L’incorporazione del contratto collettivo in quello individuale: un déjà vu?

di C. Zoli -

Nella pronuncia in commento, la Suprema Corte afferma che in caso di cancellazione dall’albo degli autotrasportatori e successivo mutamento del settore produttivo dal “trasporto” al “commercio”, il datore di lavoro non possa unilateralmente ritenere non più applicabile il precedente contratto collettivo al rapporto individuale. Di conseguenza, non potrebbe modificare così la retribuzione in conformità al diverso e meno vantaggioso contratto collettivo applicato nel nuovo settore di appartenenza dell’impresa. La Corte sottolinea che sarebbe viceversa corretta l’applicazione al rapporto individuale del contratto del trasporto, sia perché questa era l’attività svolta dal lavoratore al momento dell’assunzione, sia perché non vi era stata modifica del contratto collettivo tramite rinegoziazione con le maestranze. La Corte afferma altresì che, in conformità a Cass. n. 10349/2000 (Cass., 5 agosto 2000, n. 10349, in RGL, 2001, II, 456 ss, con nota di Terenzio), anche in caso di rinegoziazione del contratto aziendale, ritenere il nuovo contratto collettivo applicabile al rapporto di lavoro violerebbe il principio di favore contenuto nell’art. 2077 c.c., qualora la disciplina del nuovo contratto collettivo sia peggiorativa rispetto a quanto precedentemente pattuito con il lavoratore in conformità al precedente accordo collettivo.

La sentenza sembra smentire l’ormai compatto orientamento in base al quale il contratto collettivo applicabile, a prescindere dal livello contrattuale, sarebbe quello concluso posteriormente nel tempo (Cfr. Cass., 13 gennaio 1981, n. 300, Cass., 15 gennaio 1981, n. 349; Cass., 16 giugno 1981, n. 3920; Cass., 19 giugno 2001, n. 8296; Cass., 2 aprile 2001, n. 4839) o quello considerato “speciale” rispetto alla disciplina del rapporto (Cass. , 12 luglio 1986, n. 4517), anche se peggiorativi rispetto al precedente, con impossibilità di applicare sia il principio di favor contenuto nell’art. 2077 c.c. che la regola dell’annullabilità delle rinunce e transazioni ex art. 2113 c.c.

La S.C. sembra attribuire rilievo all’attività svolta ai sensi dell’art. 2070 c.c., la cui applicazione alla contrattazione di diritto comune è stata in precedenza ritenuta illegittima per violazione del principio di libertà sindacale (Cass., sez. un., 26 marzo 1997, n. 2665; Cass., 29 luglio 2000, n. 10002). Tuttavia, il riferimento all’attività inizialmente svolta dal lavoratore e non a quella successiva dell’impresa potrebbe far ritenere che la Corte intendesse verificare la comune volontà delle parti di applicare la disciplina contenuta nel contratto collettivo del settore trasporto, più che ritenere dovuta l’applicazione del contratto collettivo relativo all’attività dell’impresa. Più problematico il passaggio in cui la Corte ritiene che il datore di lavoro non potrebbe modificare il trattamento economico e normativo dei dipendenti neanche negoziando un nuovo contratto collettivo. Il riferimento alla sentenza 10349/2000 (Cass., 5 agosto 2000, n. 10349, cit.) potrebbe essere improprio, laddove si consideri che in quella ipotesi la rinegoziazione aveva avuto luogo per lavoratori impiegati in un’area geografica diversa da quella del ricorrente.

Ad ogni modo, sembra che la Corte, nella pronuncia in esame, abbia ritenuto incorporati nel contratto individuale i trattamenti previsti dal contratto collettivo del trasporto e che solo un nuovo accordo individuale o un contratto più favorevole potrebbero sostituire le clausole del contratto di lavoro. In effetti, anche ritenere, come il S.C., che l’applicazione di un trattamento differente non possa conseguire alla tacita dissociazione dal contratto aziendale precedentemente applicato presuppone che la scelta relativa all’accordo collettivo applicabile sia considerata una componente del contratto individuale.

Carlo Zoli, professore ordinario nell’Università di Bologna

Visualizza il documento: Cass., 3 marzo 2016, n. 4231

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