La violazione dei criteri di scelta nell’ambito di un licenziamento collettivo riguardante solo i lavoratori addetti ad un reparto esternalizzato

di V. A. Poso -

La Corte di Cassazione con diverse pronunce (nn. 32684, 32761 e 32762 del 9 novembre 2021; nn. 33182, 33183 e 33238 del 10 novembre 2021), l’ultima delle quali, la sentenza n. 34042 del 12 novembre 2021, è quella che qui viene pubblicata, in linea di continuità con le decisioni di merito, ha ritenuto illegittima la scelta di un datore di lavoro alberghiero che aveva licenziato con una procedura collettiva tutto il personale del reparto (facchini e camerieri ai piani), sul presupposto (indimostrato) dell’autonomia dello stesso reparto.

Nel giudizio di merito era emersa «la mancata indicazione delle caratteristiche dei singoli reparti, l’assenza di una chiara motivazione circa la loro autonomia ed infine l’assenza di giustificazione circa l’impossibilità di un impiego dei lavoratori in altri settori dell’azienda in ragione della infungibilità delle mansioni svolte, carenza che nel suo complesso integrava un vizio di forma con ricadute sostanziali, consistenti nella  violazione dei criteri di scelta con riferimento sia alla comunicazione di avvio della procedura sia a quella finale», ritenendosi, in conclusione, che la individuazione del personale eccedente dovesse essere effettuata nell’ambito dell’intero complesso aziendale.

La Corte di Cassazione ritiene infondate le censure formulate dalla parte ricorrente datoriale richiamando la sua precedente giurisprudenza che considera illegittima la decisione del datore di lavoro di limitare «la scelta dei lavoratori da porre in mobilità ai soli dipendenti addetti ad un determinato reparto o settore ristrutturandi se essi siano idonei – per il pregresso svolgimento della propria attività in altri reparti dell’azienda – ad occupare le posizioni lavorative di colleghi addetti ad altri reparti, con la conseguenza che non può essere ritenuta legittima la scelta di lavoratori solo perché impiegati nel reparto operativo soppresso o ridotto, trascurando il possesso di professionalità equivalente a quella di addetti ad altre realtà organizzative», a meno che la ristrutturazione della azienda interessi (solo ed esclusivamente) una specifica unità produttiva o un settore produttivo, caratterizzati da autonomia e specificità delle professionalità utilizzate, infungibili rispetto alle altre -:circostanza la cui prova non può che gravare sull’azienda (Cass., 3 maggio 2011, n. 9711; Cass., 12 gennaio 2015, n. 203;  Cass., 1° agosto  2017, n. 19105).

In questa prospettiva la giurisprudenza (ad es. Cass., 12 settembre 2018, n. 22178; Cass., 9 marzo 2015,  n. 4678) ha ritenuto che  qualora il progetto di ristrutturazione si riferisca in modo esclusivo ad un’unità produttiva, le esigenze di cui all’art. 5, comma 1, l. n. 223/1991 riferite al complesso aziendale, possono costituire criterio esclusivo nella determinazione della platea dei lavoratori da licenziare, purché il datore di lavoro indichi nella comunicazione  ex art. 4, comma 3, della medesima legge, sia le ragioni che limitino i licenziamenti ai dipendenti dell’unità o settore in questione, sia le ragioni per cui non ritenga di ovviarvi con il trasferimento ad unità produttive vicine, ciò al fine di consentire alle organizzazioni sindacali di verificare l’effettiva necessità dei programmati licenziamenti.

Certo che  la platea dei lavoratori interessati può essere limitata agli addetti a un determinato reparto, ma solo sulla base di oggettive esigenze aziendali, in relazione al progetto di ristrutturazione aziendale, ed è onere del datore provare il fatto che determina l’oggettiva limitazione di queste esigenze e giustificare il più stretto spazio nel quale la scelta è stata effettuata; con la conseguenza che non può essere ritenuta legittima la scelta di lavoratori solo perché impiegati nel reparto operativo soppresso o ridotto, trascurando il possesso di professionalità equivalente a quella degli addetti ad altre realtà organizzative: così, ad esempio, Cass.,  7 gennaio 2020, n. 118, in un caso di specie in cui  la parte datoriale aveva valorizzato l’accordo sindacale con il quale si era convenuto , quale unico e assorbente criterio di selezione, l’appartenenza del lavoratore al reparto oggetto di dismissione, ritenendosi, pertanto, esclusa la necessità di valutare la fungibilità delle sue mansioni con quella degli addetti ad altri reparti.

Negli stessi termini si è pronunciata Cass., 13 febbraio 2020, n. 3628, che, però, non ha ritenuto contraria a buona fede la decisione aziendale di limitare agli addetti della predetta unità la platea dei lavoratori da licenziare, ove risulti l’effettiva impossibilità di utile collocazione nell’assetto organizzativo dell’impresa.

Resta in disparte, nella nostra analisi, la questione, pure esaminata dalla S.C., relativa alle conseguenze della violazione dei criteri di scelta (in quanto inerenti il fondamento giuridico del licenziamento di singoli lavoratori) che dà luogo all’annullamento del licenziamento, con le conseguenze reintegratorie e non meramente risarcitorie, queste ultime conseguenti solo alle violazioni di carattere formale inerenti la procedura collettiva.

Vincenzo Antonio Poso, avvocato in Pisa

Visualizza il documento: Cass., 12 novembre 2021, n. 34042

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