Principio di non discriminazione e parità di trattamento: nuova vittoria del sindacato italiano contro Ryanair.

di F. Coppola -

Il modello di gestione dei rapporti di lavoro adottato da Ryanair sta iniziando a cedere, malgrado le minacciose previsioni del suo amministratore delegato, l’inenarrabile Michael O’Laery, che, dinanzi all’assemblea annuale degli azionisti lo scorso settembre, affermava: «Prima che Ryanair verrà sindacalizzata si ghiaccerà l’inferno». Il recente intervento da parte dei giudici europei e nazionali ha contribuito ad aprire una faglia nel sistema su cui si è fondata una delle maggiori compagnie aeree a basso costo oggi esistenti.

L’ordinanza del Tribunale di Bergamo s’iscrive nel solco di questa giurisprudenza e segue la precedente pronuncia del Tribunale di Busto Arsizio che ha accolto il ricorso promosso dalla FILT CGIL ex art. 28 Stat. Lav., qualificando come condotta antisindacale la prassi promossa dalla Ryanair volta ad escludere la presenza del sindacato in azienda.

Dinanzi al Tribunale di Bergamo, il sindacato agisce ai sensi dell’art. 28, d. lgs 1 settembre 2011, n. 150 e dell’art. 5, d. lgs. 9 luglio 2003, n. 216 affinché venga dichiarato il carattere discriminatorio della clausola inserita nel contratto individuale dei dipendenti Ryanair che prevede l’estinzione del rapporto di lavoro nel caso in cui il personale ponga in essere qualsiasi azione di natura sindacale o collettiva o qualora la società sia obbligata a riconoscere la presenza di qualsivoglia sindacato.

La soluzione della controversia, oltre ad avere una certa rilevanza con riferimento al merito della questione, solleva alcuni interessanti aspetti di diritto internazionale privato, in considerazione del fatto che il caso in esame riguarda una società irlandese con sede in Italia. Pertanto, il Tribunale deve innanzitutto individuare l’autorità giurisdizionale competente.

Il vigente sistema di diritto internazionale privato, applicabile alle controversie aventi dimensione transnazionale, pecca di una certa dose di «strabismo individualista» (ORLANDINI, Il rapporto lavoro con elementi di internazionalità in WP D’Antona, It., 137/2012, 37) poiché tende ad ignorare la dimensione collettiva e a considerare esclusivamente i rapporti individuali di lavoro; dimostrazione di quanto affermato è data dal fatto che, ad eccezione dell’articolo 9 del reg. U.E. 864/2007/UE sulla legge applicabile alle obbligazioni extracontrattuali, né il reg. U.E 593/2008/UE sulla legge applicabile alle obbligazione contrattuali, né il reg. U.E. 1215/2012/UE in materia di giurisdizione contengono alcun riferimento alle organizzazioni sindacali o ai contratti collettivi. A fronte di questa lacuna del sistema, il Tribunale di Busto Arsizio ha compiuto per primo un apprezzabile sforzo interpretativo per attribuire la giurisdizione della controversia al “foro del lavoratore”.  Alla stessa interpretazione è ricorsa la giudice bergamasca che, considerata la presenza come parte in causa non di un singolo lavoratore, ma di un’associazione sindacale, qualifica la fattispecie in esame alla stregua di un illecito civile avente connotazione extracontrattuale. Il fatto di attribuire alla responsabilità del datore natura extracontrattuale consente di applicare l’art. 7 punto 2 del reg. U.E. 1215/2012/UE (cd. Bruxelles II-bis) e, perciò, di devolvere la competenza giurisdizionale della questione al foro italiano. L’articolo 7.2, in via eccezionale rispetto al principio generale del domicilio del convenuto, dispone infatti che in materia di illeciti civili dolosi o colposi l’autorità giurisdizionale competente a decidere della controversia è quella del luogo in cui l’evento dannoso è avvenuto o può avvenire.

Quanto al merito della questione, il Tribunale di Bergamo riconosce effettivamente natura discriminatoria alla clausola risolutiva espressa inserita nei contratti di lavoro del personale, ai sensi dell’interpretazione della Dir. 2000/78/CE e del d.lgs. n. 216/03 di trasposizione della stessa, poiché lesiva del principio di parità di trattamento, relativamente alle condizioni di accesso al lavoro e all’occupazione. Secondo il ragionamento del Tribunale, la presenza di questa clausola nel contratto di lavoro, unita ad un comprovato atteggiamento ostativo da parte dell’azienda rispetto alla possibilità di porre in essere qualsiasi azione collettiva, dissuaderebbe molti soggetti, apertamente aderenti al sindacato, dal presentare le proprie candidature alla società, limitando così le condizioni di accesso all’occupazione e al lavoro. L’ordinanza richiama, inoltre, ad adiuvandum, l’interpretazione della giurisprudenza europea sul punto, nonché l’art.11 della CEDU che garantisce espressamente il diritto di partecipare alla costituzione di sindacati e di aderire ad essi per la difesa dei propri interessi.

La giudice bergamasca, tuttavia, non ordina la cancellazione della clausola risolutiva in questione, applicando il criterio di collegamento generale previsto dall’art 3 del reg. U.E. 593/2008/UE corrispondente al principio della libera scelta delle parti.

Sostiene che la nullità della clausola potrebbe dichiararsi direttamente soltanto laddove al rapporto di lavoro venisse applicata la legge italiana, altrimenti andrebbe effettuata una valutazione alla stregua del diritto cui le parti hanno eventualmente scelto di sottoporre il contratto. Dato che le parti non hanno prodotto alcuna copia del contratto, non risulta possibile verificare se le stesse abbiano voluto aderire espressamente alle norme di un diritto nazionale piuttosto che di un altro.

Pertanto, oltre all’adeguata pubblicazione del provvedimento, l’unica tutela azionabile è il risarcimento del danno che, come previsto dalle direttive europee in materia di discriminazione, ha valenza sanzionatoria.

Ad ogni modo, a fronte dei recenti provvedimenti giudiziari e della rilevanza mediatica che ha avuto il caso in esame, la Ryanair dovrà necessariamente iniziare a cedere al riconoscimento del principio di libertà sindacale, a meno di non voler rischiare di ghiacciarsi per prima.

Francesca Coppola, dottoranda di ricerca presso l’Università degli Studi di Siena

Visualizza il documento: T. Bergamo, 30 marzo 2018, n. 1586

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