I licenziamenti collettivi nel Jobs Act investiti da una doppia questione pregiudiziale, comunitaria e costituzionale.

di M. Turrin -

Si segnalano due recenti ordinanze di rimessione della Corte d’Appello di Napoli con le quali il giudice di seconde cure ha sollevato altrettante questioni pregiudiziali – l’una comunitaria, l’altra costituzionale – riguardanti le disposizioni in tema di licenziamenti collettivi contenute nel Jobs Act (App. Napoli, ordd. 18 settembre 2019). Si tratta quindi di un’ipotesi di “doppia pregiudizialità”, avendo il giudice partenopeo sottoposto il regime di tutele introdotto dal d.lgs. 4 marzo 2015, n. 23 per i soli lavoratori assunti a far data dal 7 marzo 2015 nelle ipotesi di licenziamento collettivo illegittimo per violazione dei criteri di scelta al duplice vaglio della Corte di giustizia dell’Unione europea e della Corte costituzionale.

Cominciando dall’ordinanza di rimessione ex art. 267 TFUE, può dirsi innanzitutto che la Corte d’Appello ha sottoposto alla Corte di giustizia quattro diverse questioni interpretative. Meritano di essere richiamate almeno la seconda e la quarta questione, premettendo che, poiché le Istituzioni comunitarie hanno adottato un atto di diritto derivato in tema di licenziamenti collettivi, quest’ultima materia – a differenza di quella dei licenziamenti individuali – rientra nel cosiddetto cono d’ombra del diritto dell’Unione, sicché deve ritenersi applicabile l’art. 30 della Carta di Nizza.

Con la seconda questione, infatti, il giudice di merito ha chiesto alla Corte di giustizia «se, al fine di definire il livello di tutela imposto dall’ordinamento dell’Unione in caso di licenziamento collettivo illegittimo, l’art. 30 della CDFUE debba essere interpretato considerando il significato materiale dell’art. 24 della Carta Sociale europea revisionata richiamata nelle Spiegazioni, così come risultante dalla decisioni del Comitato Europeo dei dei Diritti Sociali, e, di conseguenza, se il diritto dell’Unione osti ad una normativa nazionale […] che, nell’escludere una misura reintegratoria nel posto di lavoro, limiti la tutela ad un rimedio meramente indennitario caratterizzato da un plafond parametrato al criterio prioritario dell’anzianità lavorativa e non al ristoro del danno effettivamente subito dal lavoratore».

Con la quarta e ultima questione, invece, il giudice del capoluogo campano ha posto una questione simile a quella già sollevata in tempi recenti anche dal Tribunale di Milano (Trib. Milano, ord. 5 agosto 2019, in LG, 2019, 11, 1011, con nota di  De Michele). Infatti, la Corte d’Appello di Napoli ha chiesto alla Corte di giustizia «se gli articoli 20, 21, 34 e 47 della CDFUE ostino all’introduzione di una normativa […] da parte di uno Stato membro, attuativa della direttiva 98/59/CE, che preveda, per i soli lavoratori assunti dopo il 7 marzo 2015 coinvolti nella medesima procedura, un sistema sanzionatorio che esclude, diversamente da quanto assicurato agli altri lavoratori sottoposti alla medesima procedura ma assunti in data antecedente, la reintegra nel posto di lavoro e, comunque, il ristoro delle conseguenze del redditto e della copertura previdenziale, riconoscendo esclusivamente un indennizzo caratterizzato da un importo determinato in via prioritaria sul parametro dell’anzianità lavorativa differenziando, quindi, sulla base della data di assunzione, la sanzione in modo da generare una diversità di livelli di tutela basati sull’anzianità lavorativa [..] e, quindi, indirettamente [su]ll’età del lavoratore» (sul punto v. già Turrin, Disparità di trattamento, «fluire del tempo» e licenziamenti collettivi, in Giustiziavicile.com, 2019, 6). Merita peraltro di essere segnalato come, nel descrivere le differenze sussistenti tra i due diversi regimi sanzionatori, il giudice territoriale, oltre alle differenze sostanziali (tutela reintegratoria contro tutela indennitaria), si sia soffermato – tanto nell’ordinanza di rimessione alla Corte di giustizia, quanto in quella di rimessione al Giudice delle Leggi – anche sui differenti regimi processuali a disposizione dei due gruppi di lavoratori, nonché sul diverso tipo di retribuzione da prendere a parametro per il calcolo dell’indennità risarcitoria ed, infine, sul fatto che la piena tutela della posizione previdenziale sia assicurata ai soli lavoratori rientranti nel campo d’applicazione dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori.

Venendo ad occuparci dell’ordinanza di rimessione alla Corte costituzionale, deve osservarsi innanzitutto come le diverse questioni sollevate dal giudice remittente siano state precedute da un’interessante premessa circa l’ipotesi di “doppia pregiudizialità” che si è venuta a creare nel caso di specie, con tanto di richiamo alla più recente giurisprudenza delle Alti Corti in materia, sì da giustificare – di fronte alla Corte costituzionale – la scelta di sollevare un’autonoma e distinta questione pregiudiziale innanzi alla Corte di giustizia (punti 14-30 dell’ordinanza di rimessione). Ciò detto, non resta che esaminare il contenuto delle tre differenti questioni interpretative sollevate dal giudice di merito.

La prima questione posta alla Corte costituzionale è sostanzialmente analoga alla quarta e ultima questione già posta nell’ordinanza di rimessione alla Corte di giustizia ed è quindi incentrata sulla irragionevole compresenza di due differenti regimi sanzionatori applicabili in caso di violazione dei criteri di scelta nell’ambito di una medesima procedura di licenziamento collettivo. Più precisamente, la Corte d’Appello ha sottoposto al vaglio della Corte costituzionale l’art. 1, c. 7, legge 10 dicembre 2014, n. 183, nonché gli artt. 2, c. 2, e 10 del d.lgs. n. 23/2015, disposizioni che, ad opinione del giudice di merito, violerebbero il dettato di alcuni parametri costituzionali, ovvero gli artt. 3, 4, 24, 35, 38, 41 e 111 Cost. Da segnalare l’argomentazione del giudice partenopeo, secondo il quale il ragionamento seguito da C. cost., 8 novembre 2018, n. 194 (in GI, 2018, 12, 2710, con nota di di Romeo) e che ha fatto salva la compresenza di due diversi regimi sanzionatori in materia di licenziamenti individuali, tutto incentrato sulla logica del fluire del tempo, non sarebbe trasportabile sic et simpliciter nell’ambito dei licenziamenti collettivi (punti 46-49 dell’ordinanza di rimessione).

Con la seconda questione, sostanzialmente analoga alla prima, il giudice di merito ha chiesto al Giudice delle Leggi di vagliare la legittimità costituzionale dell’art. 10 del d.lgs. n. 23/2015 con riferimento agli artt. 3, 10, 35, c. 2, e 117, c. 1, Cost., quest’ultimo – assieme all’art. 10 Cost. – richiamato in quanto norma interposta che consente a sua volta di richiamare quale parametri interposti la dir. 98/59/CE, l’art. 24 della Carta Sociale Europea, nonché gli artt. 20, 21, 30 e 47 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea.

Infine, con l’ultima domanda, il giudice di seconde cure ha prospettato un vizio di eccesso di delega ed ha pertanto chiesto alla Corte costituzionale di vagliare la legittimità dell’art. del 10 d.lgs. n. 23/2015 «con riferimento agli articoli 3, 4, 35, 76, 117, c. 1, Cost., nella parte in cui ha introdotto in assenza di una specifica attribuzione normativa e comunque in violazione dei principi e dei criteri direttivi della legge delega, una disciplina sanzionatoria per i licenziamenti collettivi», i quali – a detta del giudice remittente – non potrebbero essere ricondotti alla nozione di  «licenziamenti economici» di cui all’art. 1, c. 7, lett. c), l. n. 183/2014, punto sul quale si registra un certo contrasto anche in dottrina (v., tanto per fare un esempio, Ballestrero, La riforma del lavoro: questioni di costituzionalità, in LD, 2015, 1, 39 e Topo, Le sanzioni per i licenziamenti collettivi secondo il Jobs Act, in Carinci, Cester (a cura di), Il licenziamento all’indomani del d.lgs. n. 23/2015, Adapt University Press, 2015, 193).

Non resta dunque che attendere il responso delle due Alti Corti, potendosi peraltro legittimamente attendere da parte del Giudice delle Leggi una risposta in parte diversa da quella fornita con C. cost., 8 novembre 2018, n. 194, cit. circa la ragionevolezza (e la compatibilità rispetto all’ordinamento “eurounitario”) della compresenza di due diversi regimi sanzionatori applicabili in caso di violazione dei criteri di scelta nell’ambito di una medesima procedura di riduzione del personale a seconda della data di assunzione dei lavoratori coinvolti.

Matteo Turrin, dottorando di ricerca presso l’Università degli Studi di Padova

Visualizza i documenti: App. Napoli, ord. 18 settembre 2019 (C. cost.)App. Napoli, ord. 18 settembre 2019 (C. giust.)

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