Le Sezioni Unite si pronunciano sulla legittimazione del singolo componente delle R.s.u. ad indire la assemblea retribuita.

di F. Notaro -

on la sentenza che si annota, le Sezioni Unite affermano la legittimazione del singolo componente della R.s.u. di indire l’assemblea sindacale retribuita. La rimessione all’Organo Supremo della Cassazione originava da un’ordinanza interlocutoria (pubblicata qui, con nota redazionale di Simone D’Ascola), con la quale la Sezione Lavoro richiamava quattro precedenti di legittimità (del 2002 n. 2855, del 2005 n. 1892, del 2009 n. 21909 e del 2014 n. 15437) ritenuti in contrasto fra loro e bisognosi quindi di una formale composizione nomofilattica.

Richiamati brevemente i precedenti giurisprudenziali e analizzati i contenuti degli articoli 19 e 20 dello statuto dei lavoratori nonché degli articoli 4 e 5 dell’accordo interconfederale del 1993, le Sezioni Unite concludono per la legittimazione in capo al singolo membro della R.s.u., affermando che: 1) centrali devono ritenersi i commi 4 e 5 dell’art. 4 dell’A.I. del 1993 che non consentono di ritenere la dissolvenza della singola r.s.a. nel collegio delle r.s.u., quando, rispettivamente, garantiscono a ciascuna di esse il mantenimento delle singole prerogative sindacali accordategli dalla legge e affermano il diritto dell’organizzazione sindacale esterna di indire anche singolarmente l’assemblea; 2) il successivo art. 5 A.I. (secondo cui le r.s.u. subentrano nelle funzioni e nei poteri delle r.s.a.) deve essere letto alla luce della legittimazione della singola o.s. di chiedere l’assemblea sindacale retribuita, perché, altrimenti ne conseguirebbe un arretramento nelle prerogative che la legge accorda, anche singolarmente, alla r.s.a. e ciò costituirebbe un oggettivo disincentivo a costituire le r.s.u. Il percorso delle Sezioni Unite procede poi a ritroso, analizzando una serie di possibili obiezioni: in primis, non osta alla soluzione prospettata, la clausola di salvaguardia contenuta nell’accordo interconfederale (secondo cui con la partecipazione al procedimento di costituzione delle r.s.u. l’o.s. rinuncia alle costituzione di r.s.a.), la cui previsione, al contrario, non può che presupporre l’attribuzione anche al singolo componente r.s.u. della stessa prerogativa minima che la legge accordava alla (singola) r.s.a. Né può condurre a conclusioni diverse il comma 5 dell’art. 4 A.I., quando attribuisce letteralmente alle oo.ss. esterne il potere di chiedere, singolarmente, l’assemblea retribuita per tre ore annue: infatti – sostiene il Supremo Collegio – tali organizzazioni esterne non possono coincidere né con le oo.ss. non firmatarie dell’accordo interconfederale (il quale può regolamentare solo i diritti delle parti stipulanti e non quelli dei terzi) né con quelle firmatarie dell’accordo interconfederale ma i cui candidati non siano stai eletti nell’ambito della r.s.u. (visto che la norma regolamenta il passaggio dalle r.s.a. alle r.s.u. e quindi non può riferirsi a soggetti esterni non compresi nel collegio rappresentativo dei lavoratori emerso dalle elezioni). Nemmeno osterebbe la considerazione per cui la r.s.u. decide secondo il principio collegiale maggioritario, che opera solo per l’assunzione delle decisioni e non nella fase di preliminare confronto in assemblea. Infine non è argomento contrario – secondo le SS.UU. – nemmeno il nuovo T.u. sulla rappresentanza sottoscritto fra Confindustria e Cgil Cisl Uil nel 2014 perché la esplicitazione, per la prima volta ivi contenuta, del principio per cui le r.s.u. decidono a maggioranza (e quindi collegialmente), non esclude l’attribuzione al singolo componente di quelle che definisce ulteriori “limitate prerogative”, da esercitarsi in momenti diversi da quello deliberativo.

La sentenza, che si segnala per la dovizia e completezza dell’analisi, sollecita alcune riflessioni sia per la lettura data dei precedenti giurisprudenziali, sia per due affermazioni, in particolare, che appaiono, nella struttura motivazionale, ad un tempo centrali e significative.

Innanzi tutto, è curioso che nel 2014, appena prima che l’ordinanza di rimessione chiamasse in causa le Sezioni Unite, la stessa Sezione Lavoro aveva appena finito di affermare «non ravvisa[rsi] le condizioni per la rimessione della questione alle Sezioni Unite, in quanto l’orientamento stesso [che riconosce la legittimazione ad indire l’assemblea anche in capo al singolo componente delle r.s.u.] può dirsi oramai consolidato…….e, d’altra parte, esso trova ulteriore conferma nella lettura “costituzionalmente orientata” delle norme di riferimento derivante dalla recente sentenza della Corte Costituzionale n. 231 del 2013» (Cass. 7 luglio 2014, n. 15437, in GCM, 2014; per esteso in banca dati De Jure). Tali condizioni sono state ravvisate invece oggi, quando all’indirizzo definito già allora come consolidato, la pronuncia del 2014 di cui sopra e Cass., 31 luglio 2014, n. 17458 (in GD, 2014, 38, 36, s.m.) avevano dato ulteriore continuità.

Merita poi una precisazione la lettura data dalle Sezioni Unite al precedente contrario costituito da Cass. n. 2855 del 2002 (la si veda in RIDL, 2002, II, 504 con nota di Ferrante, in D&L, 2002, 313; FI 2002, I,1356, NGL 2002, 273): tale precedente sarebbe non decisivo, perché -si legge- «ricava il diniego del diritto della singola organizzazione (SLAI COBAS, in quel caso) di indire l’assemblea dal non essere tale sindacato firmatario di contratto alcuno applicato in azienda………» e quindi «pur affermando la natura collegiale delle r.s.u. previste dal cit. accordo interconfederale 20.12.1993, in realtà sfiora, ma non affronta direttamente il tema che si dibatte in questa sede». Ma, se è vero che tale sentenza si sofferma in prima battuta sulla questione del sindacato non stipulante gli accordi, tutta la seconda parte della motivazione è incentrata invece sull’interpretazione degli articoli 4 e 5 dell’accordo interconfederale del ’93 e sui motivi per cui il diritto di indire l’assemblea dovesse quindi riconoscersi in capo al solo collegio. Si aggiunga poi che anche gli ulteriori precedenti giurisprudenziali richiamati dalle ss.uu. originavano da ricorsi proposti da sindacati autonomi, non firmatari degli accordi interconfederali, senza che ciò impedisse alla Cassazione di affermare l’interpretazione sostenuta dal sindacato ricorrente, pur non firmatario, ovvero alle Sezioni Unite di affermarne, oggi, la maggiore pertinenza alla soluzione della questione.

Infine le Sezioni Unite (così come l’ordinanza di rimessione, che però la indica – si ritiene erroneamente – come n. 2909) richiamano, tra i precedenti, anche Cass., 15 ottobre 2009, n. 21909 (in DRI, 2009, 4, 1036 con nota di Facello), la quale però sembra a chi scrive essersi occupata di questioni diverse, e cioè se il monte delle 10 ore retribuite dovesse intendersi di fruizione collettiva (quindi del sindacato) o individuale (e quindi del lavoratore) e se il plafond delle 3 ore riservato alle oo.ss. esterne dagli accordi interconfederali dovesse riferirsi a ciascuna o a tutte le organizzazioni sindacali stipulanti.

Quanto al contenuto della motivazione, due appaiono a chi scrive le argomentazioni di maggiore interesse. La prima attiene alla ritenuta centralità, ai fini della decisione, del contenuto del comma 5 dell’art. 4 dell’Accordo Interconfederale scrutinato, quello cioè che accorda, per tre ore l’anno, il diritto di convocare assemblee anche singolarmente, alle organizzazioni sindacali esterne. Qui le Sezioni Unite danno un’interpretazione della norma che opera scientemente la trasmigrazione sul singolo componente della r.s.u., di un diritto dalla disposizione collettiva letteralmente accordato all’o.s. esterna. Dico scientemente, perché le SS.UU. affermano anche il motivo per cui la disposizione collettiva non possa riferirsi alle oo.ss. esterne non stipulanti l’accordo interconfederale ovvero a quelle stipulanti l’accordo interconfederale ma non rappresentate nella compagine delle R.s.u. Curiosamente, però, le Sezioni Unite non si preoccupano dell’ipotesi, ancora diversa, in cui la clausola si riferisca alla possibile legittimazione dell’organizzazione sindacale esterna invece per così dire “rappresentata” nel collegio da un membro eletto nelle proprie liste, posto che tale membro, in quanto eletto nella lista di un sindacato esterno, non è necessariamente organico a tale ultima organizzazione sindacale, a meno che non sia contemporaneamente presente negli organi statutari di quest’ultima. In sostanza, pare a chi scrive, una cosa è la richiesta proveniente dalla segreteria sindacale esterna, un’altra quella che proviene da un membro dell’R.s.u., che, anche se candidato dalla medesima organizzazione sindacale, resta pur sempre, una volta eletto, il membro di un organismo distinto dalle oo.ss. esterne. Ed allora, non è possibile che le parti stipulanti l’A.i., convinti dell’alterità delle r.s.u. rispetto alle oo.ss. e, d’altra parte, del fatto che la unitarietà del nuovo organismo rappresentativo che andavano a regolamentare, avrebbe potuto comportare un arretramento della posizione della singola o.s. (invece libera, nel caso dell’r.s.a., di indire attraverso quest’ultima anche singolarmente l’assemblea senza doversi coordinare con le altre oo.ss.), abbiano proprio per questo voluto devolvere una parte delle 10 ore alle oo.ss. esterne, quale unica soluzione possibile per tutelarne la posizione di dissenso minoritario all’interno del collegio delle R.s.u.? Non è possibile cioè che proprio tale riserva di tre delle dieci ore, fosse una sorta di via di fuga per la singola o.s. dissenziente dall’unitarietà del collegio?

L’altra affermazione che mi pare significativa è quella con cui le SS.UU. si sforzano di contemperare la legittimazione in capo al singolo membro di indire l’assemblea con la natura di R.s.u. come organismo a funzionamento collegiale. Qui l’argomento sembra innovativo perché i precedenti giurisprudenziali che avevano riconosciuto in capo al singolo membro la legittimazione in questione, semplicemente affermavano, ancora nel 2014, che in alcuna parte degli accordi interconfederali «non è predicata la natura di organismi a funzionamento collegiale» delle r.s.u.  (così si esprimevano sia Cass., n. 1 febbraio 2005, n. 1892, sia Cass., 7 luglio 2014, n. 15437, cit.). Oggi invece le Sezioni Unite correggono il tiro dando atto che, sì, il funzionamento delle r.s.u. segue un principio di maggioranza (e quindi di collegialità) nell’esercizio delle funzioni, ma anche che «ben possono un organismo elettivo come la r.s.u. e il principio di maggioranza convivere con limitate prerogative di singole componenti dell’organismo medesimo», perché «il principio di maggioranza è sicuramente proprio di quello democratico nel momento decisionale, ma è estraneo al momento del mero esercizio di diritti che non importino decisioni vincolanti nei confronti di altri». Sembra cioè che la Cassazione abbia voluto attualizzare gli argomenti al nuovo accordo interconfederale del 2014, il quale ultimo, a differenza del progenitore del 1993, ha espressamente positivizzato il principio secondo cui le r.s.u. assumono le decisioni a maggioranza (e quindi collegialmente): ed allora le SS.UU., introducono nel sistema il riferimento ad una categoria di funzioni (le «limitate prerogative», appunto) che, pur non coincidendo con le libertà ed i diritti di natura personale che letteralmente competevano già secondo l’accodo del 1993 anche al singolo componente, si sottrarrebbero ai criteri di formazione collegiale cui si informa l’assunzione delle decisioni, collocandosi prima ed al di fuori del processo decisionale strettamente inteso. In sostanza le SS.UU. si siano preoccupate, oltre che della decisione del caso concreto, anche e soprattutto della tenuta del principio affermato nel contesto dei nuovi accordi interconfederali del 2014.

Filippo Notaro, avvocato in Pisa

Visualizza il documento: Cass., sez. un., 6 giugno 2017, n. 13978

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