Dipendenti pubblici medici: la sostituzione del direttore di struttura non comporta il riconoscimento di mansioni superiori o un superiore inquadramento

di M. Asaro -

Il rapporto di lavoro dei medici del Servizio sanitario nazionale è stato contrattualizzato (salvo per i medici docenti universitari) ed è disciplinato dalla legislazione (d.lgs. 30/12/1992 n. 502 recante “Riordino della disciplina in materia sanitaria, a norma dell’articolo 1 della legge 23 ottobre 1992, n. 421”) e dalle disposizioni del Contratto collettivo nazionale dell’Area dirigenziale “Sanità” (ultimo CCNL quello per il triennio 2016/2018, sottoscritto il 19/12/2019). La collocazione nella “dirigenza” ha effetti non solo sulla autonomia prestazionale e sulla collocazione gerarchica all’interno delle strutture sanitarie ma anche sul regime del trattamento economico e istituti connessi.

Secondo l’ordinanza della Corte di Cassazione, 15 febbraio 2022, n. 4984, qui annotata (e quella gemella n. 4983, pubblicata lo stesso giorno), il quadro legislativo non consente di estendere ai dirigenti pubblici in generale norme e principi che regolano il rapporto di lavoro non dirigenziale, compresa la disciplina delle mansioni superiori. Del resto, il principio che governa la remunerazione dei dirigenti pubblici è quello dell’onnicomprensività, sancito dall’art. 24, comma 3, del d.lgs. 30 marzo 2001, n. 165.

Dal 1999, con la modifica all’art. 15, comma 1, del d.lgs. 30 dicembre 1992 n. 502 (v. 13, comma 1, d.lgs. 19/06/1999, n. 229), i dirigenti sanitari sono infatti inquadrati in un ruolo unico, articolato per profili e rispetto a essi vale un principio di equivalenza formale delle mansioni, pur potendosi manifestare posizioni di relazione gerarchica e differenze retributive in ragione della complessità e articolazione dei possibili incarichi (Cass., ordinanza 16 marzo 2022, n. 8561). Ai medici non sono ascrivibili “mansioni” e per “incarichi” si intendono attribuzioni di responsabilità differenziate (es. incarichi di natura professionale e incarichi di direttore di struttura, ex art. 15-ter del d.lgs. n. 502/1992), seppur fondate nella medesima professionalità (Cass., ordinanza 4 gennaio 2019, n. 91). Ai sensi dell’art. 18 del CCNL dell’8 giugno 2000, il ruolo e il livello sono infatti unici, sicché non trova applicazione né l’art. 52 del d.lgs. 30 marzo 2001, n. 165, limitato al personale non dirigenziale, e neppure l’art. 2103 c.c. (Cass., ordinanza 23 novembre 2021, n. 36358 e giurisprudenza richiamata). Conseguentemente, al dirigente medico sostituto non spetta il trattamento accessorio del sostituito ma solo la prevista indennità cd. sostitutiva, senza che rilevi, in senso contrario, la prosecuzione dell’incarico oltre il termine di sei mesi (o di dodici se prorogato) per l’espletamento della procedura per la copertura del posto vacante, dovendosi considerare adeguatamente remunerativa l’indennità sostitutiva specificamente prevista dalla disciplina collettiva e, quindi, inapplicabile l’art. 36 Cost. (Cass., ordinanza 19 agosto 2021, n. 23156). Tanto considerato, deve ritenersi recessivo il diverso orientamento che aveva ritenuto di poter ravvisare lo svolgimento di mansioni superiori in caso di sostituzione protrattasi oltre il limite massimo di dodici mesi (Cass., 6 luglio 2015 n. 13809).

Massimo Asaro, avvocato pubblico, specialista in Scienza delle autonomie costituzionali.

Visualizza il documento: Cass., ordinanza 15 febbraio 2022, n. 4984

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