Essere un celebre direttore di un programma televisivo non significa essere lavoratore subordinato della rete presso cui viene trasmesso

di P. Iervolino -

Il fatto che l’Inpgi avesse considerato l’attività di Bruno Vespa ed Enzo Biagi non come lavoro autonomo, ma come lavoro dipendente, non determina necessariamente la riqualificazione del rapporto di lavoro come subordinato.

Il verbale dell’Inpgi, redatto dopo le ispezioni negli studi Rai, seppur sia idoneo ad ottenere un decreto ingiuntivo ai danni della televisione di Stato, non ha un valore di prova, perché “Il materiale raccolto dai verbalizzanti deve passare al vaglio del giudice, il quale, nel suo libero apprezzamento, può valutarne l’importanza“. E poiché spetta in via esclusiva al giudice di merito il compito di individuare le fonti del proprio convincimento, di assumere e valutare le prove, di controllarne l’attendibilità e la concludenza, di scegliere quelle ritenute maggiormente idonee a dimostrare la veridicità dei fatti ad esse sottesi, rimanendo comunque fermo l’onere probatorio dei fatti costitutivi del credito (contributivo) in capo a chi vanta la pretesa (in questo caso l’istituto previdenziale), la Suprema Corte di Cassazione ha dichiarato infondato il ricorso dell’Inpgi sulla base del fatto che la stessa non avesse provato, nei precedenti gradi di giudizio, l’ elemento costitutivo del credito: la subordinazione.

Non rileva, dunque, ai fini della riqualificazione del rapporto la continuatività della prestazione, caratteristica quest’ultima invero compatibile anche con il rapporto di lavoro autonomo, ma il vincolo di subordinazione, intesa come “limitazione della […] autonomia ed inserimento nell’organizzazione aziendale” del lavoratore, “mentre altri elementi, quali l’assenza di rischio, la continuità della prestazione, l’osservanza di un orario e la forma della retribuzione” hanno natura meramente sussidiaria. Nel caso di Bruno Vespa, “assentarsi per concomitanti impegni personali”, è un profilo idoneo a negare il vincolo di subordinazione, perché evidenzia “una posizione contrattuale forte nei confronti del datore” che rende, come sottolineato nel caso di Enzo Biagi, “inverosimile l’imposizione datoriale di una qualificazione del rapporto non rispondente alla effettiva volontà delle parti”.

Enzo Biagi e Bruno Vespa, pertanto, rispettivamente per “Il Fatto” e “Porta a Porta” erano lavoratori autonomi ai, perché “non vi è una necessaria correlazione tra l’incarico di direttore di testata giornalistica e l’instaurazione di un rapporto di lavoro subordinato con l’azienda proprietaria della stessa, essendo a tal fine necessario che in capo alla medesima persona, chiamata ad assolvere detta funzione di carattere pubblicistico, si cumulino altri e diversi compiti” tipici della subordinazione.

Paolo Iervolino, dottorando di ricerca nell’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”

Visualizza i documenti: Cass., ordinanza 4 agosto 2021, n. 22264; Cass., 9 novembre 2021, n. 32758

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