Dipendenti pubblici: la falsa attestazione della presenza in servizio è causa di licenziamento anche qualora il giudizio penale si sia concluso con sentenza di applicazione della pena su richiesta delle parti (art. 444 c.p.p.)

di M. Asaro -

La responsabilità disciplinare dei dipendenti pubblici necessita di un procedimento di accertamento che la P.A. datrice di lavoro deve compiere per valutare la rilevanza disciplinare dei fatti e la colpevolezza del lavoratore. Naturalmente, per il principio di plurioffensività della condotta, da un fatto (storico) possono derivare responsabilità differenti (penali, civili, erariali etc.) con conseguenze diverse. Nel pubblico impiego, dopo l’entrata in vigore della legge 27 marzo 2001, n. 97, recante Norme sul rapporto tra procedimento penale e procedimento disciplinare ed effetti del giudicato penale nei confronti dei dipendenti delle amministrazioni pubbliche, vi è una equilibrata correlazione tra accertamento giudiziale e accertamento datoriale (v. artt. 652 e 653 c.p.p., mentre l’art. 651-bis è stato inserito successivamente a opera del D.Lgs. 16 marzo 2015, n. 28). Tale correlazione resta salda anche qualora il giudizio penale si concluda con il rito alternativo di cui agli artt. 444-448 c.p.p. ovvero l’applicazione della pena su richiesta delle parti. Infatti, l’art. 445, comma 1-bis, c.p.p., introdotto dall’art. 2, comma 1, lett. a), della l. 12 giugno 2003 n. 134, in tema di applicazione della pena su richiesta delle parti, ha previsto che “[…] Salve diverse disposizioni di legge, la sentenza è equiparata a una pronuncia di condanna”.

Secondo la Suprema Corte «quando la contrattazione collettiva fa riferimento, per la graduazione delle sanzioni disciplinari a carico del pubblico dipendente, alla sussistenza, per i medesimi fatti, di sentenza di condanna penale, quest’ultima, in ragione del disposto del citato art. 653 (comma 1-bis), deve presumersi riguardare anche il caso di sentenza di applicazione della pena su richiesta ai sensi dell’art. 444 c.p.p.» (Cass. civ., 31 luglio 2019, n. 20721). Dopo il giudicato, la discrezionalità del potere disciplinare si incentra solo sulla commisurazione della misura inflitta alla gravità del fatto, all’insegna del canone di proporzionalità.

Secondo la sentenza in commento, la rilevanza della sentenza penale sussiste sia nell’ambito del procedimento disciplinare sia, per coerenza sistematica, nell’ambito di un eventuale giudizio (amministrativo, per il personale dipendente non contrattualizzato, o civile-lavoro, per il personale contrattualizzato) istaurato dal dipendente avverso la sanzione disciplinare. Ciò vale anche quando la sanzione disciplinare sia stata irrogata, a seguito di apposito procedimento, prima del giudicato penale e, in questo caso, tale giudicato vincola il giudice chiamato a decidere sulla legittimità della sanzione.

Ai sensi dell’art. 653, comma 1, del c.p.p., “la sentenza penale irrevocabile di assoluzione ha efficacia di giudicato nel giudizio per responsabilità disciplinare davanti alle pubbliche autorità quanto all’accertamento che il fatto non sussiste o non costituisce illecito penale ovvero che l’imputato non lo ha commesso”. In questo caso (favorevole al dipendente), la sentenza è ostativa alla promozione di un procedimento disciplinare nel solo caso in cui i fatti oggetto di contestazione siano stati vagliati in sede penale e vi sia stato un proscioglimento con formula ampia, cioè quando i fatti esaminati nella sentenza penale risultino definiti come storicamente inesistenti. Al contrario, il proscioglimento o l’archiviazione non impediscono l’avvio del procedimento disciplinare e non pongono vincoli sull’esito dello stesso qualora persistano elementi fattuali con profili rilevanti sotto il profilo disciplinare, stante la diversità di criteri e di parametri di valutazione dell’una fattispecie rispetto all’altra (Cons. Stato, Sez. II, 15 ottobre 2021, n. 6938). Gli accertamenti effettuati in sede di procedimento penale sfociato nel proscioglimento (del dipendente imputato) per prescrizione del reato possono però essere utilizzati in sede disciplinare, fermo restando che la P.A. procedente è tenuta a procedere a una autonoma valutazione degli stessi. In altri termini, in tali casi, la sanzione disciplinare è legittimamente irrogata all’esito di una autonoma e necessaria rivalutazione, al fine di accertarne il rilievo disciplinare, dei fatti che hanno costituito oggetto del giudizio penale (Tar Lazio, Roma, Sez. I stralcio, 8 giugno 2021, n. 6825).

Massimo Asaro, avvocato pubblico, specialista in Scienza delle autonomie costituzionali.

Visualizza il documento: Cass., 19 luglio 2021, n. 20560

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