Gli indici secondari, rectius presuntivi, della natura subordinata del rapporto

di R. Maurelli -

La recentissima ordinanza 22 agosto 2022, n. 25064, può considerarsi una pietra miliare nel dibattito, tutto interno alla Cassazione, circa la rilevanza degli indici secondari della subordinazione e la loro censurabilità in sede di legittimità.

Il tema è fra i più scottanti per la nostra materia, ma è anche uno dei più delicati, perché mette in luce la crisi del tradizionale paradigma barassiano della subordinazione, fondato sulla sottoposizione del lavoratore al potere direttivo dell’imprenditore (art. 2094 c.c.), “capo dell’impresa” (art. 2086 c.c.), o dei suoi collaboratori “dai quali gerarchicamente dipende” (art. 2104, comma 2, c.c.).

Il modello, per ora, può dirsi ancora insuperato, ma le tensioni non mancano, sia da parte del legislatore sia da parte della giurisprudenza, la quale contribuisce al dibattito specialmente con l’elaborazione in tema di indici secondari della subordinazione, vero punto di emersione di tante incertezze applicative.

Invero, proprio quando la sottoposizione al potere direttivo non è agevolmente percepibile, l’accertamento della natura subordinata del rapporto viene spesso compiuto mediante indici secondari che la giurisprudenza di volta in volta individua, seleziona e valorizza con notevole discrezionalità, talvolta elevandoli perfino al rango di elementi costitutivi della fattispecie di cui all’art. 2094 c.c.

Sullo sfondo di questo dibattito vi è la nota sentenza delle Sezioni Unite n. 379/99, la quale aveva già posto un primo argine alla possibile deriva del soggettivismo giudiziario, imponendo al giudice una valutazione globale degli indici secondari e, dunque, negando una «autonoma idoneità di ciascuno di questi elementi considerati singolarmente ai fini della qualificazione del rapporto».

La pronuncia in commento aggiunge nuova linfa a questo quadro, compiendo un ulteriore e assai significativo passo in avanti. Il passaggio più significativo, al riguardo, è quello in cui si afferma che gli “indici sintomatici della subordinazione” devono essere “assunti come concordanti, gravi e precisi indici rivelatori”.

La Cassazione, in tal modo, esterna ciò che finora non era stato ancora detto, e cioè che questi indizi secondari sono a tutti gli effetti elementi indizianti di una presunzione semplice ex art. 2729 cod. civ.; allo stesso tempo viene definitivamente consegnato alla storia quel risalente e desueto orientamento, mai però espressamente smentito, secondo cui, invece, la natura subordinata del rapporto di lavoro non potrebbe mai essere desunta per presunzioni, neppure iuris tantum, ma deve essere rigorosamente dimostrata dal soggetto che la deduce (così Cass., 27 gennaio 1989, n. 524, in MGI 1989, 79-80; Cass., 17 giugno 1988, n. 4150, in FI, 1989, I, 2908).

Questa precisazione non è solo terminologica, poiché i requisiti della gravità, della precisione e della concordanza costituiscono un criterio legale importantissimo tanto ai fini della scelta degli indici secondari rilevanti, quanto per una loro valutazione complessiva, consentendo una più trasparente ponderazione dei fatti indizianti.

Tanto è vero che, applicando il principio enunciato dalla Suprema Corte, sarebbe decisamente più arduo attribuire rilevanza, ad esempio, a circostanze quali il compenso fisso o la continuità della prestazione, che spesso, invece, vengono richiamati nell’iter motivazionale di tante sentenze. Tali elementi, infatti, sono privi del requisito della gravità, in quanto non consentono di risalire al fatto ignoto della sottoposizione al potere direttivo, neppure secondo un criterio di normalità o di probabilità, essendo ben possibile che anche in un rapporto di collaborazione coordinata e continuativa il compenso sia determinato in misura fissa e la prestazione sia, appunto, continuativa.

L’unico modo per attribuire una qualche rilevanza a criteri come quelli poc’anzi esaminati sarebbe quello di rinunciare all’eterodirezione come elemento costitutivo della fattispecie lavoro subordinato, sostituendola con il diverso concetto di dipendenza economica, di cui pure si rinviene qualche traccia nell’ordinamento. Ma, anche in tal caso, criteri del genere andrebbero valutati quantomeno insieme a quello dell’esclusività della prestazione, della monocommittenza e simili, non potendosi altrimenti attribuirgli quel peso specifico che consentirebbe di risalire al fatto ignoto dell’eventuale dipendenza economica.

L’altra ricaduta applicativa della pronuncia in commento è di carattere processuale. È chiaro, infatti, che gli elementi indizianti di una presunzione, in quanto fatti storici, possono essere valutati e ponderati esclusivamente dai giudici di merito, cui spetta «esprimere un giudizio complessivo dei medesimi che sintetizzi le ragioni per cui da essi si sia tratto il convincimento circa la sussistenza o meno della subordinazione medesima», come giustamente affermato dalla Cassazione.

I margini per uno scrutinio di legittimità, secondo questa sentenza, restano molto stretti. Al riguardo, si richiama innanzitutto l’omesso esame ex art. 360, comma 1, n. 5, c.p.c.; solo per i giudizi anteriori alla riforma della norma, si potrà far valere il più generale vizio di omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione.

L’altra ipotesi di vizio di legittimità cui fa riferimento la Cassazione si verificherebbe, poi, nel caso in cui il giudice del merito abbia posto a base del proprio accertamento un solo elemento indiziante, venendo meno all’indispensabile valutazione complessiva e non atomistica prescritta dalle Sezioni Unite del 1999 citate.

Qui, forse, la pronuncia in commento appare un po’ troppo prudente e limitante, poiché omette di richiamare l’insegnamento delle Sezioni Unite della Suprema Corte, secondo cui in sede di legittimità è possibile anche un sindacato per violazione di legge, ai sensi dell’art. 360, comma 1, n. 3, c.p.c., «quando il Giudice abbia fondato la presunzione su indizi privi di gravità, precisione e concordanza, sussumendo, cioè, sotto la previsione dell’art. 2729 c.c., fatti privi dei caratteri legali, e incorrendo, quindi, in una falsa applicazione della norma, esattamente assunta nella enunciazione della “fattispecie astratta”, ma erroneamente applicata alla “fattispecie concreta”» (Cass., sez. un., 7 aprile 2014, n. 8053, in FI, 2015, I, 209).

Servono, dunque, le giuste chiavi.

Roberto Maurelli, dottore di ricerca e avvocato in Roma

Visualizza il documento: Cass., ordinanza 22 agosto 2022, n. 25064

Scarica il commento in PDF