È nullo o inefficace il licenziamento intimato in pendenza di comporto?

di R. Galardi -

Si prospetta le rimessione alle Sezioni unite della questione del regime del licenziamento per superamento del periodo di comporto intimato, però, prima del compimento del periodo stesso.

Nella vicenda concreta il datore aveva erroneamente intimato il licenziamento 20 giorni prima della reale scadenza del periodo di comporto (24 mesi in un arco temporale di 48 mesi).

Sia in primo grado che in appello la domanda del lavoratore di impugnativa del licenziamento era stata in definitiva rigettata pur avendo i giudici di merito fatto decorrere il licenziamento dalla data reale di superamento del periodo di comporto.

In altri termini, i giudici di merito avevano ritenuto il licenziamento intimato prima della scadenza del periodo di comporto temporaneamente inefficace fino al venir meno della situazione ostativa.

Nell’ordinanza in commento invece la Sezione lavoro dà atto della sussistenza di un contrasto giurisprudenziale sul tema.

Da un lato vi è, infatti, un orientamento che in caso di licenziamento intimato in pendenza di comporto distingue il recesso determinato dallo stato di malattia (e quindi in contrasto con il divieto legale o fondato anche su un banale errore di calcolo della maturazione del comporto), ritenuto nullo per contrasto con la norma imperativa di cui all’art. 2110, comma 2°, c.c. (v. ad es., Cass., 18 novembre 2014, n. 24525) dal recesso fondato su un presupposto diverso dalla malattia (giustificato motivo). Nel secondo caso il licenziamento per giustificato motivo viene ritenuto valido ma temporaneamente inefficace fino al venir meno dello stato morbile (v. ad es., Cass., 10 ottobre 2013, n. 23063).

Dall’altro, invece, vi è un orientamento giurisprudenziale meno ortodosso che considera unitariamente le due cennate ipotesi di licenziamento intimato prima della scadenza del comporto trattandole come ipotesi di recesso temporaneamente inefficace (Cass., 4 luglio 2001, n. 9037).

Tale secondo orientamento desta non poche perplessità. Ci pare che sia estremamente difficile accomunare il trattamento (temporanea inefficacia) di due ipotesi di recesso profondamente diverse: in un caso (giustificato motivo) si tratta di un licenziamento valido, nell’altro (licenziamento determinato dallo stato di malattia) di un recesso espressamente vietato dall’ordinamento (art. 2110, comma 2°, c.c.).

Si auspica quindi un intervento risolutivo delle Sezioni unite.

Raffaele Galardi, ricercatore nell’Università di Pisa

Visualizza il documento: Cass., 19 ottobre 2017, n. 24766

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