La Corte di cassazione non cambia idea: il diritto alla liquidazione del TFR è un «diritto futuro» e la sua rinuncia è «radicalmente nulla».

di G. Urbisaglia -

La sentenza del 28 maggio 2019, n. 14510, della Corte di Cassazione, ribadisce quanto in precedenza già espresso in merito alla rinuncia del TFR del lavoratore. Non discostandosi, infatti, dalle sue precedenti decisioni (Cass., n. 23087/2015, Cass., n. 4822/2005, Cass., n. 16826/2005), la Suprema Corte asserisce che il diritto alla liquidazione del TFR, nonostante l’avvenuto accantonamento delle somme, non può ritenersi ancora parte del patrimonio del lavoratore prima della cessazione del rapporto, sicché per il dipendente ancora in servizio costituisce un diritto futuro, la cui rinuncia è radicalmente nulla, per mancanza dell’oggetto, ai sensi dell’art. 1418, comma 2, c.c. e dell’art. 1325 c.c.

Nel caso di specie, la Suprema Corte ha cassato la sentenza di merito che, con riguardo a un rapporto di lavoro cessato il 31 gennaio 2008, aveva ritenuto valida la rinuncia all’integrazione del TFR (ossia dell’incidenza sul TFR della retribuzione variabile percepita) effettuata il 10 gennaio 2008 nell’ambito di una conciliazione sindacale, sul rilievo che vi fosse una «sostanziale contestualità» tra i due momenti.

Gianluca Urbisaglia, dottore di ricerca nell’Università di Verona

Visualizza il documento: Cass., 28 maggio 2019, n. 14510

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