Il blocco dei licenziamenti si applica anche ai dirigenti? Forse, no

di M. Verzaro -

Il blocco dei licenziamenti per ragioni oggettive sancito dal legislatore nell’art. 14, comma 2, d.l. 14 agosto 2020, n. 104, convertito dalla l. 13 ottobre 2020, n. 126, ha efficacia anche nei confronti dei dirigenti poiché il riferimento al giustificato motivo oggettivo individua solo la natura della ragione e non l’ambito di applicazione del divieto. In questi termini si esprime il decreto del Tribunale di Roma dello scorso 16 ottobre, condannando, pertanto, l’impresa alla reintegrazione del dirigente ed al pagamento dell’indennità risarcitoria, ex art. 18, commi 1 e 2, l. 20 maggio 1970, n. 300, in quanto il licenziamento intimato ad un dirigente in periodo di blocco risulta affetto da nullità.

Il Tribunale di Roma torna, quindi, a pronunciarsi sull’estensione del divieto di licenziamento anche alla categoria dei dirigenti e parrebbe avviare un possibile orientamento conforme, non avallando la tesi contraria prospettata dallo stesso organo, in diversa composizione, nella sentenza n. 3605 del 19 aprile 2021 e considerando, invece, la piena adesione alla già nota ordinanza del medesimo tribunale, anche qui in altro giudicante, del 26 febbraio 2021.

Il decreto in commento se, dapprima, conferma che «la disciplina limitativa del potere di licenziamento di cui alle leggi n. 604 del 1966 e St. lav. non è applicabile» ai dirigenti, subito dopo, nel constatare come il primo divieto posto dall’art. 14, comma 1, d.l. n. 104/2021 concerna le procedure di mobilità e che, «pertanto, il blocco dei licenziamenti collettivi riguarda senza alcun dubbio anche il personale con qualifica dirigenziale», evidenzia come l’esclusione degli stessi dal divieto di licenziamento individuale per giustificato motivo oggettivo genererebbe una discrasia tale che «non troverebbe una spiegazione la differenza di trattamento che scaturirebbe dall’accogliere» la soluzione opposta e «che il riferimento al giustificato motivo oggettivo, sebbene completato dal riferimento ad una legge non applicabile ai dirigenti, non deve necessariamente essere inteso come richiamo complessivo alla legge 604/66».

Quest’ultima affermazione, suffragata poi dalla citazione letterale di un passaggio del decreto del 26 febbraio 2021, merita, a mio avviso, una piccola considerazione alla luce della norma guida dell’interpretazione giuridica: vale a dire l’art. 12, comma 1, prel. c.c. Tale disposizione prevede, infatti, che «nell’applicare la legge non si può ad essa attribuire altro senso che quello fatto palese dal significato proprio delle parole secondo la connessione di esse, e dalla intenzione del legislatore». Orbene, il richiamo esplicito che l’art. 14, comma 2, d.l. n. 104/2020 fa al recesso «dal contratto per giustificato motivo oggettivo ai sensi articolo 3 della legge 15 luglio 1966, n. 604», mi pare richieda un rinvio, ai fini dell’interpretazione, a tale normativa. Sicché, oltre al contenuto del giustificato motivo oggettivo definito dall’art. 3, l. n. 604/1966, occorre vedere anche la connessione di questa norma con le altre disposizioni della medesima legge, nonché, appunto, l’intenzione del legislatore. Ecco, allora, che l’interprete – come fatto, in parte, dal giudicante – dovrebbe considerare due importanti articoli della l. n. 604/1966 per risolvere l’arcano circa l’applicazione del blocco di licenziamento individuale per giustificato motivo oggettivo anche al dirigente: gli artt. 10 ed 11.

Il primo esclude esplicitamente l’applicazione della l. n. 604/1966 alla categoria dei dirigenti; il secondo – e questo è a mio parere il punto dirimente – dispone che «la materia dei licenziamenti collettivi per riduzione di personale è esclusa dalle disposizioni della presente legge». Dunque, quod lex excludit, addere non potest.

La discrasia tra i due divieti è, quindi, solo apparente poiché non può trasporsi, seguendo la connessione delle norme e l’intenzione del legislatore, il giustificato motivo oggettivo del licenziamento individuale con la sua normativa nella «riduzione o trasformazione di attività o di lavoro» dell’art. 24, comma 1, l. 23 luglio 1991, n. 223, per quanto similari possano essere. Di guisa che, il blocco dei licenziamenti collettivi vale anche per i dirigenti, perché così dice la norma (art. 24, comma 1, l. n. 223/1991), mentre gli stessi sono esclusi dal divieto di licenziamento individuale, perché come visto tale intera normativa non trova applicazione nei loro confronti. A ciò può, naturalmente, aggiungersi quanto già prospettato dalla richiamata sentenza n. 3605 del 19 aprile u.s. circa le ben note differenze tra giustificatezza e giustificato motivo per il recesso datoriale da un rapporto di lavoro dirigenziale.

Matteo Verzaro, assegnista di ricerca nella Università degli Studi Roma Tre

Visualizza il documento: Trib. Roma, ordinanza 16 ottobre 2021

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