Restituzione di quanto indebitamente corrisposto al lavoratore: va considerato unicamente il netto delle somme erogate.

di F. Coppola -

Con l’ordinanza in commento, la Cassazione intende dare continuità all’orientamento ormai consolidatosi in seno all’indirizzo della Suprema Corte (cfr. Cass., 2 febbraio 2012, n. 1464) secondo cui il datore di lavoro non può pretendere di ripetere somme al lordo delle ritenute fiscali, in ragione del fatto che le stesse non siano mai entrate nella sfera patrimoniale del dipendente.

Il caso in esame trae origine dalla richiesta da parte della società, tramite decreto ingiuntivo, della restituzione delle somme indebitamente percepite dalla lavoratrice in virtù di una pronuncia di primo grado, successivamente riformata. Il Tribunale, accogliendo parzialmente l’opposizione della lavoratrice, circoscriveva l’ammontare della somma dovuta da parte di quest’ultima nei confronti della società; tale pronuncia veniva confermata in sede di appello.

La società ricorreva dunque in Cassazione, asserendo la violazione e falsa applicazione dell’art. 38 del d.p.r. 29 settembre 1973, n. 602. La stessa sosteneva di non potersi avvalere nel caso specifico di quanto previsto al medesimo articolo e di non poter conseguentemente richiedere il rimborso all’amministrazione finanziaria della ritenuta di acconto versata indebitamente in qualità di sostituto d’imposta della lavoratrice.

Ai sensi del primo comma dell’art.38 si prevede che «il soggetto che ha effettuato il versamento diretto può presentare all’intendente di finanza nella cui circoscrizione ha sede il concessionario presso la quale è stato eseguito il versamento istanza di rimborso, entro il termine di decadenza di quarantotto mesi dalla data del versamento stesso, nel caso di errore materiale, duplicazione ed inesistenza totale o parziale dell’obbligo di versamento». Al secondo comma la norma specifica altresì che «l’istanza di cui al primo comma può essere presentata anche dal percipiente delle somme assoggettate a ritenuta entro il termine di decadenza di quarantotto mesi dalla data in cui la ritenuta è stata operata».

Lamentando l’impossibilità di ricorrere alla fattispecie prevista all’art.38, la società datrice intendeva far valere la pretesa per cui spettasse alla lavoratrice restituirle quanto indebitamente versato a titolo di ritenuta fiscale.

La Cassazione, tuttavia, interpretando la disposizione suesposta, rigetta il ricorso e conferma l’indirizzo espresso dalla sentenza appellata, ritenendo che il caso in esame sia sussumibile nell’ipotesi prevista dalla norma citata, «posto che l’obbligo fiscale sorto da una sentenza (immediatamente esecutiva) poi riformata, secondo una fisiologica dinamica processuale, è venuto meno con effetto ex tunc […] per effetto parziale della riforma in appello, sicché correttamente deve ritenersi che si ricada nell’ipotesi di inesistenza dell’obbligo di versamento o di errore». Come specificato ai sensi dell’art. 38 il datore di lavoro può quindi chiedere il rimborso delle ritenute di acconto nei confronti della sola amministrazione finanziaria.

La pronuncia in esame si evidenzia in quanto espressione di un principio di giustizia redistributiva, rafforzatosi in seno alla giurisprudenza di legittimità, tale per cui il datore di lavoro, qualora abbia corrisposto una retribuzione maggiore di quella dovuta e operato ritenute fiscali erronee per eccesso, può ripetere l’indebito nei confronti del lavoratore esclusivamente nei limiti di quanto effettivamente percepito dallo stesso, vale a dire al netto delle ritenute fiscali; l’ipotesi contraria produrrebbe altrimenti un aggravio ingiustificato per i lavoratori, costretti a rifondere più di quanto concretamente ricevuto (v. Cass., 25 luglio 2018, n. 19735).

Questo principio non viene meno neppure alla luce dell’indirizzo giurisprudenziale che, sulla base di una decisione relativa ai rapporti con il fisco, (cfr, Cass., 19 novembre 2007, n. 23886) ha stabilito che il debitore principale cui compete il diritto di ripetere quanto eventualmente pagato in eccesso è il percettore del reddito imponibile e non il sostituto. In nessun modo si afferma, infatti, che quanto versato dal sostituto all’amministrazione finanziaria possa essere richiesto al lavoratore sostituito.

Francesca Coppola, dottoranda nell’Università degli Studi di Siena

Visualizza il documento: Cass., 11 gennaio 2019, n. 517

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