Art. 18, comma 7, l. n. 300/1970: finale di stagione a Ravenna

di M. Verzaro -

Il Tribunale di Ravenna, con sentenza 8 luglio 2022, n. 133, ha definito il giudizio di opposizione, ex art. 1, comma 51, l. 28 giugno 2012, n. 92, all’ordinanza che accoglieva l’impugnazione di ben tre licenziamenti (il primo per giusta causa, il secondo per giustificato motivo oggettivo ed il terzo, ancora, per giusta causa) irrogati al medesimo lavoratore nell’arco di pochi mesi.

L’opposizione ha riguardato solamente il licenziamento mediano, quello per giustificato motivo oggettivo, ed è intervenuta a valle delle (“sollecitate”, poiché è in relazione a questa causa che il giudice ha sollevato le due questioni di costituzionalità) due pronunce della Corte costituzionale (dapprima la sentenza 1 aprile 2021, n. 59, poi la sentenza 19 maggio 2022, n. 125) che hanno riformulato l’art. 18, comma 7, l. 20 maggio 1970, n. 300, come novellato dall’art. 1, comma 42, lett. b), l. n. 92/2012, che detta il regime sanzionatorio applicabile al caso oggetto del giudizio.

Tale norma, ora costituzionalmente legittima, sancisce che «il giudice applica la predetta disciplina [i.e. la reintegrazione attenuata ex art. 18, comma 4, l. n. 300/1970] nell’ipotesi in cui accerti l’insussistenza del fatto posto a base del licenziamento per giustificato motivo oggettivo; nelle altre ipotesi in cui accerta che non ricorrono gli estremi del predetto giustificato motivo, il giudice applica la disciplina di cui al quinto comma [i.e. l’indennità piena]».

Il giudice dell’opposizione, sulla base dell’ampia istruttoria di prime cure, ha riscontrato l’insussistenza del fatto posto a base del licenziamento per giustificato motivo oggettivo. La stessa ricorre, infatti, perché l’azienda ha «dichiarato di non avere proceduto al repêchage in quanto il lavoratore non godeva più della fiducia datoriale».

Ora, al di là, come è stato giustamente sottolineato dal Tribunale, della erronea contaminazione tra motivazione oggettiva e motiva soggettiva nonché della singolare vicenda dei due licenziamenti per giusta causa, uno anteriore ed uno posteriore a quello per motivo oggettivo da cui il giudice riscontra che «non è l’esigenza oggettiva che ha determinato il licenziamento […], ma è il non gradimento […] ad avere spinto l’azienda, con ogni mezzo, all’espulsione del lavoratore», occorre soffermarsi sul mancato assolvimento del repêchage come elemento che determina l’insussistenza del fatto posto a base del giustificato motivo oggettivo.

Il Tribunale di Ravenna conferma la giurisprudenza, oramai consolidata, inaugurata dalla Cassazione con la sentenza 2 maggio 2018, n. 10435: secondo la quale la [manifesta] insussistenza del fatto «concerne entrambi i presupposti di legittimità del recesso e, quindi, sia le ragioni inerenti all’attività produttiva, all’organizzazione del lavoro e al regolare funzionamento di essa sia l’impossibilità di ricollocare altrove il lavoratore (cd. “repêchage”)». Ebbene, tale lettura concerne la “vecchia” norma, vale a dire l’art. 18, comma 7, l. n. 300/1970 che prevedeva, prima delle “correzioni” della Corte costituzionale, la facoltà del giudice di irrogare la reintegrazione attenuata e l’insussistenza «manifesta» del fatto, e, dunque potrebbe – ma la Cassazione non si è ancora espressa diversamente – non corrispondere a ciò che oggi la norma dice e – si badi – continua a dire.

L’art. 18, comma 7, l. n. 300/1970, infatti, non “confina” il licenziamento oggettivo ingiustificato nella reintegrazione attenuata, bensì afferma anche che alla non ricorrenza degli estremi di tale giustificato motivo corrisponde l’indennità piena. Sicché, ora come allora, non può confondersi il fatto posto a base con la fattispecie del giustificato motivo oggettivo. La sovrapposizione operata dalla Cassazione e confermata dai giudici di merito se prima trovava una distinzione in quell’attributo «manifesta» che concerneva l’insussistenza del fatto, ora non più. Di guisa che l’identificare l’insussistenza del fatto con la fattispecie significherebbe sovrapporre il presupposto applicativo della reintegrazione attenuata con quello dell’indennità piena. Di più, potrebbe portare a reintrodurre quella “possibilità” di scelta sanzionatoria, avendo a disposizione due sanzioni (reintegrazione attenuata ed indennità piena) per il medesimo vizio, in capo al giudice che la Corte costituzionale ha falciato con la sentenza n. 59/2021.

Risulta, allora, evidente che fatto posto a base non può essere la fattispecie del giustificato motivo oggettivo; tanto più se il fatto deve porsi a base, dunque prima, della fattispecie. Il fatto è allora semplicemente un fatto, un accadimento della realtà che consente alla fattispecie di nascere. Fattispecie che vede come primo elemento quello delle «ragioni inerenti all’attività produttiva, all’organizzazione del lavoro e al regolare funzionamento di essa». Il fatto deve consentire alla ragione di verificarsi e di rinvenire, anche, il nesso tra tale ragione e la soppressione di quella posizione lavorativa.

Ebbene, nel caso all’attenzione del Tribunale, l’istruttoria di prime cure, integralmente riportata dal giudice dell’opposizione, ha evidenziato come non solo si fosse verificata la riassegnazione di parte delle mansioni del lavoratore licenziato ad altro dipendente, ma che per le rimanenti mansioni «l’azienda [avesse] effettuato nuove assunzioni e non già semplici riassegnazioni a soggetti già inseriti nell’ambito dell’organico aziendale (ciò che sarebbe stato legittimo)». Di guisa che dall’assunzione di ben otto lavoratori «risulta che non è stato il G.M.O. a determinare il licenziamento del ricorrente (causalità), quanto piuttosto è stata la scelta di licenziare il ricorrente a determinare la redistribuzione delle sue mansioni, in parte all’interno dell’organico aziendale e in parte a lavoratori neo assunti».

L’insussistenza del fatto è, dunque, riscontrabile non nel mancato assolvimento dell’obbligo del repêchage, posto che esso (se si segue la “creazione” operata dalla Cassazione sin dalla sentenza 12 dicembre 1972, n. 3578 e poi graniticamente ribadita) è elemento della fattispecie e non “sua base”, bensì nella reale insussistenza del fatto posto a base del giustificato motivo oggettivo: vale a dire la redistribuzione delle mansioni. La stessa, dunque, non è stata causa del licenziamento, bensì si è verificata quale effetto dello stesso. È, infatti, dalla diversa ripartizione delle mansioni che doveva emergere la ragione inerente all’organizzazione del lavoro che determinava la superfluità della posizione lavorativa del dipendente licenziato e non l’inverso, come del resto già chiarito dalla Cassazione con la sentenza 28 settembre 2016, n. 19185.

Sicché il giudice dell’opposizione ha correttamente confermato, per questo versante, l’ordinanza di prime cure, ma non ha altrettanto, come del resto già l’ordinanza impugnata, puntualmente delimitato l’insussistenza del fatto posto a base, appunto, al fatto (la mancata riassegnazione delle mansioni), allargandola, impropriamente, alla fattispecie (il mancato assolvimento del repêchage).

Matteo Verzaro, assegnista di ricerca nella Università degli Studi Roma Tre

Visualizza il documento: Trib. Ravenna, 8 luglio 2022, n. 133

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