di stipula il cd “terzo elemento salariale” e mantenerlo ai soli lavoratori già in un tempo indeterminato alla medesima data, non conservi detto emolumento retributivo anche ai lavoratori già assunti a detta data con contratto di formazione e lavoro trasformato al termine dell’esecuzione di esso in rapporto di lavoro a tempo indeterminato», ma precisa che si tratta di una fattispecie diversa da quelle ora decise, perché «in quel caso i lavoratori assunti con contratto di formazione e lavoro percepivano – sin dall’assunzione – tale emolumento (e con l’Accordo del 1997 si erano visti sopprimere la voce retributiva), mentre nel caso di specie il giudice di merito ha accertato che i lavoratori assunti con contratto di formazione e lavoro non hanno mai percepito il c.d. nuovo terzo elemento salariale».

Nella controversia decisa dalla sentenza n. 13496/2014 i giudici di legittimità, in positiva sinergia con la giurisprudenza della Corte di Giustizia (in motivazione richiamata in analitica rassegna), avevano accolto la domanda proposta dagli autoferrotranvieri assunti con contratto di formazione e lavoro, poi trasformato in rapporto di lavoro a tempo indeterminato, proprio in applicazione del principio di non discriminazione che deriva dall’attuazione della clausola 4, dell’Accordo Quadro sul lavoro a tempo determinato a tempo determinato – concluso da CES,UNICE e CEEP il 18 marzo 1999 e fatto proprio dalla direttiva 1999/70/CE, del Consiglio, del 28 giugno 1999, intitolata «Principio di non discriminazione» che dispone quanto segue (per quanto qui interessa): «Per quanto riguarda le condizioni di impiego, i lavoratori a tempo determinato non possono essere trattati in modo meno favorevole dei lavoratori a tempo indeterminato comparabili per il solo fatto di avere un contratto o rapporto di lavoro a tempo determinato, a meno che non sussistano ragioni oggettive» (punto 1); «i criteri periodo di anzianità di servizio a particolari condizioni di lavoro di relatività siano gli stessi sia per i lavoratori a tempo determinato sia per quelli tempo indeterminato, eccetto criteri diversi in materia di anzianità giustificati da giustificati oggettive» (punto 4).

In quella occasione i giudici di legittimità fecero corretta applicazione della sentenza delle Sezioni Unite n. 20074 del 23 settembre 2010 che, a composizione di un significativo contrasto interpretativo, avevano affermato, con chiarezza esemplare, la rilevanza del periodo di formazione rispetto all’anzianità acquisita dal lavoratore a tempo indeterminato, non solo con riferimento al riconoscimento degli aumenti periodici di anzianità, ma anche in termini generali.

La regola dettata dal legislatore «è quella di una equiparazione (periodo di formazione e lavoro – periodo di lavoro ordinario) di carattere generale, che non riferendosi ad alcun istituto giuridico né di fonte legale né di fonte contrattuale, opera a tutto campo perseguendo un’esigenza di riequilibrio e di contemperamento» che  «esprime un generale canone che si sovrappone, per il suo carattere inderogabile, anche alla contrattazione collettiva, la quale può sì disciplinare nel modo più vario istituti contrattuali rimessi interamente alla sua regolamentazione, come gli scatti di anzianità, ma non potrebbe introdurre un trattamento in senso lato discriminatorio in danno dei lavoratori che hanno avuto un pregresso periodo di formazione».

Sotto questo profilo, concludono le Sezioni Unite «l’equiparazione suddetta opera anche come una clausola di non discriminazione: il lavoratore, una volta inglobato nella sua anzianità di servizio il pregresso periodo di formazione e lavoro, non può più essere discriminato in ragione del fatto che una porzione della sua anzianità di servizio è tale solo in forza dell’equiparazione legale suddetta».

I principi affermati dalle Sezioni Unite n. 20074/2010 e dalla giurisprudenza di legittimità successiva vengono ribaditi anche dalle sentenze annotate, però con una lettura riduttiva (che chi scrive non condivide), non ritenendosi conferente il riferimento all’anzianità di servizio maturata dai lavoratori in formazione ai fini del riconoscimento dell’istituto retributivo oggetto di controversia.

Per avvalorare la diversa prospettiva di analisi rispetto al precedente di Cass. n. 13496/2014, nelle decisioni annotate vengono richiamate le ordinanze n. 18946 e n. 18947 del 9 settembre 2014 che si erano espresse, subito dopo la prima, in senso difforme, affermando che le clausole della contrattazione collettiva nazionale che, nel contesto di una riforma degli istituti contrattuali retributivi, distinguono i lavoratori con contratto di formazione e lavoro in corso da quelli già in servizio con contratto a tempo indeterminato, non violano né l’art. 3, comma 5, d. l. n. 726/1984, né introducono un trattamento discriminatorio, equiparando i primi al personale di nuova assunzione ai limitati fini dell’attribuzione di nuove voce salariali aziendali (e cioè escludendoli dalla platea dei precettori dell’emolumento in questione, al pari dei neo-assunti), senza però incidere sulla conservazione dell’anzianità di servizio (e cioè senza vulnerare il principio legale di attribuzione dell’anzianità fin dalla data di assunzione con contratto di formazione e lavoro).

Risulta quindi acquisito, anche alla luce delle sentenze ora commentate, che il contratto di formazione lavoro appartiene al genere del contratto a termine. Il fatto che, una volta trasformato in rapporto di lavoro a tempo indeterminato, l’anzianità maturata nel periodo di formazione sia utile anche ai fini economici, consentendo l’acquisizione di scatti di anzianità od altri benefici connessi all’anzianità di servizio, siano essi di origine legale o contrattuale, non comporta tuttavia che la natura del rapporto divenga a tempo indeterminato fin dalla sua stipulazione.

Ma siamo sicuri che la situazione possa essere valutata (solo) in questi termini?

Il punto critico è rappresentato dall’affermazione del principio secondo il quale la trasformazione in rapporto di lavoro a tempo indeterminato fa sì che gli istituti legati all’anzianità retroagiscano alla stipula del contratto di formazione, mentre, per il resto, il lavoratore in formazione deve considerarsi come un neo-assunto alla data della trasformazione.

Su questo punto la Corte di Cassazione richiama il suo precedente n. 25256 del 15 dicembre 2015, in continuità con la sentenza n. 6018 del 2009, per ribadire che «alla stregua del D.L. 30 ottobre 1984, n. 726, art. 3, convertito, con modificazioni, nella L. 19 dicembre 1984, n. 863, secondo il quale in caso di trasformazione del rapporto di formazione e lavoro in rapporto a tempo indeterminato il periodo di formazione e lavoro deve essere computato nell’anzianità di servizio, gli istituti, di legge e di contratto collettivo, collegati a detta anzianità retroagiscono alla stipula del contratto di formazione e lavoro, mentre per il resto, il lavoratore deve considerarsi come neo-assunto».

E tuttavia l’equiparazione dei lavoratori con contratto di formazione e lavoro in corso ai nuovi assunti, al solo (limitato) fine di definire la quota delle voci salariali aziendali da riservare agli stessi è una fictio iuris, essendo, ad avviso di chi scrive, del tutto evidente che la trasformazione in rapporto di lavoro a tempo indeterminato riporta indietro, alla data di stipulazione del contratto di formazione e lavoro, il momento dell’effettiva assunzione, nella considerazione dell’unitario rapporto di lavoro ab origine.

Motivo per il quale, con interpretazione logica e coerente, la Cassazione, nel precedente difforme del 2014, aveva rilevato il carattere discriminatorio della differenziazione del trattamento retributivo in ragione della data di assunzione dei lavoratori in formazione, poi oggetto di trasformazione in rapporto di lavoro a tempo indeterminato dopo il 25 luglio 1997, rispetto ai lavoratori sin dall’inizio assunti a tempo indeterminato.

Facendo proprie le parole della sentenza n. 13496/2014: «Il solo fatto dell’assunzione con contratto di formazione e lavoro, stante la previsione legale che equipara la dimensione temporale del rapporto, non può giustificare che lavoratori entrambi in servizio al 27 luglio 1997, gli uni già con contratto a tempo indeterminato e gli altri con contratto solo successivamente trasformato in rapporto a tempo indeterminato, percepiscano un diverso trattamento retributivo per l’intera vita lavorativa».

E a conforto di questa interpretazione veniva richiamata la sentenza n. 24033 del 20 novembre 2007 che «in fattispecie analoga in cui era controversa una disposizione della contrattazione collettiva che aveva soppresso un’agevolazione tariffaria per i nuovi assunti a partire da una certa data, ha statuito che nei confronti di coloro che erano già stati assunti con contratto di formazione e lavoro, con rapporto trasformato a tempo indeterminato successivamente a detta data, non poteva operare il limite posto dalla norma pattizia, in ragione della “riconosciuta unicità del rapporto fin dalla data della sua instaurazione con il c. f .l”».

Nella disciplina legislativa più volte richiamata la regola del computo del periodo di formazione e lavoro nell’anzianità di servizio è riferita ad una fattispecie di “trasformazione” del rapporto: termine che comporta, per il suo univoco significato, il riconoscimento dell’unicità del rapporto stesso fin dall’inizio dell’attività lavorativa pattuita con il contratto di formazione e lavoro. E l’anzianità di servizio in questi termini considerata realizza plasticamente la dimensione temporale di questo unico rapporto, privo di soluzione di continuità, nel quale va incluso il periodo di formazione e lavoro.

La decisione viene presa, nel caso che ora ci occupa, dalla Corte di Cassazione, sulla base della giurisprudenza comunitaria che valorizza  la clausola 2, punto 2, dell’Accordo Quadro sul lavoro a tempo determinato sopra citato che conferisce agli Stati membri un margine di discrezionalità in ordine all’applicazione dell’Accordo Quadro ai “rapporti di formazione professionale iniziale e di apprendistato” nonché ai “contratti e rapporti di lavoro definiti nel quadro di un programma specifico di formazione, inserimento e riqualificazione professionale pubblico o che usufruisca di contributi pubblici”.

È una opzione interpretativa che può avere un certo fondamento, alla luce, anche del d.lgs. n. 368 del 6 settembre 2001, che all’art. 10, comma 1, lett. b) esclude dalla sua applicazione i contratti di formazione e lavoro (insieme ad altri tipi di contratti con diversa e specifica regolamentazione).

Ma allora il cambio di prospettiva della odierna interpretazione della Cassazione (in linea di continuità con tutta la giurisprudenza di legittimità immediatamente successiva alla più volte citata sentenza del 2014) non deriva dalla circostanza,  a torto enfatizzata (quasi a dimostrazione del fatto che i giudici di legittimità non possono contraddirsi o cambiare opinione, cosa che  solitamente capita, a beneficio anche dell’evoluzione dell’interpretazione) che nei casi ora decisi il terzo elemento salariale non è stato mai corrisposto a differenza del caso deciso dalla sentenza n. 13496/2014, dove invece lo stesso sarebbe stato corrisposto (dato di fatto, quest’ultimo, che non risulta, nemmeno genericamente espresso, da nessuna parte), ma dal fatto che ora, a differenza di allora, si ritiene legittima la clausola contrattuale che non riconosce questo trattamento retributivo integrativo considerando i lavoratori in formazione neo-assunti al momento dell’avvenuta  trasformazione in rapporto di lavoro a tempo indeterminato, senza che ciò comporti violazione del principio di non discriminazione.

Nessun elemento desumibile dalle parole usate o dal senso complessivo delle clausole contrattuali consente di ritenere che, con le previsioni collettive considerate, le parti sociali abbiano inteso pregiudicare i diritti derivanti dall’anzianità di servizio maturata dai lavoratori durante – o per effetto – del contratto di formazione e lavoro o abbiano inteso introdurre un trattamento discriminatorio o comunque lesivo di diritti quesiti.

Se così fosse si tratterebbe di norme collettive illegittime.

Resta sullo sfondo il problema della legittimità del differente trattamento retributivo riservato dalla contrattazione collettiva ai dipendenti assunti con contratto di formazione e lavoro, nella prospettiva del possibile superamento della giurisprudenza di legittimità che, per la specificità del rapporto e l’oggettiva diversità ontologica del contratto di formazione e lavoro (causa mista, di scambio tra lavoro retributivo e addestramento preordinato alla piena immissione nel mondo del lavoro), ha sempre  ritenuto che l’autonomia contrattuale collettiva possa non solo escludere per questa categoria di lavoratori particolari elementi retributivi, ma anche prevedere, al precipuo fine di incentivare la stabilizzazione del rapporto, che ad essa sia corrisposta una retribuzione inferiore a quella degli altri dipendenti dopo la trasformazione del lavoro a tempo indeterminato: apparendo ciò del tutto logico in considerazione dell’oggettivo minor importo professionale e produttivo che può provenire, sia in termini qualitativi che quantitativi, da un lavoratore privo di una specifica esperienza e per il quale una parte del tempo lavorativo deve essere riservato alla formazione.

Ma questo è un altro problema, che non è stato nemmeno posto nelle controversie in esame e in quelle similari.

Vincenzo Antonio Poso, avvocato in Pisa

Visualizza i documenti: Cass., 1 settembre 2021, n. 23728; Cass., 24 agosto 2021, n. 23331

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