Uber Italy commissariata dal Tribunale di Milano per l’ipotesi di reato di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro.

di R. Galardi -

Con decreto del 27 maggio 2020, il Tribunale di Milano, sezione autonoma delle misure di prevenzione, ha accolto la richiesta di amministrazione giudiziaria (cd. commissariamento) della società italiana aderente alla galassia Uber per l’ipotesi di aver agevolato il delitto di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro (art. 603-bis c.p.).

La decisione è estremamente lunga, 60 pagine, ma i suoi contenuti non sono affatto ripetitivi o ridondanti. Fatta eccezione per le 4 pagine iniziali sulla natura della misura cautelare da disporre, ciascuna delle successive 54 pagine è un capitolo a sé stante di una enciclopedia dello sfruttamento di manodopera.

Le intercettazioni trascritte nel provvedimento dipingono un quadro in cui il capitalismo delle piattaforme nulla ha di moderno od innovativo ed anzi si manifesta, senza scarto alcuno, come il vecchio caporalato che già con la storica legge 1369/1960 l’ordinamento ha tentato di estirpare.

La vicenda ha, infatti, tutti gli ingredienti del caporalato, con l’aggravante della particolare condizione sociale dei lavoratori coinvolti.

I lavoratori sono migranti, richiedenti asilo, in stato di bisogno, provenienti da zone conflittuali del pianeta ed alloggiati presso centri di accoglienza.

I caporali sono invece delle persone che, attraverso alcune società,  reclutano, formano e pagano i lavoratori.

L’utilizzatore finale lo abbiamo indicato nel titolo. L’utilizzatore – che  ha contratti formali di consulenza coi caporali – attraverso la sua galassia di società ed i suoi dipendenti, partecipa e collabora alle decisioni sulla gestione dei riders.

Ovviamente non può mancare la tecnologia che nel nostro caso si è manifestata con una sorta di sotto-app creata dal caporale che perfeziona lo schema illecito e consente al caporale di trarre il tradizionale lucro sulla differenza tra quanto riceve dall’utilizzatore per le consegne e le mance e quanto paga i fattorini.

Il copioso materiale contenuto o richiamato nel decreto ci consente di descrivere anche le modalità di svolgimento del rapporto.

I fattorini avevano con i caporali dei contratti di collaborazione autonoma occasionale che riconosceva ai lavoratori un compenso a cottimo puro, di 3 euro netti o di 3,50 se automuniti, per ogni consegna e a prescindere dalle distanze percorse, dalle condizioni meteorologiche e dalla fascia oraria.

I contratti poi specificavano che gli importi per le consegne che i riders vedevano sui loro strumenti di lavoro – e cioè quanto l’utilizzatore pagava ai caporali – erano errati.

Dal provvedimento emerge poi che i caporali trattenevano la gran parte delle mance che venivano corrisposte all’atto della consegna del cibo e versavano le ritenute d’acconto per le prestazioni occasionali non sulla base di quanto effettivamente corrisposto ai fattorini ma secondo criteri forfetari.

Il provvedimento è infine interessante per le modalità concrete di svolgimento di tali rapporti di lavoro.

L’organizzazione della prestazione era vincolante. In una delle comunicazioni trascritte, relativa all’area romana, si indicava l’orario di inizio della prestazione, si raccomandava di fare almeno tre turni mattutini, “altrimenti arrivederci e grazie”.

Per il potere disciplinare, i caporali – con il consenso dei dipendenti dell’utilizzatore – potevano trattenere dei “malus” in caso di parziale inadempimento, bloccavano l’account del rider per 1/3 giorni, e, nei casi più gravi, congelavano il pagamento delle prestazioni già effettuate.

Il descritto quadro non proprio edificante ci deve far riflettere.

Il giuslavorista nell’ultimo periodo si è interrogato molto sulla qualificazione dei riders e sulle sue tutele.

La riflessione però ha assunto livelli di astrazione e concettualizzazione (si pensi alla questione della libertà del fattorino) che ci hanno fatto dimenticare quella fame di giustizia che queste persone in carne ed ossa pretendevano e pretendono.

Il decreto ci riporta violentemente coi piedi per terra.

Raffaele Galardi, ricercatore nell’Università di Pisa

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