Nei licenziamenti collettivi si può estromettere anche la lavoratrice madre: nessun ostacolo per la Corte di Giustizia.

di S. D'Ascola -

Si segnala all’attenzione dei lettori una recentissima pronuncia della Corte di Giustizia dedicata alla legittimità dell’inclusione di una lavoratrice gestante in una procedura di licenziamento collettivo.

Il caso è giunto a Lussemburgo da una Corte dalla Catalogna. Nell’ambito di una procedura di licenziamento collettivo, una lavoratrice riceveva la lettera di comunicazione del recesso e prontamente la impugnava, contestando la legittimità della sua inclusione nel novero dei dipendenti da licenziare. Infatti, nonostante in sede sindacale si fosse raggiunto l’accordo e in base ai criteri di scelta ivi individuati (inerenti in primis al tasso di produttività dei lavoratori) la ricorrente facesse parte del gruppo di lavoratori in eccedenza, si trovava in gravidanza e riteneva dunque di beneficiare del divieto di licenziamento che protegge la lavoratrice madre. La Direttiva 1992/85, infatti, vieta il licenziamento delle lavoratrici madri, alla cui protezione è espressamente dedicata.

Le legislazioni nazionali degli Stati membri, di conseguenza, considerano di norma nullo il licenziamento intimato durante la gravidanza e nei primi mesi di vita del bambino (con periodizzazioni variabili).

La Corte, tuttavia, con l’odierna pronuncia precisa che il divieto posto dalla direttiva deve interpretarsi come non operante se l’atto di recesso è fondato su motivi non connessi allo stato soggettivo della lavoratrice, bensì oggettivi e attinenti alle necessità imprenditoriali.

Più nel dettaglio, va evidenziato che l’art. 10 della direttiva vieta il licenziamento, con alcune eccezioni, che si riconducono al seguente passaggio dell’art. 10: «tranne nei casi eccezionali non connessi al loro stato ammessi dalle legislazioni e/o prassi nazionali e, se del caso, a condizione che l’autorità competente abbia dato il suo accordo». Come si vede, si tratta di una causa di giustificazione dal contenuto piuttosto ampio e generico.

Con la sentenza in commento, la Corte ha fornito un’interpretazione più specifica sul contenuto da dare a tale causa di giustificazione, senz’altro nella direzione di un arretramento della soglia di tutela.

Tuttavia bisogna tenere presente che sono le singole legislazioni nazionali ad essersi incaricate di recepire le disposizioni europee, prevedendo – volta a volta – cause di giustificazione più specifiche, anche più restrittive di quanto emerge dal testo dell’art. 10 e ora dalla sentenza della Corte.

Ad esempio, volgendo lo sguardo all’Italia, va ricordato che le norme domestiche prevedono nel nostro paese una soglia di tutela più avanzata rispetto a quella fatta propria dalla direttiva e oggi interpretata dalla Corte in senso piuttosto restrittivo: l’art. 54 d.lgs. n. 151/2001, infatti, rende impraticabile il licenziamento della lavoratrice madre, anche in caso di licenziamenti collettivi, a meno che:

a) vi sia «colpa grave da parte della lavoratrice, costituente giusta causa per la risoluzione del rapporto di lavoro» (la Cassazione ha ricordato di recente che la colpa grave richiede una violazione più intensa della mera giusta causa: Cass., 26 gennaio 2017, n. 2004);

b) vi sia «cessazione dell’attività dell’azienda cui essa è addetta»;

c) vi sia «ultimazione della prestazione per la quale la lavoratrice è stata assunta» o «risoluzione del rapporto di lavoro per la scadenza del termine»;

d) vi sia «esito negativo della prova».

Pertanto, un caso come quello spagnolo ragionevolmente non avrebbe potuto presentarsi nel nostro ordinamento. Tuttavia lascia riflettere che la sentenza europea prenda una netta posizione, in senso regressivo, sul tema del rapporto tra legittima giustificazione dell’atto di esercizio del potere datoriale penalizzante per il lavoratore e appartenenza di quest’ultimo a una categoria protetta dalle norme antidiscriminatorie.

Simone D’Ascola, dottorando di ricerca nell’Università degli Studi di Verona

Visualizza il documento: C. giust., 22 febbraio 2018, C-103/16

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