Licenziamento della educatrice per presunti maltrattamenti su minori: non bastano le dichiarazioni dei genitori per fondare il provvedimento espulsivo.

di D. Bellini -

Si segnala una interessante sentenza del Tribunale di Ferrara, sez. lavoro (n. 161 del 30 dicembre 2019) che si è pronunciato su un licenziamento intimato ad una educatrice per presunti maltrattamenti su minori.

Nel caso di specie la lavoratrice, dipendente di un asilo nido, era stata accusata, nell’ambito di due diversi procedimenti disciplinari, di maltrattamenti nei confronti di due piccoli ospiti della struttura.

Gli addebiti – tuttavia – si fondavano soltanto sulle dichiarazioni dei genitori, che a seguito di alcuni comportamenti sospetti avevano chiesto direttamente ai piccoli di riferire circa l’esistenza di maltrattamenti (con risposte positive).

Ciò – però – senza alcuna mediazione di uno specialista.

Le dichiarazioni dei bambini avevano poi innescato un fenomeno di reciproca suggestione tra i genitori, che avevano cercato di far luce sulla questione attraverso un gruppo whatsapp. In questo canale, ciascun genitore riferiva dei malesseri manifestati dal proprio figlio, e li riconduceva al sospetto di maltrattamenti.

La segnalazione alla responsabile della struttura non era coltivata da alcuna indagine con modalità occulte (telecamere nascoste). Seguiva, dopo poco tempo, il ritiro dei piccoli dalla struttura e il licenziamento della lavoratrice.

Il Giudice, nel decidere il caso di specie e nel dichiarare l’illegittimità del licenziamento per «l’assenza di riscontri obiettivi», affronta alcuni temi che si rivelano interessanti perché di carattere interdisciplinare e non frequentemente trattati nell’ambito del rito del lavoro.

Si parte dalla idoneità delle dichiarazioni raccolte dai genitori a costituire una prova valida a fondare la legittimità del licenziamento.

Il tema, inevitabilmente, si interseca con le modalità di assunzione di informazioni da un minore e sulla necessità di passare attraverso il filtro di uno specialista (i bimbi avevano meno di due anni).

Il Giudice di prime cure richiama quindi:

  • l’importanza in fattispecie simili dell’utilizzo della Carta di Noto, contenente linee guida per l’indagine e l’esame psicologico del minore vittima di abuso. L’utilizzo di questo protocollo si rende necessario «per la migliore e più corretta … raccolta delle … dichiarazioni sotto il profilo della genuinità» e per la contemporanea «necessaria protezione psicologica» (strada non percorsa nel caso di specie – sul tema si v. “Il testimone vulnerabile tra esigenze di protezione “dal” processo e diritto alla prova”; in Diritto Penale e Processo, n. 1, 1, 2020)
  • di riflesso, la mancata considerazione della psicologia infantile, e il fatto che ai bambini erano state poste domande dirette e probabilmente pressanti. Lo psicologo dell’infanzia, ascoltato nel corso del processo, ha sottolineato che «il bambino tende a raccontare le cose nel modo in cui può incontrare più facilmente le aspettative dell’adulto» e che «enfatizzare ulteriormente la cosa con il bambino con domande frequenti, dirette, sarebbe … più di stress che di aiuto». Il consulente, orientando inevitabilmente il Giudice nel senso dello scarso valore del materiale probatorio in atti, conclude affermando che «stressando un bambino con tante domande si tende ad avere una sorta di desiderabilità sociale dove il bambino ti dice … quello che tu vuoi sentirti dire»;
  • il ruolo di “catalizzatore suggestivo” svolto dal canale Whatsapp, dove ognuno aveva riportato proprie problematiche, con inevitabile (e comprensibile) effetto moltiplicatore sul piano dell’allarme (e coinvolgimento anche di altri genitori che decidevano l’allontanamento dei figli dalla struttura, con impossibilità di svolgere ogni tipo di indagine).

Whatsapp e il canale social confermano quindi – ancora una volta – un rilievo sempre maggiore nelle cause di licenziamento.

Pesa in ogni caso, nel caso di specie, ai fini dell’assolvimento dell’onere della prova –determinante nella decisione – il mancato reperimento di materiale probatorio secondo modalità occulte, mai attivate né in seguito all’intervento della magistratura, né in ogni caso in via difensiva.

Le uniche, forse, che avrebbero potuto chiarire in maniera univoca la realtà dei fatti.

Danilo Bellini, avvocato in Carrara

Visualizza il documento: Trib. Ferrara, 30 dicembre 2019, n. 161

Scarica il commento in PDF