Ancora sulla cessione di ramo di azienda

di F. Notaro -

La sentenza in commento si confronta ancora una volta con il tema del ramo di azienda nel quadro delle tutele previste dall’art. 2112 c.c. Questo il caso: una società titolare di una catena di supermercati in fase di una più complessiva ristrutturazione aveva dato corso al trasferimento di beni costituiti da un supermercato, alcuni reparti di vendita di prodotti sia alimentari che non alimentari nonché reparti a supporto (tra cui amministrazione e direzione), oltre al trasferimento della concessione di vendita appositamente rimodulata su superficie di vendita più ridotta: insomma, trasferimento di una somma di attività e reparti, appositamente “sezionati” nell’ambito di un’operazione configurata dalle parti (cedente e cessionaria) come cessione di ramo di azienda, scorporo del personale riferibile alle dette attività trasferite e mantenimento presso la cedente della restante parte di personale e beni non compresi nel ramo ceduto. Il cessionario aveva poi dato contestualmente corso ad un affitto ad un terzo del medesimo ramo di azienda. I lavoratori rimasti alle dipendenze della società cedente, permanendo in cassa integrazione, avevano quindi adito il Tribunale rivendicando il diritto al trasferimento anche del proprio rapporto di lavoro ex art. 2112 c.c. presso il soggetto cessionario insieme al ramo di azienda ceduto, con ulteriore richiesta di «risarcimento danni e per tutte le differenze retributive maturate dalla data del trasferimento».

Il giudice accoglieva la prima domanda dei lavoratori (rigettando invece quella risarcitoria; sul punto si ritornerà in coda), affermando il diritto di questi ultimi, non compresi nella originaria cessione di ramo, di essere inclusi nel trasferimento e proseguire quindi il rapporto di lavoro con il cessionario.

Ancora una volta, si diceva, la sentenza si confronta con il tema della “misurazione” del ramo di azienda, a fronte dell’operazione di spacchettamento di beni attività e personale, che era stata configurata ed operata dalle parti al momento della cessione stessa. Solo che in questo caso il giudice deve pronunciarsi sul minimo necessario a configurare un ramo in relazione non a quanto trasferito al cessionario bensì a quanto rimasto in capo al soggetto cedente. Infatti, la prospettiva giudiziaria radicata dai reclamanti era quella non di chi era stato trasferito con il ramo e ne contestava l’idoneità a costituire articolazione funzionalmente autonoma e quindi l’effettivo trasferimento del rapporto al cessionario (su cui vedi da ultimo Cass., 14 settembre 2021, nn. 24687 e 24690, con commento del sottoscritto in Labor, 2021), ma di chi invece, all’esito dell’operazione di spacchettamento, era rimasto alle dipendenze del cedente e rivendicava il diritto a transitare anche lui alle dipendenze del cessionario e, quindi, poi dell’affittuario. Il Tribunale ha accolto il ricorso perché, all’esito di un esame analitico delle attività e dei reparti ceduti, aveva rilevato che quanto rimasto al cedente non costituiva, ad un esito ricognitivo delle attività “chiamate all’appello”, un insieme di beni organizzabili ai sensi dell’art. 2112 c.c. e 2555 cc., tale da integrare alcuna autonomia organizzativa, risolvendosi in attività nemmeno singolarmente identificabili e in qualche bene meramente accessorio. Lo confermava secondo il Tribunale il fatto che il rapporto di lavoro di tutto il personale rimasto alle dipendenze del cedente continuava a rimanere sospeso in cassa integrazione, ciò a conferma dell’insussistenza di una capacità produttiva autonoma di quanto rimasto in capo al cedente.

Ne conseguiva, secondo il Tribunale, che quanto ceduto, piuttosto che un suo ramo, fosse l’intera azienda, seppur privata di «beni non indispensabili per la prosecuzione dell’attività e con la [mera] riduzione delle superfici di vendita e del personale»; ne discendeva quindi il diritto dei lavoratori non transitati di seguire l’azienda di cui avevano fatto parte e quindi di continuare anche loro il rapporto di lavoro alle dipendenze del cessionario, in quanto illegittima l’operazione di spacchettamento dei lavoratori operata tra cedente e cessionario.

Come si può notare dalla sommaria sintesi appena compiuta, il Tribunale non ha bisogno di attingere ai complessi meccanismi definitori del concetto di ramo di azienda distillati da dottrina e giurisprudenza ai fini della individuazione di quell’articolazione funzionalmente autonoma che è minimo di impresa che può circolare, né di scrutinare il problema se ed in che misura le parti abbiano la facoltà (esercitata nel caso di specie) di individuare il ramo al momento del trasferimento; più semplicemente il Tribunale fonda la decisione su una riqualificazione a contrario del ramo di azienda ceduto nell’intera azienda, attraverso una ricognizione di tipo meramente commercialistico di attività e reparti ceduti, registrando, per “tentata” sottrazione, l’inconsistenza materiale, economica e giuridica di quanto rimasto al cedente, tale da non poter costituire qualificato minuendo per la determinazione, dalla complessiva azienda, di un suo ramo. In sostanza, se al cedente non erano rimaste attività e reparti a fini produttivi vuol dire che quanto ceduto continuava ad essere l’intera azienda e non un suo ramo, sol perché privato di qualche bene accessorio. Tanto è bastato, empiricamente, al Giudice per riqualificare l’operazione, senza dover attingere all’armamentario argomentativo sviluppato nel tempo sul concetto di articolazione funzionalmente autonoma.

Trovo curioso invece che in un passaggio motivazionale la sentenza abbia rilevato nell’operazione condotta dalle parti la violazione, oltreché dell’art. 2112, anche della normativa vincolistica sui licenziamenti collettivi, considerando l’operazione di spacchettamento dei lavoratori illegittima anche nella parte in cui ha integrato «una riduzione di personale senza il rispetto delle disposizioni di cui alla l. n. 223/91»; motivazione curiosa -dicevo- perché nel caso di specie non si era ancora prospettato alcun licenziamento né era stata attivata, con riferimento ai lavoratori rimasti al cedente, alcuna procedura di licenziamento collettivo: sicché la motivazione si nutre, sul punto, di una sorta di argomento in prevenzione, cioè dimensionato sulla probabile (ma ancora potenziale) sorte dei lavoratori rimasti in capo ad un cedente non più in grado di proseguire l’attività (ed infatti improduttivo), nonché in spregio (se così si può interpretare il complessivo richiamo alla legge n. 223/91), agli obblighi procedurali di applicazione dei criteri di scelta previsti dalla medesima normativa. Dunque, l’operazione di spacchettamento del personale era avvenuta al di fuori dei meccanismi legali di gestione della riduzione del personale; solo che di riduzione di personale ancora non si era ufficialmente trattato.

Infine, meritano, secondo me, di essere menzionati ancora due aspetti della sentenza in commento.

Il primo è relativo al paragrafo in cui il Tribunale afferma la sussistenza dell’interesse ad agire dei ricorrenti al pronunciamento sulla legittimità della cessione, insussistenza invece eccepita dalle società convenute. Qui occorre apprezzare, su un tema non nuovo per la giurisprudenza in questo tipo di cause (sulla questione, v. Nicolosi Il lavoro esternalizzato, 2012 pagg. 135 e ss.), il richiamo operato dal Tribunale alla recentissima Cass., 5 luglio 2021, n. 18948 (in GC Mass. 2021) che ha affermato, in sostanza, la rilevanza giuridica del diritto in sé del lavoratore di conoscere l’effettiva identità del suo datore di lavoro, anche a prescindere dai concreti pregiudizi che l’operazione di cessione possa comportare sul rapporto di lavoro. Il principio richiamato merita di essere sottolineato non tanto per il caso in esame (in cui mi sembra in realtà evidente l’esistenza di un concreto interesse ad agire da parte di chi era rimasto al cedente in una situazione di inoperatività, di riduzione dello stipendio e con la concreta prospettiva di un prossimo licenziamento), quanto piuttosto in quelle operazioni di trasferimento di ramo di azienda in cui non vi sia alcun degrado concreto o anche soltanto potenziale delle condizioni di lavoro del lavoratore né nel trattamento economico e normativo né nelle garanzie di consistenza finanziaria, patrimoniale e dimensionale del cessionario, magari soggetto imprenditoriale controllato dal cedente. In questi casi, in cui si potrebbe realmente dubitare della sussistenza dell’interesse ad agire del lavoratore, per la mancanza di alcun tangibile vantaggio a rivendicare la prosecuzione del rapporto di lavoro con soggetto diverso (cedente o cessionario che sia), sovviene  evidentemente il principio appena elaborato dalla Cassazione, che ravvisa il presupposto processuale nel diritto in sé del lavoratore (e quindi a prescindere da ogni altra considerazione) di conoscere l’identità del soggetto che gli deve fare la busta paga.

Il secondo elemento meritevole di menzione è il pronunciamento del giudice in merito alla domanda risarcitoria dei ricorrenti, che il Tribunale disattende per difetto di allegazione «delle ragioni poste a fondamento della domanda»; in effetti, almeno stando allo stralcio delle conclusioni dei ricorrenti riportate nella sentenza, la domanda appariva alquanto fumosa e generica e quindi di difficile accoglimento. Il punto però è se l’intrinseca carenza (giustamente) rilevata dal Tribunale fosse meritevole, com’è stato, di una declaratoria di nullità o non piuttosto di una reiezione (nel merito) per genericità della domanda, cioè generica  in quanto appunto non supportata da allegazioni sufficientemente circostanziate: il distinguo non è privo di effetti, perché la domanda nulla meriterebbe in realtà l’assegnazione di un termine alla parte per integrarla e sanarla (non è chiaro se nel caso di specie, il procedimento fosse passato attraverso un termine di assegnazione degli atti concesso alla parte ma rimasto inevaso), salvaguardia che invece non soccorre l’attore per la domanda che sia in sé generica; d’altra parte il pronunciamento di (reiezione nel) merito -diversamente da quello di mera nullità della domanda- è destinato a formare giudicato sulla domanda medesima e quindi incide in modo sostanziale sulla non riproponibilità dell’azione.

Filippo Notaro, avvocato in Pisa e Livorno

Visualizza il documento: Trib. Torino, 27 settembre 2021, n. 1371

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