Qual è la natura giuridica dei rider? Sono subordinati, bellezza! Commento a prima lettura della prima sentenza-zibaldone che farà discutere

di V. A. Poso -

La sentenza è quella del Giudice del Lavoro di Palermo, la n. 3570 del 24 novembre 2020, che ha riconosciuto la sussistenza del rapporto di lavoro subordinato a tempo pieno a far data dal 5 ottobre 2018, in ragione delle concrete modalità di svolgimento della prestazione lavorativa nella fase di esecuzione degli ordini ricevuti, con applicazione del CCNL Terziario, Distribuzione e Servizi (utilizato in azienda per altri lavoratori con diverse mansioni), e l’inefficacia del licenziamento orale, con la condanna della società convenuta alla reintegrazione in servizio e al pagamento delle differenze retributive maturate.

Si ritiene opportuno evidenziare, innanzitutto, che la sentenza, depositata il 24 novembre 2020, si pronuncia su un ricorso (che si percepisce come assai complesso, per allegazioni e prove, ma anche per argomentazioni giuridiche) depositato in data 29 luglio 2020, contrastato da una difesa altrettanto complessa, a leggere la sentenza, che è stato discusso e deciso all’udienza del 20 novembre 2020 allo stato degli atti, come si suole dire, senza istruttoria alcuna. Non è una critica, ma una constatazione di fatto che sicuramente non sfuggirà ai lettori e commentatori, ma soprattutto agli operatori di giustizia che non sono abituati a tempi di decisione così ristretti, peraltro in assenza di una domanda cautelare urgente di reintegrazione in servizio, che non risulta essere stata proposta.

L’ampiezza della parte narrativa rende conto della complessità della questione controversa sottoposta all’esame del Giudice palermitano che ha riportato l’intera premessa in fatto del ricorso che si snoda in 74 punti e le difese della Società resistente, per l’essenziale, evidenziando: “In punto di fatto, la ricostruzione del sistema di funzionamento della piattaforma Glovo della convenuta è sostanzialmente conforme a quella fatta dal ricorrente, così come sono quelli prodotti dalla convenuta i dati delle ore lavorate dal ricorrente, che questi espressamente non ha contestato, in relazione alle ore relative alle mere consegne effettuate (cui in effetti il prospetto è relativo), dando, comunque, conto delle contestazioni in ordine ad es. alle  penalizzazioni legate al rifiuto di uno slot in qualsiasi momento, anche successivo al termine assegnato dalla committente e alla attività lavorativa comunque continuata nonostante e dopo il rifiuto degli ordini, e all’orario di lavoro.

Con amplissimi richiami alla giurisprudenza internazionale e della Corte di Giustizia (in particolare C. giust., Grande Sezione, 20 dicembre 2017, C-434/15, in una controversia relativa alla concorrenza sleale  tra Elite Taxi e Uber System Spain),ma anche della giurisprudenza di merito (in particolare quella milanese e torinese, sempre in materia di concorrenza sleale) la sentenza annotata ha ritenuto che la piattaforma utilizzata dalla società convenuta non abbia ad oggetto una attività di mera intermediazione per mettere in relazione tra loro gli esercizi commerciali, i potenziali clienti ed i fornitori di trasporti a domicilio, bensì una attività di impresa di trasporto di persone o di distribuzione di cibo e bevande a domicilio, nella cui organizzazione sono inseriti i collaboratori come lavoratori dipendenti.

Con riferimento alla giurisprudenza italiana (Trib. Torino, 7 maggio 2018, n. 778; Trib. Milano, 10 settembre 2018, n. 1853 che hanno escluso la subordinazione, ma anche l’applicazione dell’art. 2. D. Lgs n. 81/2015, affermata, invece, da App. Torino, 4 febbraio 2019, n. 26, confermata dalla nota sentenza della Cassazione 24 gennaio 2020, n. 1663) la sentenza annotata considera in maniera prioritaria il segmento della esecuzione del rapporto di lavoro e non solo il segmento iniziale secondo il quale c’è la libertà dei ciclo – fattorini di scegliere se e quando lavorare, così sviluppando, e portando alle necessarie conseguenze, le argomentazioni spese dalla Corte di Cassazione nella sentenza citata, con richiamo anche alla recente Circolare dell’Ufficio Legislativo del Ministero del Lavoro emanata il 19 novembre 2020 (con riferimento al lavoro a progetto merita segnalare la recente sentenza Cass.n.23768/2020; e ancor prima la sentenza della Corte Costituzionale 5 febbraio 1996, n. 30).

Trae linfa per le sue argomentazioni il Giudice palermitano anche dalla giurisprudenza spagnola che – traduzione non ufficiale – ha affermato: “Nella società postindustriale il concetto di dipendenza è diventato più flessibile. Le innovazioni tecnologiche hanno favorito la nascita di sistemi di controllo digitalizzati per la prestazione dei servizi. L’esistenza di una nuova realtà produttiva obbliga ad adattare i concetti di dipendenza e alienità alla realtà sociale del tempo in cui le norme devono essere applicate”.

Rilevanza fondamentale, ai fini della qualificazione come subordinato del rapporto di lavoro dei rider, assume l’organizzazione, esclusivamente dall’esterno, del lavoro tramite l’algoritmo sia nella selezione del personale, che nell’assegnazione delle consegne. L’etero-organizzazione dei rider è spiegata nella sentenza annotata con dovizia di particolari, soprattutto con riferimento al punteggio premiale attribuito al rider il cui mancato aumento o la sua riduzione costituiscono delle vere e proprie “…sanzioni disciplinari atipiche, sanzionando in sostanza un rendimento del lavoratore inferiore alle sue potenzialità con una retrocessione nel punteggio e quindi nella possibilità di lavorare a condizioni migliori o più vantaggiose”.

Non meno rilevante è la verificata necessità che «… il lavoratore sia a disposizione del datore di lavoro nel periodo di tempo antecedente l’assegnazione dello stesso, mediante la connessione all’app con il cellulare carico e la presenza fisica in luogo vicino quanto più possibile ai locali partner di parte datoriale, realizzando così una condotta tipica della subordinazione».

C’è poi la circostanza (avvalorata dalla stessa società convenuta, a leggere la sentenza) della disconnessione temporanea del ricorrente dalla piattaforma in ragione di una sua asserita condotta illecita, subendo così una sanzione disciplinare atipica che aveva comportata la sospensione dal lavoro, senza ricevere né una preventiva contestazione disciplinare e neppure una esauriente spiegazione postuma. Ciò a ulteriore conferma della sottoposizione del ricorrente al potere direttivo e disciplinare del datore di lavoro.

Resta sullo sfondo la (non meno importante) questione del distacco del ricorrente dalla piattaforma impugnato quale licenziamento orale e comunque nullo, in quanto discriminatorio e ritorsivo.

Nelle argomentazioni del Giudice palermitano la natura discriminatoria e ritorsiva del licenziamento (indimostrata e difficile da dimostrare, anche per la necessità che il motivo, illecito determinante sia unico) arretra di fronte alla più lineare impostazione del licenziamento orale inefficace (comportante le medesime conseguenze della reintegrazione forte) che a stretto rigore non è soggetto al termine decadenziale dell’impugnazione, comunque avvenuta con il ricorso giudiziario. E tuttavia il giudice, a fronte delle precise eccezioni della società, considera legittima l’impugnazione stragiudiziale del licenziamento spedita a mezzo pec da uno dei difensori del ricorrente allo scadere del termine decadenziale (anche in ragione delle aperture introdotte dalla normativa emergenziale, senza, però, specificare di quali disposizioni si tratta), anche in presenza di una lettera priva della sottoscrizione del lavoratore e della firma digitale del difensore. È vero che la difesa della società non ha dubitato, sino alla costituzione in giudizio, della provenienza dell’impugnazione da parte del lavoratore (lo si desume, leggendo la sentenza, dalla corrispondenza intercorsa tra gli avvocati), ma ciò non toglie rilevanza all’eccezione formulata in causa. Tenuto conto, peraltro, che la procura conferita dal ricorrente al suo difensore, per essere valida ai fini dell’impugnazione stragiudiziale avrebbe dovuto essere conferita prima dell’impugnazione (questo non è dato saperlo dalla lettura della sentenza) e formalmente portata a conoscenza del datore di lavoro entro lo stesso termine decadenziale dell’impugnazione, secondo un orientamento dei giudici di legittimità.

In proposito deve essere richiamata la recente sentenza della Cassazione 19 giugno 2019, n. 16416, che (in adesione, fra le più recenti, a  Cass., n. 23603/2018 e in contrasto con Cass., n. 1444/2019 che si è pronunciata in continuità con Cass., n. 3634/2017 e Cass., n. 7866/2012), ha ritenuto di dovere aderire alla tesi secondo cui, ferma la necessaria anteriorità della procura, è sufficiente che il difensore manifesti di agire in nome e per conto del proprio assistito e dichiari di avere ricevuto apposito mandato. E tuttavia, anche se il difensore non è onerato di dare specifica comunicazione dei suoi poteri rappresentativi, è invece onere del datore di lavoro, qualora intenda contestare la dichiarazione stessa, avvalersi della facoltà di cui all’art. 1393 c.c. eccependo l’inefficacia dell’impugnazione stragiudiziale. In tal caso sarà onere del lavoratore dimostrare la validità dell’atto compiuto dal difensore, offrendo la prova dell’anteriorità della procura scritta. A leggere la sentenza annotata (anche se non è ben chiaro il perimetro della eccezione formulata dalla difesa della società conventa) non sembra che questa prova sia stata offerta in giudizio dal ricorrente (tenuto conto che, comunque, la notifica del ricorso giudiziale è avvenuta dopo la scadenza del termine decadenziale previsto dall’art. 6, L. n. 604/1966) e il Giudice ha deciso la controversia senza compiere alcun accertamento sulla data del rilascio della procura ex art. 83 c.c. e sull’anteriorità della stessa rispetto all’impugnativa.

Stante la delicatezza della questione, merita richiamare i principi di diritto enunciati dalla Cassazione nella sentenza sopra richiamata: «La procura ex art. 83 cod. proc. civ., conferita dal lavoratore al difensore ai fini dell’impugnazione del licenziamento, attribuisce il potere di compiere tutte le attività, anche stragiudiziali, alle quali è condizionato il valido esercizio dell’azione, sicché ove la procura stessa venga rilasciata in data antecedente all’atto di impugnazione ex art. 6 della legge n. 604/1966, quest’ultimo, se sottoscritto dal solo difensore, spiega effetti nella sfera giuridica del rappresentato anche nell’ipotesi in cui al datore di lavoro non sia stata contestualmente comunicato in copia l’atto attributivo del potere di rappresentanza. L’anteriorità della procura rispetto all’atto di impugnazione stragiudiziale esclude che si sia in presenza di attività compiuta da falsus procurator e rende inapplicabili i principi affermati in tema di ratifica. La procura rilasciata ex art. 83 cod. proc. civ. è assistita da efficacia privilegiata anche in relazione alla data di compimento dell’atto, attestata dal difensore nell’esercizio di una funzione pubblicistica».

Sempre con riferimento alle formalità di impugnazione stragiudiziale del licenziamento la sentenza annotata ritiene valida ed efficace la spedizione dell’impugnativa a mezzo pec da parte del difensore, in assenza di firma digitale ed autenticazione, trattandosi di documento informatico. Tralasciando la circostanza (di non poco conto) che l’impugnativa non era firmata dal lavoratore (in base a quanto eccepito dalla difesa datoriale), merita segnalare due recenti precedenti che si sono espressi in senso contrario che hanno valorizzato il rispetto delle forme del documento informatico: Trib. Monza, 29 gennaio 2020 e Trib Palermo, 28 ottobre 2020; mentre Trib. Brescia, 17 aprile 2018 e Trib. Roma, 20 ottobre 2020 hanno affermato, nel rispetto della libertà delle forme prevista dall’art. 6, L. n. 604/1966, che la scansione firmata integra il requisito dell’atto scritto.

Vincenzo Antonio Poso, avvocato in Pisa

Visualizza il documento: Trib. Palermo, 24 novembre 2020, n. 3570

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