È legittimo escludere una sigla sindacale dalle trattative per la stipula del contratto aziendale se non ha firmato il CCNL di cui il contratto decentrato costituisce attuazione

di D. Bellini -

Il caso.

Con ricorso ex art. 28 dello Statuto dei Lavoratori un sindacato autonomo adiva il Tribunale di Pavia, lamentando l’esclusione dalle trattative finalizzate alla stipula del contratto collettivo aziendale.

Nell’affermare l’antisindacalità della condotta datoriale, il sindacato evidenziava di essere in possesso dei requisiti di rappresentatività, avendo costituito una r.s.a., e di esercitare concretamente le prerogative sindacali di cui al titolo III dello Statuto dei Lavoratori.

L’Istituto si difendeva rilevando, tra i vari aspetti, il fatto che il sindacato autonomo non fosse firmatario del CCNL di cui il contratto aziendale costituiva attuazione, e ribadiva il principio secondo cui, nell’ordinamento, non esiste né il principio di parità di trattamento fra le varie organizzazioni sindacali, né un obbligo di negoziazione.

Sul piano fattuale, l’Istituto evidenziava che la sigla autonoma era stata comunque informata dell’inizio delle trattative e che, fino a quel momento, per le materie diverse da quelle attuative del CCNL applicato (non firmato dal sindacato autonomo), il sindacato autonomo era sempre stato convocato per le negoziazioni.

La difesa dell’istituto, nel sostenere la correttezza del suo operato, evidenziava altresì che l’indicazione di fare partecipare alla negoziazione soltanto i firmatati del CCNL era arrivata dalle altre sigle sindacali.

Le motivazioni.

Il ricorso della sigla sindacale autonoma viene rigettato.

Nelle motivazioni, il Tribunale ribadisce l’orientamento secondo cui «non esiste un principio che imponga al datore di lavoro di trattare con tutte le OO.SS. su un piano di parità a meno che l’esclusione del Sindacato non abbia carattere discriminatorio e arbitrario in violazione dei principi di buona fede e correttezza».

Dopo aver ribadito questo principio (Cass., 10 giugno 2013, n. 14511), il giudice di prime cure si sofferma sui comportamenti concreti da cui ricavare la buona fede e la correttezza nella gestione delle negoziazioni, dati dalla «ampia informativa comunque rilasciata alla organizzazione ricorrente», nonché dal fatto che la delimitazione soggettiva dei partecipanti alla negoziazione – e quindi, l’esclusione del sindacato autonomo – era stata operata (anche) dalle altre sigle sindacali.

Quest’ultimo elemento fattuale – ossia la delimitazione soggettiva dei partecipanti operata dalle altre oo.ss. – manifesta una delle possibili declinazioni della rappresentatività, che può concretarsi, in negativo, anche nel potere, delle sigle più rappresentative «di impedire che un contratto venga stipulato da altri sindacati» (Tosi, I diritti sindacali tra rappresentatività e rappresentanza, in ADL, n. 1, 1 febbraio 2014).

È quindi nuovamente declinato il principio di effettività, quale indice più significativo ed affidabile del requisito di rappresentatività, che si misura nella «capacità del sindacato di imporsi al datore di lavoro come controparte contrattuale», e che continua ad avere, quale cartina di tornasole che ne attesta l’esistenza, la «partecipazione alle trattative», unico reale «strumento di misurazione della forza di un sindacato» (Trib. Roma, 21 luglio 2017, n. 3849; più diffusamente, sul tema della rappresentatività, si v. C. cost., 23 luglio 2013, n. 231; C. cost., 12 luglio 1996, n. 244, che prima dell’intervento additivo della Consulta del 2013, sottolineava come, ai fini della rappresentatività, non fosse «sufficiente la mera adesione formale a un contratto negoziato da altri sindacati», occorrendo una «partecipazione attiva al processo di formazione del contratto» – peraltro di natura normativa – «che regoli in modo organico i rapporti di lavoro»).

È quindi ribadita «l’assenza di un principio di parità di trattamento tra le varie sigle sindacali» nonché l’assenza, in capo alla datore di lavoro, dell’obbligo «di aprire le trattative per la stipula di contratti collettivi con tutte le organizzazioni».

La libertà negoziale, declinata in termini ampi dalla giurisprudenza citata, trova quindi limite soltanto «nel suo uso distorto… produttivo di un’apprezzabile lesione della libertà sindacale» (Cass., 10 giugno 2013, n. 14511, nel caso di specie, evidenziando la ragionevolezza del comportamento datoriale, il Supremo Collegio aveva dichiarato legittima la sostituzione di un accordo sindacale stipulato dalla sigla sindacale ricorrente con altro stipulato da altri soggetti sindacali, valorizzando, tra gli elementi fattuali che attestavano la buona fede datoriale, l’esistenza di una esigenza condivisa – anche tra le altre oo.ss. – di individuare un nuovo e più adatto assetto classificatorio).

L’uso distorto della libertà sindacale e la violazione dei principi di buona fede e correttezza sono stati ravvisati, ad esempio, in comportamenti volti a negare, tout court, e nei confronti di qualsiasi interlocutore, ogni tentativo di confronto in ordine a tematiche di rilevanza collettiva, a prescindere dalla verifica del requisito di rappresentatività (sul punto, si v. Trib. Busto Arsizio, 4 giugno 2019, n. 197, in RIDL, 2020, 2, II, 396; nel caso di specie, il Giudice del merito aveva accertato la antisindacalità delle condotte tenute da una nota compagnia aerea che non aveva dato alcun riscontro alle richieste di incontro e di informativa inoltrate da tutte le oo.ss. presenti in azienda,  spingendosi in tal modo «ben oltre la possibilità di adottare libere scelte imprenditoriali e di scegliere con chi trattare, avendo negato in radice di essere disponibile a considerare il ruolo dei sindacati»).

Danilo Bellini, avvocato in Milano

Visualizza il documento: Trib. Pavia, decreto 2 settembre 2021

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