Ulteriore rimessione alla Corte di Giustizia UE in materia di ricercatori universitari a tempo determinato.

di L. Busico -

Con l’ordinanza in rassegna la sezione VI del Consiglio di Stato rimette alla Corte di Giustizia europea un’ulteriore questione relativa alla disciplina italiana dei ricercatori universitari a tempo determinato.

In precedenza il Consiglio di Stato, con ordinanza del 10 gennaio scorso (pubblicata su Labor, 30 gennaio 2020) aveva dubitato circa la conformità alla direttiva n. 1999/70/CE della disciplina dettata dalla l. 30 dicembre 2010, n. 240 (nota anche come “legge Gelmini”) sui ricercatori a tempo determinato, in quanto, a differenza di quella riguardante il personale contrattualizzato (art.36, comma 5 del d.lgs. 30 marzo 2001, n. 165), è carente di misure idonee a prevenire e sanzionare gli abusi nella successione di rapporti a termine da parte delle Università.

Con riferimento alla nuova ordinanza è opportuno soffermarsi brevemente sul sistema di reclutamento dei docenti universitari delineato dalla l. n. 240/2010 (simile nell’impostazione a quello già previsto, ma mai entrato in vigore, dalla l. 4 novembre 2005, n. 230). Esso è fondato su un procedimento suddiviso in due fasi: la prima di conseguimento dell’abilitazione scientifica nazionale, la seconda di selezioni tra gli abilitati indette dai singoli atenei.

L’abilitazione scientifica nazionale è una procedura disciplinata dall’art.16 della l. n. 240/2010 e dai regolamenti attuativi, avente il fine di attestare la qualificazione scientifica necessaria per svolgere le funzioni di professore di prima e di seconda fascia.

La seconda fase è finalizzata alla copertura dei posti di professore ordinario e associato, che, in base alla l. n. 240/2010, può avvenire mediante tre diverse modalità:

1) la chiamata all’esito di procedura selettiva aperta a tutti i soggetti in possesso dell’abilitazione scientifica nazionale e ai professori già in servizio (art.18);

2) la chiamata all’esito di procedura chiusa riservata ai ricercatori a tempo determinato, di cui all’art.24, comma 3, lett. b), al terzo anno di contratto, che abbiano conseguito l’abilitazione scientifica nazionale (art.24, comma 5);

3) la chiamata all’esito di procedura chiusa riservata ai ricercatori a tempo indeterminato e ai professori associati, in servizio nello stesso ateneo e in possesso di abilitazione scientifica nazionale (art.24, comma 6), procedura espletabile, in base all’art.5, comma 1 della l. 20 dicembre 2019, n. 159, sino al 31 dicembre 2021.

Occorre evidenziare una differenza tra le due procedure riservate di cui ai precedenti nn. 2) e 3): mentre il ricercatore di tipo B in possesso dell’abilitazione scientifica nazionale ha diritto, in base all’art.24, comma 5, di essere sottoposto alla procedura valutativa, il cui esito positivo determina il suo ingresso nel ruolo dei professori associati, i ricercatori a tempo indeterminato, anche se in possesso dell’abilitazione scientifica nazionale, non hanno diritto di essere valutati ai fini della chiamata nel ruolo dei professori associati, essendo la relativa scelta rimessa alla discrezionalità dell’Ateneo di appartenenza.

La legge Gelmini, pertanto, riconosce ai ricercatori a tempo determinato di tipo B in possesso di abilitazione scientifica nazionale e ai ricercatori a tempo indeterminato, parimenti in possesso della predetta abilitazione, rispettivamente il diritto e la possibilità di essere sottoposti (i primi alla scadenza del contratto, i secondi fino al 31 dicembre 2021) ad un’apposita procedura di valutazione per la chiamata nel ruolo dei professori associati.

Nell’ordinanza in rassegna il Consiglio di Stato dubita della conformità alla clausola 4 della direttiva n. 1999/70/CE, intitolata “principio di non discriminazione”, dell’art.24, commi 5 e 6 della l. n. 240/2010, in quanto ai ricercatori a tempo determinato di tipo A in possesso della abilitazione scientifica nazionale non riconosce il diritto, o la possibilità, di ingresso in ruolo analoghi ai ricercatori a tempo determinato di tipo B e ai ricercatori a tempo indeterminato, malgrado si tratti di lavoratori chiamati a svolgere identiche mansioni.

Spetterà alla Corte di Giustizia valutare la sussistenza o meno di ragioni oggettive, che possono legittimare la differenza di trattamento.

Occorre evidenziare che in materia ancora non esistono indirizzi giurisprudenziali consolidati.

Pochi giorni dopo l’ordinanza in commento il Tar Puglia (sez. Lecce, sentenza n. 456 del 16 aprile 2020) ha affermato la piena legittimità, sia sul piano costituzionale, sia su quello del diritto UE, della disciplina della legge Gelmini sui ricercatori a tempo determinato.

Inoltre, è pendente presso la Corte Costituzionale una questione di legittimità costituzionale, sollevata dal Tar Calabria (sez. I, ord. n. 858 del 30 aprile 2019), relativa all’art.24, comma 6 nella parte in cui non riconosce ai ricercatori a tempo indeterminato il diritto alla valutazione per la chiamata nel ruolo dei professori associati, a differenza di quanto il comma 5 prevede per i ricercatori a tempo determinato di tipo B.

Alla Consulta e alla Corte di Giustizia spetterà il gravoso compito di individuare qualche punto fermo in materia.

Luca Busico, coordinatore Direzione del Personale dell’Università di Pisa

Visualizza il documento: Cons. Stato, sez. VI, ord. 10 aprile 2020, n. 2376

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