Il riconoscimento di un giorno festivo ai soli lavoratori appartenenti a specifiche confessioni religiosi integra una discriminazione diretta.

di S. Renzi -

La Corte di Giustizia dell’Unione Europea, con il procedimento C-193/17, ha esaminato il caso di un lavoratore austriaco, il quale lamentava di essere stato privato in maniera discriminatoria della retribuzione aggiuntiva per aver lavorato in un giorno festivo, segnatamente il Venerdì Santo, sul presupposto che egli non fosse appartenente ad alcuna religione che riconosce tale festività nel proprio canone liturgico.

Il lavoratore, in particolare, si doleva dinanzi alle corti nazionali per la prospettata discriminazione, fondata su motivi religiosi direttamente considerati dalla legge austriaca in materia di riposo (Arbeitsruhegesetz o ARG), e chiedeva il risarcimento dei danni al datore di lavoro. La ridetta normativa, in effetti, stabilisce che il Venerdì Santo sia un giorno festivo retribuito, con un periodo di riposo di 24 ore, solo per i membri delle Chiese evangeliche di confessione augustana e di confessione elvetica, della Chiesa cattolica e della Chiesa evangelica metodista. Inoltre, la legge statuisce che un membro di una di tali chiese che lavori in tale giorno abbia diritto a una retribuzione supplementare.

L’Oberster Gerichtshof (Corte suprema austriaca), rilevato che l’ARG fa dipendere la concessione di un giorno festivo supplementare dalla religione dei lavoratori, con la conseguenza che le persone che non appartengono alle chiese indicate nell’ARG beneficiano di un giorno festivo pagato in meno rispetto ai membri di una di tali chiese, osserva che ciò costituisce, almeno in linea di principio, un trattamento meno favorevole fondato sulla religione. Sulla scorta di tale rilievo, la Corte suprema austriaca si rivolge alla Corte di Giustizia UE, emettendo un’ordinanza di rinvio pregiudiziale con la quale viene richiesto se il diritto dell’UE – in particolare l’art. 21 della Carta di Nizza, in combinato disposto con gli artt. 1 e 2, par. 2, lett. a), della direttiva 2000/78/CE del Consiglio del 27 novembre 2000 – osti a una normativa nazionale secondo cui: i) solo per gli appartenenti ad alcune confessioni religiose il Venerdì Santo debba essere considerato giorno festivo, con un periodo di riposo ininterrotto di almeno 24 ore; ii) in caso di impiego del lavoratore nonostante il riposo festivo, debba essere riconosciuta una retribuzione aggiuntiva per il lavoro prestato, mentre ciò non avviene per altri lavoratori non appartenenti a tali confessioni religiose.

La Corte di Giustizia, nella sentenza in commento, ricorda innanzitutto che la dir. 2000/78/CE mira a stabilire un quadro generale per la lotta alle discriminazioni fondate sulla religione o le convinzioni personali, gli handicap, l’età o le tendenze sessuali, per quanto concerne l’occupazione e le condizioni di lavoro, al fine di rendere effettivo, negli Stati membri, il principio della parità di trattamento. L’art. 2, par. 1, della direttiva statuisce che il principio della parità di trattamento deve intendersi quale assenza di qualsiasi discriminazione diretta o indiretta basata su uno dei suddetti motivi, elencati all’art. 1. Conseguentemente, l’art. 2, par. 2, lett. a), precisa che, ai fini dell’applicazione dell’art. 2, par. 1, «sussiste discriminazione diretta quando, sulla base di uno qualsiasi dei motivi di cui all’articolo 1 della direttiva in parola, tra cui figura la religione, una persona è trattata in modo meno favorevole di un’altra che si trovi in una situazione analoga» (si v. Chieco, Le nuove direttive comunitarie sul divieto di discriminazione, in RIDL, 2002, I, 75 ss.). La Corte prosegue nell’analisi della normativa austriaca e affronta, senza ulteriori premesse, la questione principale sollevata dal lavoratore austriaco. La sentenza stabilisce con chiarezza che la normativa austriaca in materia di riposi dal lavoro istituisce una differenza di trattamento fondata direttamente sulla religione dei lavoratori, la quale costituisce, pertanto, una discriminazione diretta, in contrasto con il diritto dell’Unione Europea poc’anzi ricordato. Secondo la Corte di Giustizia UE, le misure previste dall’ARG non possono essere considerate né misure necessarie alla preservazione dei diritti e delle libertà altrui né misure specifiche destinate a compensare svantaggi correlati alla religione, ai sensi dell’articolo 7, par. 1, della dir. 2000/78/CE, giacché danno luogo a ingiustificate discriminazioni.

La vicenda appena esaminata ha offerto alla Corte di Giustizia l’occasione per affermare che l’istituzione nel calendario civile di alcune festività di marca confessionale non può condurre a operare discriminazioni nel trattamento normativo e retributivo dei dipendenti di un’impresa privata (cfr. Coglievina, Festività religiose e riposti settimanali nelle società multiculturali, in RIDL, 2008, III, 375 ss.), accordando maggiori diritti (come quello al riposo) ed emolumenti specifici solo ad alcuni lavoratori appartenenti a una determinata chiesa o religione.

Samuele Renzi, dottorando di ricerca nell’Università degli Studi di Siena

Visualizza il documento: C. giust., 22 gennaio 2019, C-193/17

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