Continua la saga dei licenziamenti collettivi sottoposti al vaglio delle giudici adite ex art. 28 st. lav.: è la volta di Whirpool

di M. Falsone -

Il progressivo superamento del blocco dei licenziamenti ha dato la stura, come prevedibile e previsto, alle procedure di riduzione del personale nell’ambito di grandi e grandissime imprese. Dopo i noti casi di Gkn a Firenze e di Gianetti a Monza, è la volta di Whirpool a Napoli.

In questo caso gli organismi locali delle federazioni dei metalmeccanici di CGIL, CISL e UIL, hanno domandato alla Giudice di revocare la procedura di licenziamento collettivo già avviata e gli eventuali licenziamenti comminati nel corso del procedimento giudiziario introdotto dal loro ricorso. La natura antisindacale di tali condotte datoriali sarebbe dovuta al fatto che tali procedure sono state avviate nella vigenza di un Accordo Quadro relativo al piano industriale 2019-2021 che impegnava l’azienda ad investire sul sito produttivo napoletano e a non procedere a licenziamenti collettivi fino alla sua conclusione. L’azienda resistente contestava tale ricostruzione della vicenda, evidenziando che il piano industriale non faceva sorgere e non poteva fare sorgere obblighi contrattuali, perché aveva una evidente natura programmatica, e che l’Accordo Quadro, per il resto, prevedeva obblighi negoziali regolarmente adempiuti, compreso quello di non avviare licenziamenti collettivi. La giudice adita ha pienamente accolto la tesi datoriale.

A proposito dell’impegno a non avviare procedure di riduzione del personale, stando alla ricostruzione operata in sentenza, non vi possono essere dubbi in fatto o questioni giuridiche da sviscerare. Secondo i sindacati l’obbligo di non avviare licenziamenti collettivi doveva coprire l’intero periodo di vigenza dell’Accordo Quadro, nell’ambito del quale veniva formalizzato il piano industriale di Wirphool per il triennio 2019-2021. Questa prospettazione, tuttavia, stride chiaramente con la lettera dell’Accordo Quadro, che fa riferimento apertis verbis alla scadenza dell’impegno per la fine del 2020, scadenza per nulla singolare o incongrua, visto l’arco temporale del piano industriale, perché coincide con la cessazione dell’impegno del Governo di finanziare appositi ammortizzatori sociali, durante il periodo di blocco delle procedure di riduzione del personale. È forse questo aspetto dell’azione giudiziaria dei sindacati che ha indotto l’azienda a formulare una domanda di responsabilità aggravata per lite temeraria, domanda che sarebbe forse stata accolta se il ricorso non avesse presentato altri profili ben più problematici e opinabili.

Il vero nodo interessante della vicenda, infatti, riguarda la natura dell’Accordo Quadro 2019-2021 e i suoi effetti giuridici. Secondo i sindacati il documento avrebbe la natura di accordo collettivo gestionale, vincolando in tutti i suoi aspetti l’azienda, compreso quello della realizzazione del piano industriale. L’inadempimento del quale avrebbe prodotto una grave lesione di immagine del sindacato, in termini di credibilità rispetto alla propria capacità negoziale. Secondo la società, invece, l’Accordo Quadro non poteva essere considerato, almeno rispetto al piano industriale allegato ad esso, un vero e proprio contratto collettivo; e se anche lo fosse stato, l’inadempimento del piano non avrebbe potuto di per sé solo assurgere a condotta antisindacale, visto il continuo e costante coinvolgimento sindacale nella gestione della crisi industriale. Nel conflitto fra le interpretazioni del documento, la Giudice prende posizione premettendo quelle che a suo avviso sono le funzioni classiche dei contratti collettivi, riprendendo la classica distinzione fra parte normativa e parte obbligatoria e riconducendo quest’ultima alla funzione c.d. “compositiva” del conflitto. Ricorda, inoltre, che gli accordi come quello di specie sono espressione della c.d. concertazione, visto il coinvolgimento della parte pubblica (Governo e regioni interessate). Infine, la Giudice viene al nodo della questione descrivendo dettagliatamente la composizione dell’Accordo Quadro e sottolineando la partizione fra piano industriale ed altre parti dell’accordo. Ciò al fine di dimostrare come il piano industriale rappresenti solo le intenzioni del management che giustificano gli impegni di tutte le parti firmatarie (azienda, sindacati e istituzioni) e non sia fonte diretta di obblighi. La prova di tale natura è data dalla lettera del piano industriale, che non allude mai ad un linguaggio negoziale. Piuttosto il testo fa riferimento alla mera condivisione di programmi e obiettivi, con tanto di cifre indicate in termini generici. Il piano industriale è insomma, almeno in questo caso, il presupposto degli impegni negoziali, non un impegno in sé e per sé considerato. Esso fa da base agli accordi negoziali ma si colloca al di fuori di esso, rappresentando una formalizzazione di quell’iniziativa economica dell’impresa cui la Costituzione ha riconosciuto libertà di svolgimento (art. 41 Cost.).

La Giudice a questo punto svolge una interessante analisi ulteriore. Dopo aver verificato che il piano industriale non produceva obblighi negoziali e che quindi non poteva prefigurarsi alcun inadempimento datoriale, il decreto ricorda che l’art. 28 st. lav. impone la repressione non soltanto di comportamenti illeciti per violazione di norme di legge o di contratto collettivo, ma anche di comportamenti di per sé leciti, ma che in concreto si sostanziano in una violazione delle prerogative sindacali. Pertanto la Giudice riprende l’analisi della fattispecie per accertare se, a prescindere da un inadempimento negoziale, vi sia una condotta di per sé antisindacale, in quanto posta in violazione delle clausole generali di buona fede e correttezza che devono informare sempre i rapporti contrattuali (e pre-contrattuali). Sotto questo profilo il Tribunale va in cerca di condotte caratterizzate da malafede, ma non ne individua alcuna, almeno nell’ambito della cognizione sommaria della prima fase del giudizio (durante la quale è stato sentito almeno un informatore). Piuttosto, nel decreto si evidenzia come nell’Accordo Quadro l’impegno a mantenere i livelli di occupazione era condizionato al parametro della sostenibilità (pur se non meglio specificato) e che il discostamento dai progetti di investimento e dagli obiettivi era legato ad evidenti fattori esterni che – integranti o meno la c.d. eccesiva onerosità sopravvenuta che avrebbe certamente liberato l’azienda da presunti impegni – impedivano di interpretare la condotta datoriale come sleale e scorretta ai sensi dell’art. 28 st. lav.

La decisione appare piana e tutto sommato condivisibile, almeno allo stato degli atti. È evidente l’abisso che separa questa vicenda conflittuale da quella di Gkn a Firenze. Senza entrare nel merito di quella decisione (su cui V. Poso, In claris fit interpretatio? Le relazioni sindacali «pericolose» alla Gkn Driveline di Campi Bisenzio e le conseguenze sulla decisione aziendale di cessare l’attività d’impresa e avviare la procedura dei licenziamenti collettivi, in https://www.rivistalabor.it/in-claris-fit-interpretatio-le-relazioni-sindacali-pericolose-alla-gkn-driveline-di-campi-bisenzio-e-le), va registrato che in questo caso la scelta di chiudere il sito produttivo e di avviare i licenziamenti collettivi seguiva ad un numero rilevante di incontri con le parti sociali e ad una evidente e documentata interlocuzione sindacale sulla crisi in atto, che nel caso di Gkn sono mancati del tutto, anche a causa di quella che sembra essere stata una preliminare decisione strategica dell’azienda di mettere i sindacati e i lavoratori davanti al fatto compiuto. Non è un caso che nel ricorso dei sindacati contro la Whirpool non sia stato fatto cenno ad ipotetiche violazioni degli obblighi di informazione e consultazione sindacale, pure applicabili al caso di specie, e che sono state al centro delle più note e recenti vertenze sulle condotte antisindacali relative a licenziamenti collettivi (M. A. Pollaroli, L’estate calda delle relazioni industriali nell’anno della pandemia: un altro decreto per comportamento antisindacale, ma questa volta il Giudice dà ragione al datore di lavoro https://www.rivistalabor.it/lestate-calda-delle-relazioni-industriali-nellanno-della-pandemia-un-altro-decreto-per-comportamento-antisindacale-ma-questa-volta-il-giudice-da-ragione-al-datore-di-lavoro/). Ciò è probabilmente segno che laddove le relazioni industriali non vengono soffocate, gli spazi per esercitare le libere prerogative datoriali ai sensi dell’art. 41 Cost., compresa quella di chiudere uno stabilimento in crisi, non vengono erosi dall’ordinamento e dalla magistratura del lavoro.

Maurizio Falsone, professore associato nell’Università Ca’ Foscari Venezia

Visualizza il documento: Trib. Napoli, decreto 3 novembre 2021

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