La richiesta di ferie del lavoratore in scadenza del comporto deve (quasi sempre) essere accolta, pena l’illegittimità del licenziamento

di D. Bellini -

Con una recente pronuncia il Supremo Collegio è tornato ad affrontare il tema della richiesta di ferie avanzata dal lavoratore – nell’imminenza della scadenza del comporto – per evitare il licenziamento.

Il caso concreto

Nel caso esaminato la lavoratrice, già reintegrata sul suo posto di lavoro, al rientro veniva collocata presso una sede più lontana e con mansioni ritenute deteriori. Ne derivava un peggioramento del suo stato di salute e una lunga assenza per malattia (9.11.2015), sino quasi all’esaurimento del periodo del comporto. Al fine di evitare il suo superamento, la lavoratrice chiedeva (in data 6.11.2015) un periodo di ferie di venti giorni. La società accoglieva la richiesta per un solo giorno (11.11.2015), confermando il trasferimento, cui la lavoratrice si opponeva comunicando certificazione sanitaria. La società contestava le assenze ingiustificate per i giorni 20, 23, 24, 25, 26 novembre 2015 e licenziava la lavoratrice per giusta causa. Il licenziamento veniva ritenuto legittimo dai giudici del merito. La lavoratrice proponeva ricorso in Cassazione.

Le motivazioni

Anche se il titolo del licenziamento era dato dalla giusta causa per assenza ingiustificata – aspetto quasi totalmente obliterato nelle motivazioni – il Supremo Collegio accoglie il ricorso valorizzando la mancata concessione delle ferie da parte della società, ritenuta illegittima anche perché non connotata da specifiche ragioni obiettive.

Nel farlo, la Suprema Corte dà continuità all’orientamento secondo cui “dovendo ritenersi prevalente l’interesse del lavoratore alla prosecuzione del rapporto, questi ha la facoltà di sostituire alla malattia la fruizione delle ferie … gravando quindi sul datore, cui è generalmente riservato il diritto di scelta del tempo delle ferie, dimostrare – ove sia stato investito di tale richiesta, di aver tenuto conto, nell’assumere la relativa decisione, del rilevante e fondamentale interesse del lavoratore ad evitare in tal modo la possibile perdita del posto di lavoro per scadenza del periodo di comporto”. Evidenzia quindi che in caso di rigetto della richiesta, pur “non sussistendo comunque un obbligo del datore di lavoro di accedere alla richiesta …. in ossequio alle clausole generali di correttezza e buona fede, è necessario tuttavia che le dedotte ragioni datoriali siano concrete ed effettive”.

Il ricorso viene quindi accolto.

La richiesta delle ferie alla scadenza del comporto in alcuni arresti della Corte di Cassazione

La pronuncia esaminata precisa che la collocazione temporale delle ferie spetta in linea di principio al datore di lavoro, e che la loro concessione non costituisce mai un obbligo per l’imprenditore

Ma giunge a conclusioni che non aderiscono perfettamente all’art. 2109 c.c., che prevede che le ferie sono fruite “nel tempo che l’imprenditore stabilisce”.

Per questa specifica fattispecie – ossia la richiesta di ferie finalizzata a sospendere il comporto ed evitare il licenziamento – la facoltà di scelta del tempo di fruizione da parte del datore è stata spesso intesa dal Supremo Collegio in maniera assai rigorosa, fino a risultare quasi del tutto compressa.

Con una implicita e sostanziale deroga all’art. 2109 c.c., per questa specifica ipotesi.

E’ stato quindi affermato, in maniera quasi perentoria, che “il periodo di comporto, ai fini dell’art. 2110 c.c. è interrotto dalla richiesta di godere del periodo feriale che il datore di lavoro deve concedere anche in costanza della malattia del lavoratore” (Cass., 30 marzo 1990 n. 2608). Non sembrano, nella pronuncia, ricavarsi margini di discrezionalità per il datore di lavoro, in conseguenza della richiesta di ferie, che parrebbe obbligato a concederle.

E’ stato altresì affermato, «in un’ottica di bilanciamento degli interessi contrapposti”, e “in ossequio alle clausole generali di buona fede e correttezza”, che le ragioni datoriali del rifiuto debbano essere “concrete ed effettive” (Cass., 17 aprile 2019, n. 10725, lasciando intravedere la ammissibilità di un sindacato di merito perlomeno in riferimento alla effettiva sussistenza delle ragioni – nello stesso senso Cass., 29 ottobre 2018, che ha dichiarato illegittimo il licenziamento intimato in seguito al rifiuto delle ferie, motivato da ragioni “vaghe ed inconsistenti”).

Peraltro, in presenza del diniego del datore, il lavoratore non sarebbe neppure tenuto a contestare la sussistenza delle esigenze aziendali, “gravando in seguito sul datore di lavoro l’onere di dimostrare di aver tenuto conto, nell’assumere la relativa decisione, del rilevante e fondamentale interesse del lavoratore ad evitare in tal modo la perdita del posto di lavoro per scadenza del periodo di comporto” (Cass., 7 giugno 2013 n. 1477).

In altre occasioni, invece, il Supremo Collegio ha provato a delineare i confini entro cui deve necessariamente esplicarsi la richiesta del lavoratore, consentendo in qualche modo la tenuta dell’art. 2109 c.c.

E’ stata quindi ribadita, in ogni caso, la necessità di una specifica richiesta del lavoratore, anche in presenza di una disposizione di servizio che invitava il personale a consumare tutte le ferie residue (Cass., 9 aprile 2003 n. 5521). Ciò anche alla luce della sentenza della Corte Costituzionale n. 616 del 1997 che, pur avendo affermato il principio di interruzione delle ferie in presenza di un evento morboso, non si era spinta sino ad enucleare un principio di convertibilità automatica della assenza per malattia in assenza per ferie (sul punto si v. anche Cass., 27 febbraio 2003, n. 3028 in RIDL, 2003, II, 805, con nota di Rossi, che sottolinea che anche le condizioni di confusione mentale in cui il lavoratore possa trovarsi per effetto della malattia non fanno venire meno la necessità di una espressa richiesta delle ferie, per evitare il superamento del comporto).

E’ stato poi – più recentemente – affermato che il lavoratore deve in prima battuta privilegiare l’utilizzo di altri strumenti contrattuali, come ad esempio l’aspettativa, e che la richiesta del lavoratore deve essere in ogni caso avanzata in epoca anteriore alla scadenza del comporto (Cass., 5 aprile 2017 n. 8834; Cass., 27 marzo 2020, n. 7566, nel caso esaminato la Suprema Corte ha confermato il licenziamento per giusta causa intimato alla ricorrente ritenuta responsabile di essersi collocata autonomamente in ferie alla scadenza del periodo di comporto, senza formulare alcuna richiesta di autorizzazione al datore di lavoro al fine del loro godimento).

Ne deriva un quadro in cui la concessione delle ferie – quando richieste con preavviso, e al solo scopo di evitare il superamento del comporto – sembra atteggiarsi come una scelta quasi obbligata.

Ciò anche alla luce della oggettiva difficoltà individuare delle ragioni organizzative concrete ed effettive, volte a sostenere l’impossibilità a rinunciare ad una risorsa che, di fatto, è sempre stata assente nei mesi antecedenti (con modulazione della organizzazione aziendale calibrata sulla assenza del lavoratore, più che sulla sua presenza). Nella compressione del potere del datore di lavoro di determinare il periodo di fruizione delle ferie pesa, ovviamente, la netta prevalenza dell’interesse al mantenimento del posto di lavoro, affermata in maniera costante dagli arresti prima descritti.

Danilo Bellini, avvocato nel foro di Carrara

Visualizza il documento: Cass., 14 settembre 2020, n. 19062

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