Obbligo di repêchage per mansioni inferiori: sussiste solo limitatamente a quelle rientranti nel bagaglio professionale del lavoratore licenziando.

di S. Renzi -

Con la sentenza n. 31521 del 3 dicembre 2019 la Cassazione si è occupata di meglio definire il perimetro applicativo del c.d. obbligo di repêchage nell’ambito dei licenziamenti per giustificato motivo oggettivo.

Il caso in esame prende le mosse dal ricorso proposto dal lavoratore C.S., già assunto come quadro dalla società datrice di lavoro F.G., avverso il licenziamento irrogatogli per giustificato motivo oggettivo consistente nella soppressione del posto di lavoro. Il Tribunale di Parma, in accoglimento delle pretese del C.S., giudicava non fondato il recesso; conseguentemente, dichiarava risolto il rapporto di lavoro e condannava la società al pagamento di un’indennità risarcitoria pari a 14 mensilità di retribuzione. Di altro avviso, la Corte d’Appello di Bologna, investita del gravame, stabiliva la legittimità del licenziamento e, con riferimento all’obbligo di repêchage, riteneva che non fosse possibile una diversa collocazione del lavoratore in mansioni equivalenti o inferiori, tenuto conto sia delle esigenze organizzative dell’impresa sia della compatibilità di eventuali altre mansioni, anche meno qualificate, con il bagaglio professionale del C.S.

Il dipendente proponeva, dunque, ricorso per cassazione, lamentando violazione falsa applicazione degli artt. 3 e 5, l. n. 604/1966 e degli artt. 2103, 1175, 1375 e 2697 c.c., per avere la Corte territoriale ritenuto assolto l’obbligo di repêchage, benché al lavoratore non fossero state offerte posizioni di lavoro relative a mansioni equivalenti o inferiori.

La pronuncia della S.C. si inserisce nel solco del più recente indirizzo ermeneutico (cfr., ex multis, Cass., 13 agosto 2008, n. 21579, in RIDL, III, 664, con nota di Varva; Cass., 8 marzo 2016, n. 4509, in DeJure; Cass., 11 novembre 2019, n. 29099, in DeJure), secondo cui l’obbligo di repêchage, con riferimento a mansioni di rango inferiore, non ha una portata assoluta, ma risulta limitato dalla compatibilità delle eventuali posizioni di lavoro disponibili con il bagaglio professionale del licenziando. In ossequio a tale orientamento, la sentenza in esame precisa alcune caratteristiche dell’iter, in parte di genesi giurisprudenziale, che il datore di lavoro è onerato di osservare al fine di poter disporre un valido licenziamento per g.m.o. Viene ricordato dalla Cassazione che il recesso si atteggia quale extrema ratio cui ricorrere per far fronte all’esigenza di riorganizzare l’organigramma aziendale a causa della soppressione di un posto di lavoro, dovendosi prima procedere a un tentativo di ricollocazione del lavoratore interessato in altre mansioni, possibilmente equivalenti o anche inferiori. Con riferimento alle mansioni di rango equivalente, la sentenza in esame afferma che l’obbligo di effettuare un tentativo di repêchage sia “pacifico”. E tale considerazione appare condivisibile. Differentemente, l’obbligo di verificare una possibilità di reimpiego in mansioni inferiori è limitato dal bagaglio professionale del lavoratore. Su tale presupposto, la S.C. respinge la lettura proposta dal ricorrente, il quale pretendeva che il licenziamento fosse dichiarato illegittimo poiché la società datrice non aveva esperito il tentativo di ricollocazione con riferimento a tutte le mansioni inferiori dell’organigramma aziendale. La proposta di demansionamento, infatti, deve essere rivolta al lavoratore solo se nell’impresa sussistono posizioni lavorative aventi mansioni alle quali il licenziando possa essere impiegato, tenuto conto della attinenza con il bagaglio professionale precedentemente acquisito. Nel caso in cui, invece, tali mansioni non esistano – e purché sia possibile fornire idonea prova in tal senso – il datore di lavoro è dispensato dall’obbligo di prospettare un reimpiego al dipendente.

All’esito degli svolgimenti argomentativi appena descritti e precisate le caratteristiche del c.d. obbligo di repêchage in mansioni inferiori, la Cassazione ha respinto il ricorso del lavoratore, ritenendo che nell’istruttoria svoltasi nelle fasi di merito la società datrice avesse adeguatamente provato l’impossibilità di adibire il C.S. a mansioni, anche meno qualificate, che fossero compatibili con il relativo profilo professionale.

Samuele Renzi, dottorando nell’Università degli Studi di Siena

Visualizza il documento: Cass., 3 dicembre 2019, n. 31521

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