È il luogo di esecuzione abituale della prestazione di lavoro che fissa il salario minimo. La Corte di Giustizia accoglie le istanze degli autotrasportatori rumeni

di V. A. Poso -

Decidendo le cause riunite C-152/20 e C-218/20 la Corte di Giustizia (Prima Sezione), con la sentenza del 15 luglio 2021, accogliendo le Conclusioni presentate dall’Avvocato Generale Manuel Campos Sánchez-Bordona, afferma il principio che  la legge che disciplina il contratto individuale di lavoro scelta dalle parti è quella applicabile, a condizione che la stessa offra al lavoratore un livello di protezione pari o superiore a quello offerto dalle disposizioni non derogabili convenzionalmente dell’ordinamento che sarebbe stato applicato in mancanza di scelta, tra le quali rientrano le norme sul salario minimo del paese in cui il lavoratore dipendente svolge abitualmente la sua attività.

Va aggiunto che la prevalenza di tali norme dipenderà dalla loro configurazione nell’ordinamento di riferimento, circostanza che deve essere verificata dal giudice del rinvio.

Nel caso di specie si trattava di autotrasportatori rumeni, dipendenti di due distinte società con sede in Romania, operanti abitualmente in Italia e in Germania, con contratti di lavoro regolati dalla legge rumena.

La sentenza è interessante anche perché, in assenza di una chiara individuazione da parte del giudice rumeno del rinvio pregiudiziale, il Tribunale Superiore di Mureş, della situazione di distacco trasnazionale (in effetti non evocata nelle domande pregiudiziali), la Corte di Giustizia risolve il problema in base all’art. 8 del Regolamento (CE) n. 593/2008 del Parlamento Europeo e del Consiglio, del 17 giugno 2008, sulla legge applicabile alle obbligazioni contrattuali (c.d. Roma I), come sopra interpretato, facendo riferimento al paese in cui gli autotrasportatori svolgono abitualmente il proprio lavoro, diverso da quello in cui ha sede il datore di lavoro e dal luogo di conclusione del contratto.

Non meno importante è l’affermazione del principio secondo il quale gli articoli 3 e 8 del Regolamento (CE) n. 593/2008 devono essere interpretati nel senso che la circostanza che la scelta, esplicita o implicita, della legge applicabile a un contratto individuale di lavoro, debba essere libera per entrambe le parti non si verifica se una disposizione nazionale impone l’obbligo di inserire una clausola di scelta della legge in tale contratto. I suddetti articoli, tuttavia, non ostano a che una clausola siffatta sia inclusa nel contratto per scelta del datore di lavoro, alla quale il lavoratore acconsente.

Per una migliore comprensione della questione pregiudiziale principale risolta dalla Corte di Giustizia, questo è il testo dell’art. 8 – Contratti individuali di lavoro – del Regolamento (CE) n. 593/2008: «1. Un contratto individuale di lavoro è disciplinato dalla legge scelta dalle parti conformemente all’articolo 3. Tuttavia, tale scelta non vale a privare il lavoratore della protezione assicuratagli dalle disposizioni alle quali non è permesso derogare convenzionalmente in virtù della legge che, in mancanza di scelta, sarebbe stata applicabile a norma dei paragrafi 2, 3 e 4 del presente articolo. – 2. Nella misura in cui la legge applicabile al contratto individuale di lavoro non sia stata scelta dalle parti, il contratto è disciplinato dalla legge del paese nel quale o, in mancanza, a partire dal quale il lavoratore, in esecuzione del contratto, svolge abitualmente il suo lavoro. Il paese in cui il lavoro è abitualmente svolto non è ritenuto cambiato quando il lavoratore svolge il suo lavoro in un altro paese in modo temporaneo. – 3. Qualora la legge applicabile non possa essere determinata a norma del paragrafo 2, il contratto è disciplinato dalla legge del paese nel quale si trova la sede che ha proceduto ad assumere il lavoratore. – 4. Se dall’insieme delle circostanze risulta che il contratto di lavoro presenta un collegamento più stretto con un paese diverso da quello indicato ai paragrafi 2 o 3, si applica la legge di tale diverso paese».

Il precedente immediato è rappresentato dalla sentenza della Corte di Giustizia (Grande Sezione), C-29/10, Koelzsch,   del 15 marzo 2011 (alla quale hanno fatto espressamente riferimento i lavoratori, chiedendone l’applicazione a fondamento delle richieste retributive formulate nei giudizi di merito), che, con riferimento alla Convenzione di  Roma del 19 giugno 1980, sulla legge applicabile alle obbligazioni contrattuali (poi sostituita dal Regolamento (CE) n. 593/2008) ha risolto la questione pregiudiziale  posta dalla Corte di Appello di Lussemburgo  dichiarando che l’art. 6, n. 2, lett. a), di detta  Convenzione deve essere interpretato nel senso che, nell’ipotesi in cui il lavoratore svolga le sue attività in più di uno Stato contraente, il paese in cui il lavoratore, in esecuzione del contratto, compie abitualmente il suo lavoro, ai sensi di  tale disposizione, è quello in cui o a partire dal quale, tenuto conto di tutti gli elementi che caratterizzano detta  attività, il lavoratore adempie la parte sostanziale delle sue obbligazioni in favore del suo datore di lavoro.

Con ciò accreditando una interpretazione della norma richiamata concepita proprio per «applicare una normativa più adatta a materie nelle quali gli interessi di una parte contraente non si pongono sullo stesso piano degli interessi dell’altra, e di assicurare [quindi] una migliore tutela a quella parte che, sotto l’aspetto socio-economico, dev’essere considerata come la più debole nel rapporto contrattuale».

Vincenzo Antonio Poso, avvocato in Pisa

Visualizza il documento: C. giust., 15 luglio 2021, cause C-152/20 e C- 218/20

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