Dibattito istantaneo sulla sentenza della Corte costituzionale 1° aprile 2021 n. 59: l’opinione di Carlo Pisani

di C. Pisani -

L’Ancien régime della Consulta per la riforma dei regimi sanzionatori del licenziamento.

1. Nell’operazione di riforma dei regimi sanzionatori del licenziamento la Corte costituzionale ormai si sostituisce al legislatore. In questa ultima sentenza la Consulta non gradisce un eccessivo potere discrezionale del giudice e quindi lo vincola alla reintegrazione nel caso di licenziamento per motivo oggettivo manifestamente infondato. Nelle due precedenti sentenze (n. 194/2018 e n. 150/2020), invece, aveva ritenuto incostituzionale il meccanismo delle tutele crescenti perché, all’opposto, aveva sottratto discrezionalità al giudice nella determinazione dell’indennità per il lavoratore in caso di licenziamento ingiustificato.

Poche volte nella sua storia la giurisprudenza costituzionale è stata così apertamente restauratrice e contraria alle riforme volute dal legislatore in materia di lavoro.

La suddetta tendenza “paralegislativa” della Consulta si evidenzia maggiormente nella sentenza in esame in quanto, pur non spingendosi a rinnegare il suo principio secondo cui la reintegrazione non è costituzionalmente necessitata, la Corte però pone in discussione un altro caposaldo del regime sanzionatorio del licenziamento scelto dal legislatore post-statutario, e cioè la riduzione ad eccezionalità e a residualità della tutela reintegratoria nel licenziamento per ingiustificato motivo oggettivo, “salvata” in extremis, e solo temporaneamente, dalla legge n.92 del 2012, in virtù di un compromesso politico.

Di questa mediazione operata dal legislatore si mostra consapevole anche la Corte, nel passo della motivazione in cui si legge che: “L’attuale formulazione scaturisce dalla mediazione tra opposte visioni, all’esito di un acceso dibattito parlamentare. Le critiche alle disarmonie della previsione censurata, emerse nel corso dell’approvazione del disegno di legge … non hanno condotto alla reintroduzione della reintegrazione obbligatoria, pur proposta a più riprese” (punto 6, 3°cpv). Questa affermazione della sentenza appare significativa del ruolo che si è autoassegnata la Consulta in questa materia. Infatti, non solo viene ignorata la suddetta mediazione voluta dal legislatore, ma traspare l’intenzione, per così dire, di “rimettere le cose a posto”, laddove non erano riuscite, per mancanza di forza parlamentare, e quindi di voti, le forze politiche di opposizione. Non a caso, nel far ciò, la Corte utilizza il termine “disarmonie”, che, se è concetto giuridicamente evanescente, esprime bene, però, una valutazione di valore tipicamente riservata al legislatore.

Diranno i costituzionalisti e i politologi se tutto questo sia normale dal punto di vista di una corretta divisione dei poteri.

2. È emblematico in questo senso il primo motivo su cui si basa la decisione della Corte, riguardante la presunta violazione del principio di uguaglianza nei confronti della obbligatorietà della reintegrazione prevista per il licenziamento per giusta causa o giustificato motivo soggettivo a fronte della insussistenza del fatto.

La Consulta, bontà sua, si rende conto che si tratta di due fattispecie differenti, (punto 9: “Le peculiarità delle fattispecie..”), ma ciò non le basta, in quanto ritiene che la sanzione della reintegrazione debba essere applicata alle medesime condizioni per entrambe le pur differenti fattispecie, in ragione del fatto che uno dei presupposti per l’operatività della reintegrazione è simile, riguardando l’insussistenza del fatto contestato per il licenziamento disciplinare, e la manifesta sussistenza per il fatto posto a base del licenziamento per motivo oggettivo.

Ritenere irragionevole la, peraltro eventuale, disparità di trattamento rispetto ad un atto casualmente e procedimentalmente così diverso, quale è il licenziamento per colpa rispetto a quello per motivi economici, si spiega solo con una precisa precomprensione da parte dei giudici della Consulta, vale a dire la mai sopita nostalgia per la precedente uniformità sanzionatoria del vecchio art. 18, che applicava indiscriminatamente la massima sanzione nei confronti di qualsiasi motivo di illegittimità del licenziamento.

Risulta evidente, infatti, a parità di grave ingiustificatezza delle due fattispecie di licenziamento, la differenza qualitativa in termini di gravità che intercorre tra quello motivato da un notevole, o più che notevole, inadempimento, o comunque da un fatto così grave da far venir meno definitivamente la fiducia, che colpisce la dignità e la personalità del lavoratore che si vede accusare di un illecito gravissimo che neppure ha commesso, rispetto a quello che riguarda il mancato assolvimento della prova da parte del datore della soppressione del posto o dell’impossibilità del repêchage.

La conferma di questa differenza, quasi ontologia, ignorata dalla Corte, si ricava, a livello sistematico, dalla specifica disciplina procedimentale che prevede una fase garantistica stragiudiziale solo per il licenziamento disciplinare, imposta addirittura da principi di “civiltà giuridica” (Corte cost. n.427/89).

Ulteriore conferma, sempre a livello sistematico, è rinvenibile nella differente tecnica sanzionatoria prevista nei casi in cui viene di nuovo in rilevo la persona del lavoratore, anche se per motivi oggettivi ma per fatti inerenti la sua persona, come nell’insussistenza dell’idoneità fisica, per il quale il medesimo comma 7 ripristina la sola tutela reale, così come, peraltro, per un asserito ma non vero superamento periodo di comporto.

Trattandosi di fattispecie differenti, parzialmente differente è stata dunque la tecnica sanzionatoria apprestata dal legislatore, considerato che, come ribadisce anche questa sentenza, egli “ben può delimitare l’ambito operativo della reintegra” (punto 10), fino ad annullarlo. Questa legittima ulteriore delimitazione è stata apprestata non solo con la precisazione della “manifesta insussistenza”, ma anche, e ulteriormente, mediante la valutazione equitativa da parte del giudice. La chiara intenzione era quella evidentemente di voler circoscrivere maggiormente, per il licenziamento per motivo oggettivo, l’ambito di operatività della già eccezionale misura costituita dalla reintegrazione -non a caso non contemplata nell’originario disegno di legge-, per poi essere del tutto abolita tre anni dopo con il d. lgs. n. 23/2015.

In sostanza, la sola possibilità della reintegrazione si veniva a configurare, paradossalmente, come una sorta di deroga di miglior favore per il lavoratore rispetto all’ordinario regime dell’indennità, per accompagnare o preparare il sistema sanzionatorio, come in una specie di regime transitorio, alla “svolta” della sua abrogazione totale.

È arduo sostenere che l’introduzione di questa differenziazione non rientri nella discrezionalità del legislatore se ci si scrolla definitivamente di dosso il tabù della reintegrazione.

3. La Consulta non ha mostrato neppure di cogliere la diversa funzione che, in questa visuale, il legislatore aveva qui assegnato alla reintegrazione: non più o non soltanto come sanzione, come nel licenziamento per “colpa”, ma, mediante la tecnica del giudizio di equità, si era inteso guardare al futuro delle parti di quel rapporto, più che alle “colpe” del passato, per demandare alla valutazione, appunto equitativa del giudice, il migliore contemperamento tra gli opposti interessi, tenendo conto soprattutto di quelli del lavoratore.

Secondo questa ratio, risultava infatti logico che l’ulteriore presupposto, oltre alla manifesta insussistenza del fatto, per disporre la reintegrazione, non poteva essere tautologico, cioè motivato con la medesima insussistenza del fatto. Né la scelta della reintegrazione poteva essere motivata da una sorta di più che manifesta infondatezza. Pertanto, la motivazione della scelta del giudice, nell’accordare o negare la reintegra, si sarebbe logicamente e inevitabilmente dovuta orientare dando rilevanza a tutti quegli elementi connessi alla situazione di fatto posteriore e successiva al licenziamento, la sola che poteva rilevare al fine di decidere se reintegrare il lavoratore, assicurandogli una retribuzione per il futuro, oppure se riconoscergli subito una somma una tantum costituita dall’indennità ex comma 5. Sicché, appariva logico che avrebbero assunto rilevanza a tal fine i fatti riguardanti la posizione delle parti, ed in particolare quella del lavoratore, come, ad esempio, il reperimento di altro lavoro a tempo indeterminato, o se invece il mercato del lavoro della sua qualifica fosse in particolare “sofferenza”, ecc. Insomma, una concezione un po’ diversa dal solito automatismo sanzionatorio a cui ci aveva abituato per oltre quarant’anni il vecchio art. 18.

4. La Consulta ha invece ignorato tutto ciò, e ha preso in considerazione soltanto il criterio dell’eccessiva onerosità della reintegrazione, applicato analogicamente da un’unica sentenza della Cassazione, facendola diventare addirittura diritto vivente, per poi criticarlo e accusarlo di “irragionevolezza intrinseca”, ritenendolo foriero di ulteriori ingiustificate disparità di trattamento.

Al riguardo viene alla mente una famosa battuta di Federico Mancini diretta ad alcuni colleghi dell’epoca i quali, a suo dire “interpretavano le norme da destra, per poi poterla criticare da sinistra”.

Ma ovviamente non è l’eccessiva onerosità l’unico criterio che avrebbe dovuto guidare il giudice nel decidere se accordare o no la reintegrazione, come si è visto. E anche se così fosse stato, la Consulta ben avrebbe potuto optare per una pronuncia interpretativa di rigetto.

5. Sul punto invece la Consulta non ha considerato che quel “può” rivolto al giudice, non era una irragionevole norma indeterminata, bensì veniva a configurare un normale giudizio di equità, al pari di tanti altri di questo tipo disseminati nel nostro ordinamento anche relativamente alla disciplina del rapporto di lavoro subordinato.

Il giudizio di equità, come è noto, non equivale ad arbitrio giudiziale, ma è una ben precisa tecnica, con la quale il giudice può determinare la sanzione anche in modo diverso. Ed è precisamente in questo momento che entrano in gioco quegli elementi che rilevano specificamente nel giudizio di equità. Essi, infatti, consentono al giudice di adeguare l’apprezzamento alla particolarità del caso concreto (gli “organi respiratori del diritto” come affermava il Polacco). Questo potere di adeguare l’apprezzamento dato dall’ordinamento ad un determinato fatto non significa il potere di mutare lo stesso, facendo divenire sociale o antisociale quello che la norma di diritto ha valutato rispettivamente come antisociale o sociale, ma vuol dire modificare la portata concreta delle conseguenze in modo tale però che queste rimangano congruenti con l’apprezzamento dell’ordinamento. Tant’è vero che da tutti gli studiosi del giudizio di equità, viene sottolineata l’importanza che, nella struttura di un tale giudizio, riveste la motivazione della scelta da parte del giudice che dia obiettivamente conto del perché si sia applicata la norma di diritto in quel modo.

6. Alla luce della corretta interpretazione della norma sul “può”, come giudizio di equità, risultano quindi infondate le critiche mosse alla sentenza relative ad un eccessivo potere discrezionale assegnato al giudice “disancorato da precisi punti di riferimento”.

La Consulta forse si è resa conto che con questa affermazione avrebbe prestato facilmente il fianco alla critica di andare in contraddizione con le due precedenti sentenze in cui aveva invece esaltato il ruolo della discrezionalità del giudice nella determinazione della sanzione, ritenendo, questa discrezionalità, addirittura costituzionalmente obbligata in relazione al risarcimento del danno, tanto da lasciare poi nel dispositivo di quelle sentenze una norma “monca” senza alcun criterio, da far riempire appunto al singolo giudice tra un minimo e un massimo.

La Consulta, per sfuggire a questa obiezione, osserva che in quei casi vi sono comunque criteri presenti nell’ordinamento a cui il giudice può liberamente attingere. Senonché si tratta di criteri che poi il giudice deve pur sempre applicare in via di equità per quanto riguarda la loro selezione e il peso da dare a ciascuno di essi.

Se la Corte avesse dedicato maggiore attenzione alla natura giuridica del giudizio di equità, della norma attribuita del “può”, senza limitarsi o soffermarsi all’unico criterio individuato dall’unica sentenza in argomento, probabilmente si sarebbe resa conto che la vastissima e consolidata elaborazione dottrinale e giurisprudenziale su tale diffusa tecnica di decisione offriva ampie garanzie, come dimostra l’applicazione di tutte le norme che prevedono un simile giudizio anche nel rapporto di lavoro, della cui costituzionalità nessuno ha mai dubitato.

Naturalmente questo non vuol dire che la norma non potesse essere scritta meglio, ma questo non è motivo sufficiente per dichiararla incostituzionale, poiché l’interprete deve prendere su di sé “la fatica del concetto” di hegeliana memoria.

Anche questa ennesima sentenza demolitoria del sistema sanzionatorio sembra, dunque, tradire un’eccedenza di discorso politico sull’interpretazione costituzionale.

Carlo Pisani, professore ordinario nell’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”

Scarica il commento in PDF