La reintegrazione ex art. 18, comma 7, è obbligo o facoltà? Parola alla Consulta.

di S. D'Ascola -

Il Tribunale di Ravenna – con l’ordinanza del 7 febbraio 2020 che qui si pubblica – chiede la pronuncia della Corte Costituzionale sull’art. 18, comma 7, dello Statuto (ovviamente in versione post 2012), laddove esso prevede che il giudice «possa» e non «debba» disporre la reintegrazione in caso di manifesta insussistenza del fatto posto a base del licenziamento per giustificato motivo oggettivo.

Il giudice del lavoro ravennate afferma che la norma produce una disparità di trattamento contraria al principio di uguaglianza poiché, nel diverso caso della tutela reintegratoria di cui al comma 4 (insussistenza del fatto posto a base della giusta causa o del g.m.s. o sua punibilità “contrattuale” con sanzione conservativa), non pare esservi la medesima facoltà per l’organo giudicante, che sembra tenuto a disporre la reintegrazione.

Il giudice remittente riscontra anche un possibile attrito con l’art. 41 Cost., poiché la norma consentirebbe al giudice di sostituirsi al datore nell’esercizio dei poteri imprenditoriali, decidendo lui se imporre la reintegrazione o confermare l’effetto estintivo del rapporto come conseguenza di un licenziamento (pur sempre illegittimo). L’ordinanza affronta infine alcuni profili processuali di possibile contrasto della disposizione incriminata con gli artt. 24 e 111 Cost.

Simone D’Ascola, assegnista di ricerca nell’Università di Pisa

Visualizza il documento: Trib. Ravenna, ordinanza 7 febbraio 2020

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