Ulteriori margini di criticità per il contratto a tutele crescenti: il Tribunale di Bari rinvia nuovamente alla Corte Costituzionale.

di F. Coppola -

Il Tribunale di Bari, con l’ordinanza in commento, rinvia alla Corte Costituzionale la questione in ordine alla legittimità dell’art. 4, d. lgs. 4 marzo 2015 n. 23  limitatamente alle parole «di importo pari a una mensilità dell’ultima retribuzione di riferimento per il calcolo del trattamento di fine rapporto per ogni anno di servizio».

Come noto, la Corte Costituzionale è intervenuta con la sentenza n. 194/2018 dichiarando l’incostituzionalità dell’art.3, comma 1 del medesimo decreto, nella parte in cui prevede un meccanismo di calcolo automatico dell’indennità dovuta in caso di licenziamento ingiustificato, ancorato unicamente all’anzianità di servizio. Le conclusioni a cui è giunta la Corte e i punti critici del suo ragionamento sono stati approfonditi da numerosi contributi in dottrina.

In questa sede pare opportuno evidenziare che – nonostante la sentenza costituzionale non abbia modificato in maniera sostanziale l’impianto della disciplina sui licenziamenti, che continua perciò ad essere basato prevalentemente sulla tutela risarcitoria, avallando per certi versi la scelta del legislatore di cancellare la reintegrazione quale rimedio contro un atto illegittimo (cfr. Ballestrero, La Corte Costituzionale censura il  d. lgs. 23/2015: ma crescono davvero le tutele?, in LD, 2019, 2, 243 ss.) – la stessa pronuncia ha però notevolmente inciso sull’assetto complessivo del decreto 23 del 2015, aprendo a nuove opportunità di intervento da parte dei giudici e palesando la necessità di una complessiva risistemazione della materia sul piano legislativo (v. sul punto Albi, Giudici, legislatori e piccole imprese dopo la sentenza della Corte Costituzionale n. 194/2018, in RIDL, 2019, 2, 171 ss.).

Con la sentenza n. 194/2018, la Consulta ha in effetti scelto di circoscrivere l’area del proprio intervento, pronunciandosi soltanto in relazione all’art.3, comma 1 del d. lgs. n. 23/2015. La delimitazione in senso esclusivo dell’oggetto dichiarato incostituzionale ha inevitabilmente spinto le corti ad interrogarsi su ulteriori profili di illegittimità che possano coinvolgere le restanti parti del decreto.

Così il Tribunale di Genova, (Trib. Genova, 21 novembre 2018, in RGL, 2019, 2, 276 con nota di Magnifico) nel decidere in ordine al valore dell’indennizzo dovuto ai dipendenti di una piccola impresa ingiustamente licenziati, ha esteso ugualmente al caso di specie i parametri per il calcolo dell’indennità come nuovamente prescritti dalla Consulta, benché l’art. 9 d. lgs. n. 23/2015, applicabile alla vicenda descritta, non abbia subito specifiche censure di incostituzionalità. Il Tribunale ha validamente tenuto conto dell’espresso richiamo che l’art. 9 dispone all’art. 3 comma 1 d. lgs. n. 23/2015 per il calcolo dell’indennità dovuta ai lavoratori.

Diversamente, nel caso in esame, la giudice di Bari ha ritenuto che mancassero i presupposti per un’interpretazione costituzionalmente orientata e ha devoluto perciò nuovamente la questione alla Corte Costituzionale.

La vicenda in esame ha ad oggetto l’illegittimità procedurale del licenziamento, in ragione della violazione dell’obbligo di preventiva contestazione ex art. 7 St. lav. nei confronti della lavoratrice. La nota di contestazione degli addebiti rivolta alla dipendente aveva infatti del tutto omesso l’avviso che disponeva la facoltà per la lavoratrice di rendere giustificazioni nel termine di cinque o più giorni, come prescritto dal contratto collettivo applicabile al rapporto di lavoro in esame, ad integrazione del precetto normativo di cui all’art. 7 St. lav.

La tutela dunque applicabile in favore della lavoratrice, assunta dopo il 7 marzo 2015, doveva essere quella dettata dall’art. 4 d. lgs. n. 23/2015, che non richiama espressamente l’art. 3, comma 1, ma prevede lo stesso meccanismo di calcolo dell’indennità.

La giudice di Bari ha ripreso alcune delle argomentazioni espresse dalla Consulta per la declaratoria di incostituzionalità dell’art. 3, in relazione alla violazione da parte di questa norma degli articoli 4 e 35 della Costituzione, attraverso la previsione di «una tutela economica che non costituisce né un adeguato ristoro del danno prodotto, nei vari casi, dal licenziamento, né un’adeguata dissuasione del datore di lavoro dal licenziare ingiustamente». La giudice ha affermato quindi che principi analoghi possano essere estesi anche all’art. 4 del medesimo decreto, sul presupposto per cui la predeterminazione della tutela economica fissata sulla base del solo criterio dell’anzianità non sia un rimedio congruo neppure contro le violazioni procedurali commesse dal datore, che ha l’obbligo di garantire e disporre un regolare procedimento in fase di licenziamento.

Si è aggiunto, inoltre, che l’art. 4 d. lgs n. 23/2015 lede indirettamente anche l’art. 24 Cost., perché il legislatore non prescrive un meccanismo di tutela adeguato alla gravità che deriva dalla violazione degli obblighi procedurali disposti dall’ordinamento, funzionali a garantire al lavoratore la possibilità di esercitare il suo diritto di difesa nel corso di un procedimento disciplinare.

La giudice di Bari ha concluso dunque affermando che alla violazione di vizi procedurali debba corrispondere un’indennità economica basata sugli stessi parametri già indicati dalla Corte nella sentenza n. 194/2018 in caso di licenziamenti ingiustificati.

Si sottolinea, a nota della vicenda brevemente analizzata, che l’eventuale declaratoria di incostituzionalità dell’art.4 renderebbe ancora più evidente l’opportunità di rivalutare complessivamente la disciplina sui licenziamenti che ha già subito nel tempo molteplici stratificazioni e i cui aspetti critici stanno ormai emergendo anche in seno alle nostre corti. Da ultimo, si consideri l’ordinanza del Tribunale di Milano (Trib. Milano, 05 agosto 2019, in RIDL, 2019, 3, 533, con nota di Burragato) che rinvia alla Corte di Giustizia una questione analoga a quella già sollevata dinanzi alla nostra Consulta. Il Tribunale di Milano dubita infatti della conformità rispetto al diritto comunitario della disciplina prescritta all’art. 10 del decreto n. 23/2015, nell’ambito di procedure di riduzione di personale, poiché basata su un’ingiustificata discriminazione tra i dipendenti, a cui corrispondono tutele differenti in caso di procedura di licenziamento collettivo illegittima unicamente in ragione della diversa data di assunzione dei lavoratori coinvolti. Resta dunque da vedere se questo aspetto, già richiamato dalla nostra giurisprudenza in raffronto alla lesione del principio di uguaglianza, ma valutato dalla Consulta come costituzionalmente conforme, possa invece essere ridiscusso in sede europea, sotto la lente del diritto discriminatorio.

Francesca Coppola, dottoranda nell’Università di Siena

Visualizza il documento: Trib. Bari, ordinanza 18 aprile 2019, n. 214

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