La sentenza C-652/19 del 17 marzo 2021 della Corte di Giustizia e il discrimine della data del 7 marzo 2015 ai fini dell’applicazione delle tutele previste dal Jobs Act per i licenziamenti collettivi illegittimi

di V. A. Poso -

Il Tribunale di Milano con ordinanza del 5 agosto 2019 aveva proposto  alla Corte di Giustizia la domanda pregiudiziale chiedendo: “ 1) Se i principi di parità di trattamento e di non discriminazione contenuti nella clausola 4 della direttiva 99/70/CE sulle condizioni di impiego ostino alle previsioni normative dell’art. 1, secondo comma e dell’art. 10 del D.lgs 23/15 che, con riferimento ai licenziamenti collettivi illegittimi per violazione dei criteri di scelta, contengono un duplice regime differenziato di tutela in forza del quale viene assicurata nella medesima procedura una tutela adeguata, effettiva e dissuasiva ai rapporti di lavoro a tempo indeterminato costituiti in data antecedente al 7 marzo 2015, per i quali sono previsti i rimedi della reintegrazione  ed il pagamento dei contributi a carico del datore di lavoro e introduce, viceversa, una tutela meramente indennitaria  nell’ambito di un limite minimo ed un limite massimo di minore effettività ed   inferiore capacità dissuasiva per i rapporti di lavoro a tempo determinato aventi una pari anzianità lavorativa, in quanto costituiti precedentemente a tale data, ma convertiti a tempo indeterminato successivamente al 7 marzo 2015;  2) Se le previsioni contenute negli artt. 20 e 30 della Carta dei diritti  e nella direttiva 98/59/CE ostino ad una disposizione normativa come quella di cui all’art. 10 del d.lgs 23/15 che introduce  per i soli lavoratori assunti (ovvero con rapporto a termine  trasformato) a tempo indeterminato a decorrere dal 7 marzo 2015,  una disposizione secondo cui, in caso di licenziamenti collettivi illegittimi per violazione dei criteri di scelta, diversamente dagli altri analoghi rapporti di lavoro costituiti in precedenza e coinvolti nella medesima procedura, non è prevista [ come da integrazione per errata corrige ] la reintegrazione nel posto di lavoro e che introduce, viceversa, un concorrente sistema di tutela meramente indennitario, inadeguato a ristorare le conseguenze economiche derivanti dalla perdita del posto di lavoro e deteriore  rispetto all’altro modello coesistente, applicato ad altri lavoratori i cui rapporti hanno le medesime caratteristiche con la sola eccezione della data di conversione o costituzione”.

La controversia da cui l’ordinanza trae origine riguarda il trattamento meramente indennitario riservato dal d.lgs. n. 23/2015 ad una lavoratrice assunta a termine prima del 7 marzo 2017, ma stabilizzata dopo questa data, coinvolta in un licenziamento collettivo di 350 dipendenti di una impresa che versava in una situazione pre-fallimentare (poi effettivamente fallita), tutti reintegrati (tranne lei) per violazione dei criteri di scelta previsti dalla legge.

Come è noto, l’art.1, c.2, d.lgs. n. 23/2015 prevede l’applicazione del regime del Jobs Act “anche nei casi di conversione di contratto a termine successiva all’entrata in vigore del decreto”. Su questa norma il Tribunale di Milano aveva prospettato un profilo di incompatibilità con la direttiva europea sul lavoro a termine n. 99/70/CE, a norma della quale “Per quanto riguarda le condizioni di impiego, i lavoratori a tempo determinato non possono essere trattati in modo meno favorevole dei lavoratori a tempo indeterminato comparabili per il solo fatto di avere un contratto o rapporto di lavoro a tempo determinato, a meno che non sussistano ragioni oggettive”. C’è poi l’aspetto dell’assunzione (qui trattasi di stabilizzazione del rapporto di lavoro a tempo determinato, con la sua successiva conversione) a far data dal 7 marzo 2015 che consente, in base alla nuova disciplina legislativa, la differenziazione delle tutele rispetto ai lavoratori assunti prima.

Non mancano le critiche del Giudice remittente al regime meramente indennitario introdotto dalla riforma del 2015 che non garantirebbe una tutela caratterizzata da effettività, adeguatezza e dissuasività.

La sentenza della Corte di Giustizia è tranchant su entrambi i profili.

Innanzitutto ha escluso la violazione del diritto dell’Unione con riferimento alla direttiva n. 98/59/CE sui licenziamenti collettivi, che riguarda la procedura da seguire e non i criteri di scelta dei lavoratori da licenziare.

In secondo luogo la differenziazione delle tutele applicate a lavoratori assunti in tempi diversi risulterebbe giustificata dalla prospettiva della stabilità del rapporto di lavoro, assicurata, nel caso di specie, dalla conversione del rapporto di lavoro da tempo determinato a tempo indeterminato, restando così esclusa la violazione del principio di non discriminazione.

Su questo punto la Corte di Giustizia conferma l’orientamento già espresso dalla Corte Costituzionale nella nota sentenza n. 194 dell’8 novembre 2018 che aveva disatteso la q.l.c. sollevata con riferimento al criterio temporale di assunzione dei lavoratori ai fini della tutela applicabile in caso di licenziamento illegittimo (non tanto per il regime di tutela applicabile).

Nell’ordinanza di rimessione del Tribunale di Roma del 26 luglio 2017,  si afferma, infatti, che «la data di assunzione appare come un dato accidentale ed estrinseco a ciascun rapporto che in nulla è idoneo a differenziare un rapporto da un altro a parità di ogni altro profilo sostanziale»; ma ad avviso della Corte Costituzionale “ la modulazione temporale dell’applicazione del d.lgs. n. 23 del 2015, censurata dal rimettente, non contrasta con il «canone di ragionevolezza» e, quindi, con il principio di eguaglianza, se a essa si guarda alla luce della ragione giustificatrice – del tutto trascurata dal giudice rimettente – costituita dallo «scopo», dichiaratamente perseguito dal legislatore, «di rafforzare le opportunità di ingresso nel mondo del lavoro da parte di coloro che sono in cerca di occupazione» (alinea dell’art. 1, comma 7, della legge n. 183 del 2014)”.

Se, dunque, lo scopo dell’intervento legislativo che ha reso più leggere le conseguenze del licenziamento illegittimo è  diretto a “ favorire l’instaurazione di rapporti di lavoro per chi di un lavoro fosse privo, e, in particolare, a favorire l’instaurazione di rapporti di lavoro subordinato a tempo indeterminato” ,  secondo la Corte Costituzionale il regime temporale di applicazione del d.lgs. n. 23/2015 si rivela coerente con tale scopo e non spetta ad essa  “ addentrarsi in valutazioni sui risultati che la politica occupazionale perseguita dal legislatore può aver conseguito”.

Del resto, pur con qualche evidente contraddizione nei passaggi motivazionali, anche il Tribunale di Roma nell’ordinanza suindicata aveva richiamato correttamente il principio, più volte affermato dalla Corte costituzionale, secondo il quale “ non contrasta, di per sé, con il principio di eguaglianza un trattamento differenziato applicato alle stesse fattispecie, ma in momenti diversi nel tempo, poiché il fluire del tempo può costituire un valido elemento di diversificazione delle situazioni giuridiche, […] essendo conseguenza dei principi generali in tema di successione di leggi nel tempo “ (così, tra le altre, C. cost., n. 254/2014).

È per questo motivo che i sostenitori della riforma legislativa (tra tutti Pietro Ichino) avevano ritenuto legittima e giustificata la differenziazione della disciplina applicabile ai nuovi contratti rispetto a quella applicabile ai vecchi, risultando più conforme ai principi generali della Costituzione una riforma che applichi la nuova disciplina soltanto ai rapporti di durata futuri e non a quelli già costituiti e in essere.

In questa ottica la Corte di Giustizia, nella sentenza annotata (dalla cui motivazione cito ampiamente) ribadisce che la promozione delle assunzioni costituisce incontestabilmente una finalità legittima di politica sociale e dell’occupazione degli Stati membri e che, riconosciuto che i contratti a tempo indeterminato sono e continueranno ad essere la forma comune dei rapporti di lavoro fra i datori di lavoro e i lavoratori, il beneficio della stabilità dell’impiego è inteso come un elemento portante della tutela dei lavoratori. Fermo restando che, per quanto concerne l’adeguatezza e il carattere necessario della misura per raggiungere tale obiettivo, occorre ricordare che gli Stati membri dispongono di un ampio margine di discrezionalità, non solo nella scelta di perseguire un determinato scopo fra gli altri in materia di politica sociale e di occupazione, ma altresì nella definizione delle misure atte a realizzarlo.

Senza arrivare a considerare salvifiche (come pure qualcuno ha fatto)  le intenzioni del Legislatore (i cui risultati erano stati messi in forte dubbio dal Tribunale di Milano secondo il quale nei primi anni di applicazione della nuova disciplina dei licenziamenti “il risultato sperato, ossia l’aumento delle occupazioni stabili, si è rilevato del tutto deficitario”) meritano di essere  prese in  seria considerazione le osservazioni di Riccardo Del Punta: “La lezione della sentenza – spiega Del Punta – è che l’idea di vanificare la riforma del 2015 per il solo motivo della disparità tra vecchi e nuovi assunti non ha una base giuridica, quand’anche questa disparità sia apparentemente più vistosa, come in un licenziamento collettivo interessante entrambe le categorie di lavoratori. Il che nulla toglie all’opportunità di superare l’attuale doppio regime e puntare a una riforma razionalizzante: ma per mano del legislatore e non delle Corti” (così ne Il Sole 24 Ore, 18 marzo 2021).

La Corte di Giustizia, però, lascia, nella disponibilità del Giudice del rinvio la valutazione, in concreto, della comparabilità fra la situazione dei lavoratori assunti a tempo indeterminato prima della data del 7 marzo 2015 quella della lavoratrice assunta sempre prima del 7 marzo 2015, ma con contratto a tempo determinato, tenuto conto del complesso degli elementi pertinenti; potendo ciò integrare una eventuale violazione del principio di non discriminazione.

In questa stessa ottica potrebbe essere valutata dal Giudice del rinvio la rimessione alla Corte Costituzionale della q.l.c. relativa alla specifica disposizione dell’art. 1, comma 2, d.lgs n. 23/2015 che estende il campo di applicazione dell’intero decreto (e quindi anche della nuova disciplina del licenziamento)  “anche nei  casi  di  conversione,  successiva  all’entrata  in  vigore  del presente decreto, di contratto a tempo determinato o di apprendistato in contratto a tempo indeterminato”, che, al pari del comma 3 (che riguarda l’integrazione del requisito dimensionale ai fini dell’art. 18, st. lav. in conseguenza di assunzioni successive alla data del 7 marzo 2015) non è stato scrutinato dalla Corte Costituzionale nella sentenza n. 198/2018.

Oltretutto si tratta di materia non espressamente prevista nei principi direttivi della legge delega n. 183 del 10 dicembre 2014 (v., nello specifico, l’art. 1, c.7, lett. c), a meno di non voler considerare assunzione nuova quella conseguente alla conversione in rapporto di lavoro a tempo indeterminato di un contratto a termine stipulato prima della data del 7 marzo 2015.

Vincenzo Antonio Poso, avvocato in Pisa

Visualizza i documenti: Trib. Milano, 5 agosto 2021; C. giust., 17 marzo 2021, C-652/19

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